Lacrime

Di questa edizione di Wimbledon mi hanno colpito le lacrime. Lacrime diverse tra loro, fotografie di stati d’animo contrapposti, ma capaci – ciascuna nella propria parte – di ricordare cosa aiuta a rendere il tennis così affascinante: la sua natura solitaria, la sua impossibilità di trovare conforto in una squadra nella quale si amplificano le gioie e annacquano i dolori e le responsabilità.

Le lacrime più terribili sono state quelle della povera Bethenie Mattek-Sands. La grande doppista – favorita per la vittoria finale, n. 1 al Mondo e attuale detentrice dei titoli degli US Open 2016 e degli Australian Open e French Open 2017 – che si fracassa il ginocchio (e forse la carriera). Stesa a terra urlante “help me! Please help me!“, mentre la sua avversaria non sa come aiutare e un po’ consola e un po’ piange e il pubblico assiste attonito per 15 minuti, tanto ci è voluto perché la poverina fosse portata fuori dal campo in barella.

Poi ci furono le lacrime di Donna Vekić, la biondissima fidanzata di Stan Wawrinka, che dopo aver sfiorato più volte la vittoria contro la favorita di casa Johanna Konta ha dovuto piegare la testa 10-8 nel set decisivo. Sono le lacrime di chi ha fatto tutto il possibile, ha sfiorato la gloria e l’ha vista sfumare e non ha retto alla delusione. Non dissimili le lacrime del povero Mate Pavić, anche lui croato come Donna, giunto in finale nel doppio (e il doppio sui prati di Wimbledon è ancora una cosa seria), nettamente il migliore in campo tra tutti e quattro i giocatori, per quasi 5 ore ha fatto l’inimmaginabile eppure alla fine, giunto talmente vicino alla coppa da appannarla con l’alito, ha perso. Perché il tennis è uno sport violento e crudele. 13-11 al 5° set per gli altri, per “quelli bravi”.

Tra tutte le lacrime, però le più sorprendenti sono state quelle di Marin Čilić (pure lui croato! quanto frignano questi croati…) durante la finale. La partita era cominciata bene per il cecchino di Medjugorie, teneva il servizio con autorità, era aggressivo nei turni di risposta, va in testa nel primo set 3-2. Poi la partita termina, dopo appena 20 minuti, inspiegabilmente: Roger mette la marcia in più e porta a casa 7 giochi consecutivi. A questo punto, Marin ha una crisi di pianto dirotto, con la testa nascosta dall’asciugamano e il corpaccione scosso dai singhiozzi: è il pianto di chi si sente perduto e non sa che pesci pigliare. La versione ufficiale è “aveva una piaga al piede, piangeva per il dolore”, ma non regge: è un giocatore professionista, queste cose le sa gestire e in fondo dopo il cambio delle bende non mi sembrava particolarmente menomato nei movimenti.

Sono convinto invece che le sue fossero le lacrime di chi sente su di se gli occhi del Mondo, è consapevole che i 15.000 del Centrale (con l’eccezione di un piccolo manipolo di croati) attendevano solo la sua sconfitta per esultare e che – forse – l’occasione di giocare la finale a Wimbledon non gli capiterà mai più nella vita. Era il giorno sognato da sempre e tutto stava andando nel peggiore dei modi.

Dopo le lacrime da straziante dolore, le lacrime della delusione e quelle del “panico da palcoscenico” ecco infine le uniche lacrime dolci, quelle della gioia della Vittoria. Le lacrime del sogno raggiunto, le lacrime del ritorno, le lacrime guardando la propria famiglia felice, stringendo la coppa tra le mani. Le lacrime di Roger Federer, per l’ottava volta Re di Wimbledon. E assieme alle sue, le nostre, che tanto abbiamo atteso questo giorno, volendo bene a uno sconosciuto come se fosse uno di famiglia, festeggiando le sue vittorie come fossero nostre e soffrendo perché consapevoli che questi fuochi d’artificio sono tra gli ultimi, perché il tempo passa per tutti, per Roger solo più lento, ma passa anche per lui… ahimè.

Invidio chi ama gli sport di squadra, con i grandi campioni che se ne vanno ma la vita che comunque si rinnova. Per chi ama il tennis il cuore può battere nell’arco di ogni generazione solo per un giocatore alla volta e quello che accade lo si vive come le storie di antichi Re seduti sul trono di Regni perduti ma non dimenticati. Si amano i guerrieri come Jimmy Connors, le menti superiori dei ragni tessitori come Miloslav Mečíř, le regine dolci e fragili come Martina Navratilova, le teste matte come Marat Safin o i giocolieri come Gäel Monfils. Oppure, come nel mio caso, si cerca la reincarnazione dei Siddharta, dei nuovi Buddha che reincarnandosi passano la fiaccola del Genio da una generazione all’altra…

E’ una linea di sangue reale, come quella dei Capetingi. Che nella mia vita parte con Rod Laver, per trasmettersi poi in John McEnroe, in Pete Sampras e in Roger Federer. E in attesa del prossimo “Piccolo Buddha”, godiamoci le lacrime e la gioia di quello ancora in carica, vorremmo per sempre, sappiamo che non si può, speriamo almeno per un altro pochino…

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