Venere, ancora una volta…

Ho 50 anni da meno di un mese, sono stanco di compromessi e voglio tutto. Ad esempio voglio che oggi Venus Williams vinca Wimbledon per la sesta volta e domani Roger Federer lo vinca per l’ottava.

I miei lettori – sempre di meno, ahimè – dovrebbero sapere che il mio cuore pulsa per l’animo turbolento, dolce e incazzoso di Serenona, in dolce attesa da qualche parte del Pianeta. Delle due Williams, Serena è quella grossa, rissosa, muscolare, fragilissima mentre Venere è una statua di ebano, un’opera d’arte africana di quelle che forse ispirarono i volti delle “Demoiselles d’Avignon” di Picasso o certi studi di nudo in blu di Matisse.

Insomma, Venere è la più grande, la prima a raggiungere il successo planetario, la più bella. Ma è anche quella con la salute più fragile, quella con la quale Serenona divideva più di frequente il letto singolo durante l’infanzia perché le sorelle erano 5 ma i soldi bastarono solo per comprare 4 letti e dunque a turno la più piccola dormiva un po’ con l’una e un po’ con l’altra. E questo è servito loro – nei racconti di Serena – a capirsi meglio, a essere più legate, più complici.

Ma la bellezza di Venere non piace a tutti: durante gli Australian Open del 2017 un commentatore della ESPN – subito bombardato di critiche e insulti – ebbe la pessima idea di paragonarne i lineamenti a quelli di un gorilla. A conferma che per una donna nera, anche giovane, bella e multimilionaria, il rischio dell’insulto, dell’umiliazione a sfondo razziale è sempre dietro l’angolo. I tempi di Althea Gibson (11 slam vinti tra singolo e doppio nel triennio 1956-58), che subì l’onta di veder uscire le giocatrici bianche al suo ingresso negli spogliatoi degli US Open, sono solo apparentemente lontani.

Dall’altra parte della rete ci sarà Garbine Muguruza, bella e inutile come il 90% delle tenniste di oggi. Garbine parte favorita, ma la favola e il cuore mi indicano Venus, anche se non penso che alla fine la Regina Nera sia in grado – alla lunga – di mangiare la Regina Bianca, ma nulla mi impedisce di sperare, fino all’ultimo, fino a quando l’arbitro non dirà “game, set and match Muguruza“.

Ma questo post deve terminare. Sono le 14.00 (ora di Wimbledon) e stiamo per dare inizio alla contesa, in fondo S.M. Juan Carlos di Spagna e S.A.R. il Duca di Kent sono già al loro posto, mica posso farli attendere oltre!. Temo che per una questione di fusi orari e gravidanze avanzate nel box di Venus non ci sarà Serenona a fare il suo tifo chiassoso. Ma se per caso dovesse esserci, allora tutto sarebbe perfetto.

P.S. Non soffrite troppo per la povera Althea Gibson umiliata in spogliatoio: l’orgoglio ferito le permise di vincere gli US Open quell’anno e pure quello successivo. Non è da tutte.

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