Requiem per l’Ulivo defunto

E’ una delle immagini che ricordo della notte del 21 aprile 1996, la notte della Grande Vittoria. La folla plaudente sotto Botteghe Oscure, il balcone che si apre scricchiolando, fendendo le 1000 ragnatele formatesi in 20 anni di sconfitte una peggio dell’altra e la dirigenza del PDS che si affaccia a salutare e poi scende a mescolarsi tra la folla… E ricordo Massimo D’Alema, abbracciato da una anziana militante che lo bacia e gli dice “Bravo compagno! Bravo! Faremo una grande opposizione!”

Chi di noi non vorrebbe ritornare a quella notte? Riguardare quell’esperienza è non solo giusto, ma anche doveroso, perché la politica è più simile al rugby – un gruppo che avanza assieme e per progredire si volta all’indietro – che alla stella solitaria del calcio, che corre in solitudine in cerca del colpo di genio che ti risolve la partita.

Però sognare e ricordare l’Ulivo impone anche di rimettere in fila quelli che furono i tasselli fondamentali di quell’esperienza:

  1. un leader di grande prestigio personale e fortemente inclusivo, riconosciuto da tutti e non afferente in modo diretto a nessuno dei partiti della coalizione;
  2. una alleanza articolata su 2 motori: la sinistra riformista e il cattolicesimo democratico e popolare con un partito politico più forte degli altri – il PDS oltre il 21% – pronto a rinunciare ad ogni velleità egemonica o personalistica in favore della riuscita del progetto politico complessivo;
  3. una competizione strutturata su collegi elettorali uninominali, che favorivano la valorizzazione delle identità e delle esperienze dei singoli territori, anche sull’onda dell’entusiasmo generato dall’allora recente “primavera dei Sindaci” grazie al passaggio all’elezione diretta e all’ingresso in politica di nuovi talenti provenienti dalla c.d. società civile;
  4. la spinta alla rimodulazione/riaggregazione del campo politico seguita ai “3 fallimenti” del primo tentativo maggioritario (la legislatura 1994-1996): il fallimento della strategia gauchista di Occhetto; quello del “terzo Polo” promosso da Mario Segni, contraddittorio profeta del Bipolarismo e – infine – il fallimento della strategia delle “coalizioni a geometria variabile” che portò all’effimera vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994.

Quali delle condizioni precedenti esiste ancora oggi, per la ricostruzione di un ipotetico “nuovo Ulivo”? Forse un’altra – ancorché diversa – collezione di fallimenti, ma per il resto? Non c’è una coalizione tra pari ma un partito con velleità egemoniche e un leader non inclusivo, con una personalità fortemente narcisistica e velatamente autoritaria e una legge elettorale proporzionale, che certo non aiuta alla creazione di coalizioni ampie e plurali.

E poi manca la cosa più importante: la volontà da parte del Partito Democratico di dare vita a un progetto che affondi nella storia politica e culturale della sinistra. Dopo 4 anni di dominio renziano il PD non è più una forza della sinistra riformista, ma un partito di centro che guarda a destra: liberista e mercatista in economia, verticistico nella visione politico-istituzionale, conservatore sul piano sociale con una leggera spruzzatura di liberalismo nel campo dei diritti civili. Non c’è niente di male ad essere di centro rivolti a destra, ma non è con chi guarda in quella direzione che si ricostruisce il centrosinistra.

La fase che si apre sarà prodromica di una competizione elettorale proporzionale, perché questo prevede sia la normativa in vigore, sia il sistema elettorale in discussione alla Camera (semmai sarà ripreso). Quello che cambia tra i due modelli è essenzialmente la soglia di sbarramento: se rimarrà solo del 3% produrrà polverizzazione dell’offerta, se invece salirà al 5%, probabilmente favorirà un processo riaggregativo e ricostruttivo delle identità, passaggio fondamentale per ripartire, sapendo dove andare.

E il PD? beh, fino a quando avrà come leader un tizio che incendierebbe l’intero Pianeta se solo potesse diventare il Re delle Ceneri allora temo che quel soggetto non sarà politicamente spendibile per un disegno strategico, ma solo per qualche escamotage tattico e propagandistico.

Che è esattamente quello di cui il centrosinistra (e l’Italia) non hanno bisogno.

 

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