Il Divo, visto da vicino

Quando Giulio Andreotti morì fui colto di sorpresa, come per la scomparsa di un giovane con tutta la vita davanti. Eppure, aveva 94 anni, avrei dovuto sapere che un giorno sarebbe accaduto. Eppure, la notizia mi meravigliò, come se il Divo (o Belzebù, o il Grande Mandarino o qualsiasi altro nomignolo gli sia stato dato) potesse trovare una scusa per scampare anche alla Morte, dopo essere riuscito a uscire indenne da 68 anni di vita politica (sui siti di informazione circola con insistenza che Andreotti fu “membro dell’Assemblea Costituente” e questo è riduttivo, dato che venne nominato addirittura alla Consulta Nazionale, “miniparlamento” istituito con D.Lgs.Luogotenenziale del 5 aprile 1945, quando la II Guerra Mondiale non era ancora terminata). Una vita politica iniziata con Alcide De Gasperi e terminata con l’onta dei processi per mafia e assassinio e nel mezzo, 7 volte presidente del consiglio, 26 volte ministro, 28 volte messo sotto accusa dal Parlamento per reati connessi alla sua funzione pubblica e sempre assolto.

Le nostre vite si incrociarono fugacemente nel 1994. A Palazzo Chigi sedeva da pochi mesi Silvio Berlusconi, a capo del primo governo dell’Italia repubblicana senza la Democrazia Cristiana in maggioranza. Ricordo ancora la diretta televisiva del voto di fiducia al Senato, dove Silvio non aveva la maggioranza, ma riuscì a comprare 3-4 senatori democristiani e salvare la pellaccia, prima di tante altre compravendite tentate e riuscite. Quando il segretario verbalizzante chiamò a voce alta il nome “Andreotti”, il vecchio Giulio con passo rapido eppure impercettibile sfilò sotto lo scranno del presidente Scognamiglio (che fine abbia fatto non si sa) e con voce nasale ma chiara disse “NO”. Quando il segretario ripetè “Andreotti, NO” l’aula applaudì. Dunque non saremmo morti democristiani, purtroppo.

Nel 1994 stavo lavorando alla tesi di laurea e incontrai una serie di politici collegati con l’argomento del mio lavoro: Stefano Rodotà, Augusto Barbera, Gianfranco Miglio… Poi contattai lui, il Politico più Politico di tutti: Giulio Andreotti.

Avevo accennato a questo desiderio nel corso del colloquio avuto con Miglio nella sua casa di Como e gli avevo chiesto qualche aneddoto a riguardo. Miglio mi squadrò con i suoi occhietti e le sue orecchie a punta da Yoda cattivo. Quindi mi raccontò di una seduta al Senato durante la quale si trovava annidato tra Cossiga e Andreotti – “come Cristo tra i due ladroni” – e si accorse che il Divo stava leggendo con aria indifferente un articolo che riguardava il suo potenziale coinvolgimento nell’omicidio Pecorelli.

Il Divo

“Per me è andata così: tu non hai ordinato di ucciderlo, ma forse in qualche riunione con qualcuno dei tuoi, di quelli un po’ a confine, una voce ha detto che bisognava zittirlo e tu hai taciuto. Non hai detto che no, Pecorelli era sotto la tua protezione o cose del genere, hai taciuto e questo è stato sufficiente per capire che forse c’era un via libera”. Miglio dopo aver detto questo mi fissò divertito, per vedere come reagivo. Io non sapendo che dire chiesi “E lui, come replicò?”

“Lui non replicò. Mi guardò socchiuse ancora di più i suoi occhi a fessura, sorrise e riprese a leggere”.

Insomma, speravo di intervistarlo ma, sapendo come fosse impossibile avere a che fare anche con il più inutile dei nostri assessori provinciali, disperavo di potervi riuscire. Alzai la cornetta e chiamai il Senato. Chiesi dello studio del senatore Andreotti. Immediatamente, mi venne girato l’interno del suo studio. Mi fu passata la sua segretaria alla quale spiegai il problema. “Vedrò quello che posso fare”, disse sbrigativa.

Con mia sorpresa, la segretaria richiamò due giorni dopo, alle 7.10 (si sa che il Divo Giulio era piuttosto mattiniero) e mi disse “mi porti le domande, avrà le risposte di pugno dal Presidente”.

E così scrivo, spedisco e attendo. Nuova telefonata della segretaria, qualche giorno dopo: “si presenti dopodomani alle 9. avrà le risposte alle sue domande”…in un clima di congiura, come nella Roma dei Papi quando i bersaglieri erano alle porte, mi recai emozionato all’appuntamento. Mi furono consegnate le risposte (manoscritte a pennarello verde, su un notes da poco, scrittura piccola e ordinata, senza cancellature) e mi si comunicò che avrei potuto leggerle a voce alta davanti al Presidente, ma non fare altre domande, se non per incomprensioni di grafia.

Attesi trepidante che uscisse dallo studio il primo ospite della giornata – il senatore Flaminio Piccoli, curvo e dallo sguardo triste – e finalmente entrai.

Il Divo era in piedi, dietro alla scrivania, più alto di quanto immaginassi. Mi porse la mano “con le dita lunghe e bianche come candele” per citare una definizione bellissima di Oriana Fallaci. Quindi iniziai a leggere le risposte mentre lui, immobile come una statua di sale nel suo vestito carta da zucchero, mi fissava in silenzio. Man mano che leggevo, mi appariva sempre più evidente che il mio tentativo di “inchiodarlo” era miseramente fallito. Pensavo, con l’arroganza ingenua dei ventenni che credono di aver capito il Mondo perché fanno una bella tesi di laurea, che una formulazione attenta dei quesiti lo avrebbe stanato. Povero me, maldestro aspirante Jedi senza nessun talento…

Ero al cospetto del Potere, quello vero. E avevo un po’ di paura.

 

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