La piazza. E il salotto

A Tomaso Montanari e Anna Falcone non interessa passare il pomeriggio con Pisapia. Da un lato li capisco, pure io preferirei guardare una partita di Federer invece di ascoltare un comizio, ma c’è dell’altro in quello che loro dicono nella lettera aperta pubblicata su Huffington Post di oggi. E quell’altro è espresso con una retorica di alto livello – d’altra parte Montanari e Falcone non sono certo degli illetterati – al servizio di un pacchetto di argomenti già presentati in forma pubblica al Teatro Brancaccio una decina di giorni fa.

Peccato che si tratti di argomenti vecchi come il cucco: a) la superiorità della c.d. “società civile” su ogni forma di politica organizzata, dimenticando che la società civile non esiste e se esiste si fa i cazzi suoi e – in fondo – ha sempre i governi che si merita; b) la convinzione che vi sia una voglia di partecipazione inespressa che nessuno sa intercettare, mentre tutti gli studi di sociologia politica condotti dai tempi Harold Lasswell ad oggi testimoniano come il bisogno di partecipazione sia sempre elitario e che la massa venga al limite “mobilitata”. Cioè le moltitudini sono oggetti, non soggetti.

E poi questa mistica dei programmi “scritti dal basso” perché “si è persa un’occasione per ricostruire quell’alleanza tra la politica e il popolo delle diseguaglianze, senza la quale non c’è progetto politico che tenga, e che possa presentarsi alle elezioni con qualche chance di successo.” Il che forse è vero, ma mi sfugge la ragione per la quale un prestigioso professore ordinario di Storia dell’Arte e un’avvocata nipote di un ministro possano essere i simboli del “popolo delle diseguaglianze”. Siamo sempre all’élite, alla “legge ferrea dell’oligarchia” ben spiegata da Roberto Michels oltre 100 anni fa e mai superata.

Per carità, io non ho nulla contro le élite, anzi. Sono tutto meno che un “gentista” e quando nella storia è stato il popolo a condurre, anziché venir condotto, non è quasi mai venuto fuori nulla di buono. E per dirla tutta, io sono al 99% d’accordo con il 99% di quanto dicono Falcone & Montanari, ma quello che proprio non accetto è il voler fare politica fottendosene delle regole eterne della politica.

La Politica non è solo sogno e passione (anche se senza di questi non vai da nessuna parte) ma è pure paziente negoziato, compromesso, mezze scelte, ambizioni alte e tattiche meschine, spietata lotta per il potere, intrigo e tradimento, faticosa e paziente costruzione del consenso. Se non si accetta questo, se si spera basti una matinée a teatro per imprimere una direzione diversa ai millenari meccanismi che regolano i processi politici, allora si rinuncia a voler fare politica “sul serio” e si sceglie la strada del dotto e sterile moralismo alla Floris d’Arcais, il Marchese sostenitore di tutte le purezze, di tutte le scomuniche etiche, di tutti i movimenti più romantici, co-autore delle disfatte più brillanti nella storia della Sinistra non istituzionale, quella che si spezza ma non si piega.

Io non sono un fan di Pisapia. Al contrario, per dirla tutta, ne ho già le tasche piene dei suoi “non detti”, dei passi avanti e indietro, delle parole pronunciate a metà, dei tatticismi interminabili, delle gaffe. Ma è questo che abbiamo, non è molto ma dobbiamo in qualche maniera farcelo piacere. E sarei ben lieto se il duo “Falconari” si unisse a noi e contribuisse con un po’ di pepe a rendere meno insipido questo brodo di semolino, perché la sfida è immensa, il percorso difficile, le idee sono quello che sono e tutti stiamo facendo del nostro meglio, che è quello che è.

Pertanto, se “la Principessa del Popolo” e “Filippo Egalité” accetteranno di convivere senza troppi diktat con la mediocrità del nostro progetto (che ancora non si sa neppure bene quale sia), allora faremo tutti un passo in avanti. In fondo, forse Pisapia e Bersani rappresentano “la casta” e i “Falconari” incarnano “il popolo delle disuguaglianze”, ma è il primo ad aver avuto il coraggio di affrontare una piazza, i secondi hanno preferito un teatro.

E si sa, il popolo minuto, raramente frequenta i teatri…

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2 risposte a La piazza. E il salotto

  1. Monica de Simone ha detto:

    questo scritto è un inno alla ricerca dell’unità? bah!

  2. marckuck ha detto:

    No Monica, io non credo “all’unità” tra soggetti che vogliono cose diverse. La mia sensazione è che molti della sinistra più pura non vogliano prendersi sul serio la responsabilità di fare un passo fuori dal loro Tempio. E’ un vecchio problema storico, già descritto da Gramsci negli anni ’30 e risolto da Togliatti con la svolta di Salerno, quando ha detto “intanto facciamola finita con il Fascismo, poi litigheremo su cosa fare con il re”

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