E poi, all’improvviso, la nostalgia…

Stavo ascoltando Matteo che recitava la solita stracca parte davanti al solito coro muto e plaudente di quel che resta del suo partito quando sono stato colto da un’improvviso groppo, un bruciore agli occhi e in bocca il sapore amaro della nostalgia.

Ho sempre amato la Politica, fin da bambino. Ci sono cresciuto in mezzo, se ne parlava in casa, si respirava nell’aria e riempiva le vite anche di chi non voleva farsele riempire, tra attentati rossi, bombe nere, minacce di bombe atomiche, colpi di stato e intentone era difficile non sapere che ti accadesse attorno. E com’era tutto diverso quando ero ragazzino…

Ricordo le crisi di governo, una all’anno, per ragioni apparentemente incomprensibili, con il mistero dietro le porte stuccate del Quirinale e gli intrighi sotto il tappeto… Ricordo le ipotesi e le ricostruzioni dei giornali, quasi sempre sballate, che però mi bevevo cercando di formulare pronostici ancora più sballati.

Poi ricordo i congressi dei partiti, che iniziavano con le interminabili relazioni del segretario di turno e duravano svariati giorni, seguiti con attenzione ad ogni dettaglio dalla stampa e dalla tv e che io ascoltavo nelle mirabili dirette di Radio Radicale mentre fingevo di fare i compiti.

I congressi del PCI erano francamente incomprensibili come una Stele di Rosetta senza la parte in greco; un linguaggio cifrato e iniziatico, un periodare complesso, una retorica apparentemente unitaria, dietro la quale vi erano mille sfumature, mille differenze, mille non detti… Molto più divertenti i congressi della DC. Innanzitutto perché non si sapeva chi avrebbe vinto perché la Balena Bianca, con tutti i suoi difetti è sempre stata un vero e grande partito democratico e poi anche perché accadeva sempre qualcosa: fischi, urla, tradimenti, imbrogli, rotture epocali e riconciliazioni impreviste. Tutto questo raccontato su Repubblica dal più grande cronista politico che io ricordi: Giampaolo Pansa, un principe di umorismo sottile, di cattiveria, di gusto dello sberleffo e di analisi sopraffina.

Oggi non si fanno più i congressi, chi lo sa mai perché. I partiti hanno perso anche la finzione delle procedure democratiche, il PD ha scelto la strada bonapartista dell’elezione diretta del Capo attraverso percorsi muscolari e dai tratti ambigui durante i quali si parla di tutto meno che di politica… Ma almeno il PD finge ancora che la democrazia interna esista, sugli altri grandi partiti invece – la LN, FI e il M5S – è decisamente meglio soprassedere.

Poi ricordo le giornate elettorali. La legge con la quale gli italiani erano chiamati al voto era sempre quella (ah, che civiltà!) e gli orari pure. Il giorno del voto era preceduto dalle tribune politiche di Jader Jacobelli, arbitro asettico e imparziale di dibattiti complessi e talvolta molto accesi, sempre su questioni pressanti, nel rispetto dei tempi e senza il darsi la voce e ripetere slogan che caratterizza i talk show odierni. Erano momenti cruciali, talvolta storici, come quando Enrico Berlinguer annunciò a sorpresa la rottura con Mosca:

“La capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi e che ha la sua data d’inizio nella Rivoluzione socialista dell’Ottobre. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude. Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità; e che d’altra parte vi sia tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti e debbono essere abbandonati e del resto sono stati da noi stessi abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, centrata su un tema che non era centrale in Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche, quali sono le società dell’occidente europeo.” (Tribuna politica, 15 dicembre 1981).

Chi mai sarebbe oggi capace di parlare così? Se anche qualcuno ci provasse, verrebbe subito interrotto dal giornalista, terrorizzato che lo spettatore costretto a usare più di due neuroni possa andare in loop e cambiare canale. Mala tempora.

Il giorno del voto passava lento in attesa della chiusura delle urne, non c’erano sondaggi segreti e neppure exit poll farlocchi. Si aspettava pazienti che la Doxa diramasse le proprie proiezioni, ma il quadro diventava chiaro solo quando da Botteghe Oscure uscivano i dati dell’ufficio elettorale del PCI, affidabili quasi quanto quelli del Viminale, ma molto più rapidi… E veniva fuori che – grazie al sistema proporzionale – avevano vinto tutti.

Poi mi è venuta la nostalgia di quando non c’era internet con il suo bombardamento continuo di notizie (alcune vere, molte altre meno) ma bisognava aspettare i telegiornali e il quotidiano del giorno dopo. Il mio risveglio era il GR delle 7.00 mentre mi preparavo per andare a scuola, con le sue notizie su un qualche accordo concluso nella Sala Verde di Palazzo Chigi tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil con il governo a mediare. Accordo concluso sempre di notte, a orari impossibili, tra il fumo delle sigarette e l’attesa snervante dei lavoratori delle categorie coinvolte, lontano ricordo di un Paese in cui si credeva ancora che si cambia assieme, si cresce assieme e che parlare e trovare un punto di intesa sia comunque la soluzione migliore.

Talvolta accadeva qualcosa di grosso nel corso della notte… più volte nella metà degli anni ’80, ad esempio, il GR informava che “a Mosca da alcune ore radio e televisioni trasmettono solo musica classica e le normali programmazioni sono interrotte“… Angoscia e mistero che giungevano dal Grande Impero dell’Est, l’Impero chiuso, misterioso, potente e nemico eppure – a suo modo – grande elemento di stabilità e sicurezza che oggi, in questo casino tragico e bislacco, non si può non rimpiangere.

Insomma molta nostalgia improvvisa, per una stagione politica irrimediabilmente perduta, per i suoi rituali, i suoi compromessi e le sue bassezze. Ma forse – soprattutto – una nostalgia e una malinconia per l’adolescente che ero, per tutte le cose che speravo di fare, per la convinzione infantile e ingenua che se avessimo vinto noi, allora sarebbe stato tutto diverso, che avremmo saputo chi aveva ordinato le Stragi di Stato e lo avremmo punito, la corruzione avrebbe smesso di sporcare tutto e l’intera Penisola sarebbe diventata bonaria ed efficiente come Reggio Emilia, con i suoi asili modello, i suoi partigiani al lambrusco e le sue aiuole fiorite.

Povero ingenuo che ero…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cose di giornata, Società e costume. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...