Una panchina nell’Hampshire

Ieri notte mi sono messo a rileggere “Persuasione” di Jane Austen. Non è il mio romanzo preferito, ma avevo voglia di svagarmi con lo snobismo ebete e smaccato fino al delirio di Sir Walter, baronetto, il quale “era uomo che, per suo divertimento, non prendeva in mano che un unico libro: l’Albo dei Baronetti. Leggendo con ammirazione e rispetto il limitato numero delle prime patenti di nobiltà, egli si procurava un’occupazione per i momenti d’ozio e un conforto nei momenti difficili.

Non riuscirò mai a capire le persone che non leggono libri. Non lo avrei capito al tempo di sir Walter e non lo capisco oggi. Non è snobismo (non solo, per lo meno, comunque non stavolta) è proprio un misto di incomprensione, commiserazione e tristezza. Attraverso la lettura si può lasciare la vita di ogni giorno – per la gran parte di noi assai desolante – e rifugiarsi nella nostra seconda vita, quella che avremmo voluto vivere e che è – sotto certi aspetti – più reale di quella reale.

A seconda dei gusti o delle inclinazioni di ognuno si può spiare le passeggiate scontrose tra Elizabeth Bennet e il Signor Darcy, seguire Maigret facendosi guidare nella nebbia dell’alba parigina dal profumo del tabacco da pipa, aiutare Hari Seldon nell’elaborazione del suo brillante Piano, soffrire per non essere riusciti ad impedire il suicidio di Anna Karenina o infastidirsi per le moine e i capricci dell’insopportabile Emma Bovary. Si può immaginare un modo per aiutare Joseph e Maurice a sfuggire alla Gestapo oppure ridere fino alle lacrime per i bisticci e le cattiverie della piccola high society di Riseholme e di Tilling.

Ci pensavo leggendo che ieri il pregiudicato Fabrizio Corona ha gettato suo figlio – un adolescente segaligno dall’aria stronzetta – sulla cattiva strada di Instagram, cioè il non fare nulla, il non essere nulla e grazie a questo prosperare. Ora, mai avrei immaginato che un “avanzo di balera” come Corona festeggiasse il compleanno del bimbo adorato scrivendogli If – come un novello Rudyard Kypling – ma quello che mi da la nausea (senza sorprendermi, ahimè, ormai non mi sorprende più nulla) è che nell’arco di poche ore, già 149.000 idioti – che camminano consumando ossigeno e depauperando il pianeta con la loro inutile e malvissuta esistenza – si sono entusiasticamente messi in coda per “seguire” le gesta del Porfirogenito. Cioè per guardare uno intento a non fare nulla.

E questo avviene il giorno in cui la Leonessa, Franceschina Schiavone lascia il tennis. E’ stata la prima italiana a vincere una prova dello Slam, ad essere classificata tra le prime 4 giocatrici al mondo e – a dimostrazione del suo talento, della sua costanza, della sua passione sconfinata per il tennis – è stata presente in 70 degli ultimi 73 tabelloni principali di uno dei quattro majors. Franceschina ha solo 32.729 follower, ma ognuno di questi è il prodotto di fatica, lacrime, corse, speranze.

Non so che farci, sono sempre meno in sintonia con il mio tempo e con lo Zeitgeist che mi circonda e – per dirla – tutta, penso che dietro al proliferare di fenomeni social pieni di nulla vi sia un tentativo, non so quanto costruito a tavolino, di rimuovere dal lessico quotidiano ogni forma di occupazione o pensiero indipendente attraverso la creazione di persone che non sanno fare nulla, non rappresentano nulla, eppure veicolano stili di vita e codici di comportamento che, lungi dal mettere in discussione il sistema, ne sono un potente supporto. “Se ce l’ha fatta lei, che non sa cantare, non sa ballare, non sa recitare, non sa scrivere, non sa fare impresa, allora ce la posso fare anche io!” E’ la versione turbocapitalista delle lotterie (immaginarie) utilizzate dal Grande Fratello per tenere sotto controllo i Prolet.

Nel mio breve soggiorno nell’Hampshire – in parte dedicato a ripercorrere le vicende Austeniane – ho scoperto che a Basingstoke si sono installate in diversi punti delle “panchine Austen” disegnate e decorate da diversi artisti nell’ambito di un progetto noto come “Sitting with Jane“.

L’idea di avvicinare alla lettura di Jane Austen attraverso panchine site in giardini, piazze o librerie mi ha fatto venire in mente un’altra trovata di grande interesse: la costruzione del castello di Guedelon, un comune della Francia centrale dove da quasi 20 anni si sta erigendo – con finalità didattiche – un “vero” castello medievale, sulla base di procedure, tecniche e materiali propri del tempo.

Le panchine austeniane, il castello rifatto sono tentativi splendidi e commoventi di difendere la bellezza e la complessità di una cultura magnifica come quella europea. Ma temo siano tentativi inutili. Sono teneri, romantici, esteticamentebellissimi, ma sono come le cariche della cavalleria polacca contro i carri armati della Wehrmacht: un ultimo lampo di gloria prima della fine.

Che ci piaccia o no, il futuro, il Mondo non appartiene alle panchine austeniane ma è stretto tra le braccia imbronciate del figlio di Corona e sorvegliato a vista dai suoi 149.000 inutili follower. Che sono felici e non sanno neppure perché.

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2 risposte a Una panchina nell’Hampshire

  1. Giacomo Grandesso ha detto:

    temo piuttosto: che sono infelici e non sanno neppure perché.

    Benissimo scritto professore, come sempre.

  2. marckuck ha detto:

    Grazie! anche per commentare qui e non su Facebook 🙂
    comunque concordo, probabilmente sono finte felicità…

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