Un ultimo sfarzo di colori…

Nell’arco di poche ore sono stato portato a riflettere su due questioni, secondarie per chiunque, ma di capitale importanza per me.

La prima delle due riguarda le mie preferenze di lettura. Stavo parlottando con un amico che ha iniziato a interessarsi al mondo folle e turbinoso del ‘500 europeo e gli ho suggerito di procurarsi Rinascimento Privato di Maria Bellonci. Il suo commento mi ha stupito: “strano che leggi così tanti libri di storia scritti da donne, pensavo che essendo tu così conservatore considerassi quello dello storico un mestiere da uomo!

L’osservazione era troppo interessante per non rifletterci, al punto che non ho neppure reagito all’idea che evidentemente ha di me: quella di un arcaico fallocrate brontolone.

Non è vero che vi sia un dominio delle donne nella mia biblioteca storica, ma è vero che alcuni dei libri che maggiormente amo e talvolta rileggo sono scritti da una donna. E credo realmente esista un modo “femminile” per raccontare la Storia, che la rende più leggera, più piacevole, anche se per questo non meno rigorosa. In effetti ho alcuni libri scritti da Grandi Storici che sono opere importanti, ma illeggibili; penso ad esempio all’Impero degli Asburgo dell’accademico oxfordiano Carlile Macartneyun dottissimo e interminabile mattone di 1066 pagine mai alleggerite da un aneddoto, una curiosità, una frase a effetto, un aggettivo che colpisca… Oppure penso al periodare contorto di Renzo De Felice, a tratti incomprensibile come una Stele di Rosetta alla quale manchi la parte in greco: mi sono avventurato un paio di volte nella sua pachidermica biografia di Benito Mussolini, che so essere in assoluto quanto di meglio sia stato mai scritto sul tema, se solo si riesce a dipanare l’indipanabile matassa…

Ovviamente ci sono fior di storici maschi godibilissimi alla lettura e prestigiosissimi dal punto di vista scientifico (la Storia delle Crociate di Runciman, ad esempio, è un poema epico, o – spostandosi di un continente e qualche secolo – I Mille Giorni di J.F. Kennedy di Arthur Schlesinger jr., ma l’elenco potrebbe continuare… in fondo ne ho già parlato in due post di alcuni anni fa )… Lo so, è una riflessione difficile da fare in tempi in cui per non prendersi troppe responsabilità si eliminano le desinenze dei generi per sostituirle con dei pavidi asterischi (“vi amo tutt*!“), ma la faccio comunque: le donne che scrivono di storia hanno spesso un gusto per il dettaglio, un occhio per il particolare, una propensione per la lettura psicologica e intimistica nonché una qual certa attenzione al contesto ambientale che a volte in molti storici fatichi a trovare e chi – come me – non è uno storico di professione, ma legge per il piacere di leggere, ha bisogno di tutto questo.

Un tocco qua o la, come ad esempio questo: “da quel giorno del 1004, quando l’aristocratica bizantina Maria Argyropoulaina utilizzò la piccola forchetta d’oro a Venezia, il comportamento degli occidentali a tavola non sarebbe stato più lo stesso” (Judith Herrin, Bisanzio). Questo non impedisce però che la narrazione sia complessa, anche se talvolta alleggerita da qualche “nota di colore”. Come ne Lo Stato Bizantino della brillantissima Silvia Ronchey che con le sue note sul bizantinista sovietico Alexander Kazhdan mi ha aperto gli occhi su un punto: la Storia – per citare Croce – è sempre storia contemporanea e Kazhdan fu perseguitato per la sua lettura troppo positiva dell’Età dei Comneni considerati dagli storici di regime eccessivamente filo-occidentali e filo-capitalisti. E’ un tema complesso, un “duello in maschera” tra l’intellettuale e il regime per citare la Ronchey, che con grazia e chiarezza è riuscita a spiegarmelo, almeno in parte.

Altre volte la “leggerezza” femminile riesce – in una frase soltanto – ad aprire uno squarcio su un intero mondo. Come Barbara Tuchman nel suo “I Cannoni d’Agosto“, premio Pulitzer nel 1962, consultato più volte da John Kennedy durante i 13 giorni della Crisi di Cuba. La Tuchman nell’analizzare la personalità del feldmaresciallo Alfred von Schlieffen scrive che esistono due tipi di ufficiali prussiani: “i colli taurini e le vite di vespa“. E in un pugno di parole descrive perfettamente l’eterna, contraddittoria sfida della Germania con se stessa, in un perenne, incerto equilibrio, un po’ barbarica e un po’ civile e integrata nel concerto europeo delle Nazioni.

Ma non si creda che le storiche abbiano il palato troppo fine e lo stomaco troppo delicato per raccontare le cose come effettivamente andarono. Antonia Fraser nella sua monumentale biografia dedicata alla tragica vita di Maria Stuart racconta l’esecuzione della regina con toni pulp: “Il primo colpo fracassò parzialmente la nuca, gli astanti dissero che in quel momento Maria aveva sussurrato le parole: «Dolce Gesù». Il secondo colpo recise completamente il collo, fatta eccezione per un tendine, che fu infine tagliato usando la scure come una sega.

Insomma, non guardo al sesso dell’autore di un libro per capire se mi piacerà o meno, ma talvolta attuo delle “discriminazioni positive” e di sicuro una Gran Dama come Benedetta Craveri sarà sempre acquistata a scatola chiusa, alla cieca e sulla fiducia, eternamente debitore per il profumo di Settecento che emana dai suoi elegantissimi libri

La seconda questione sulla quale mi sono trovato a riflettere – emersa a cena con amici – è relativo allo studio della Storia nella scuola. Si è detto a tavola che “troppo tempo viene dedicato allo studio della storia antica mentre si dovrebbe studiare meglio il ‘900“. E’ un tema rispettabile, non particolarmente innovativo a dire il vero, ma legato all’idea che sia fondamentale creare una coscienza civile, una consapevolezza della cittadinanza e questo è particolarmente importante in tempi come gli attuali, in cui il tessuto connettivo del Paese sembra sempre più fragile.

Vedo due potenziali controindicazioni, tra loro per certi versi legate. Innanzitutto, su troppi temi della storia contemporanea non esiste una “verità storica” condivisa e troppe tragedie della Storia più recente sono usate tutt’ora come clava politica. Inoltre, accendere i riflettori sui drammi del ‘900 può togliere unitarietà e prospettiva all’interezza della Storia che – in fondo – va raccontata ai giovani nella speranza che la facciano propria, si appassionino e vogliano saperne di più, scoprano una fame di Assiro-Babilonesi, di enclosures inglesi o di Grande Depressione, ricordando che non si inventa mai nulla e tutto è già accaduto, con contorni e modalità solo in parte diverse: racconta l’omicidio di Enrico IV ad opera del fanatico cattolico François Ravaillac e capirai l’attentato in cui perse la vita Yitzhak Rabin, assassinato da un sionista estremista. Studia i legami tra letto e potere ai tempi di Luigi XV e ti sarà più chiaro quello che si muove politicamente attorno a Silvio Berlusconi.

Oppure rifletti sull’Act for the Relief of the Poor del 1601 firmato da Elisabetta I che prevedeva che: a) gli inabili al lavoro ricevono un sussidio pubblico; b) quelli in grado di lavorare vengono inseriti in opifici pubblici; c) i figli dei poveri vengono avviati all’apprendistato; d) la responsabilità di stabilire chi ha diritto a cosa è decentrata a livello distrettuale. Se traduci i 4 punti di cui sopra con un linguaggio “contemporaneo” (reddito di cittadinanza; lavori socialmente utili; politiche di inserimento al lavoro stile work experience e ruolo dei Centri per l’impiego) avrai la retorica del “nuovo welfare” e degli ammortizzatori sociali innovativi di cui i politici si riempiono la bocca…

Ma conoscere il ‘900 è giusto. Aiutare i giovani a diventare cittadini è doveroso. Ma non lo si faccia a scapito della conoscenza del passato, anche quello più remoto. Avanzo pertanto una proposta totalmente rivoluzionaria e acronotopica: si aumentino le ore di Storia in ogni ciclo di studi, magari sforbiciando da qualche novità demagogica degli ultimi anni…

Non priviamo i ragazzi della possibilità di lasciar correre la fantasia. Lasciamo che si godano “Il Trono di Spade” al meglio, anche perché qualcuno ha raccontato loro dell’Anarchia del XII secolo o della Guerra delle Due Rose e facciamoli incontrare con la poesia del racconto storico: “il Sole del vecchio mondo stava calando con un ultimo sfarzo di colori: uno sfarzo che nessuno avrebbe più veduto”. Così scrive nel suo celeberrimo incipit Barbara Tuchman ed è anche su questi mondi scomparsi che bisogna accendere i riflettori…

P.S. Questo post è dedicato al reverente ricordo di Marc Bloch: la sua Apologia della Storia mi ha aperto la mente, la sua vicenda umana mi ha aperto il cuore.

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