Un 25 aprile nell’Isontino

Oggi ho disertato – credo per la prima volta dopo molti anni – le celebrazioni del 25 aprile a Udine non per pigrizia, ma perché invitato a parlare e riflettere sul valore di questa ricorrenza in un piccolo comune dell’Isontino: Romans d’Isonzo. Di seguito quanto ho detto.

 

25 aprile 2019 – Romans d’Isonzo

 “Miei Cari,

Oggi vi scrivo la mia ultima lettera poiché so che domani alle 10 sarò morta. Non mi rattrista dover andare così giovane nella fredda fossa, non mi rattrista perché muoio con onore e onestamente. Dono la mia vita come migliaia di altri giovani che come me l’hanno sacrificata per la causa comune, per la prosperità dell’intera umanità progressista. Mi addolora invece di dover lasciare te, vecchio ed esausto padre, solo al mondo. Più di tutto mi dispiace di non poter vedere ancora una volta i miei cari fratelli.”

 

Signor Sindaco, cittadini e cittadine di Romans d’Isonzo,

È con sincera emozione che prendo la parola – senza particolare merito per farlo – per condividere con voi alcune riflessioni sulla giornata di oggi. Ho scelto di farlo leggendovi le ultime parole di una giovane di 19 anni, fucilata nell’aprile del 1944. La citazione è tratta da “Lettere di condannati a morte della Resistenza europea” pubblicato da Einaudi nel 1975 e ho volutamente omesso il nome e il Paese di provenienza perché – per certi aspetti – non hanno importanza. Conta poco, infatti, che l’autrice fosse olandese, belga, polacca, italiana, greca, iugoslava o di qualche altro luogo sventurato, posto sotto l’occupazione dell’armata delle tenebre hitleriana. Quello che conta è che i sentimenti che leggiamo sono sempre i medesimi: serenità d’animo e voglia di confortare chi resta, convinzione di non morire invano, fiducia nel futuro, in un mondo migliore.

Quasi tutti i Paesi europei celebrano la fine della II Guerra Mondiale ma noi – contrariamente ad altri – non ricordiamo solo la fine di un conflitto che sembrava interminabile, ma anche la fine della Lunga Notte dell’occupazione nazista e della ventennale dittatura fascista. Periodicamente, la data del 25 aprile – che ricordo essere ricorrenza civile, istituita con legge 260 del 1949 – è oggetto di polemiche perché viene ritenuta da taluni una celebrazione “di parte”.

Non so se il 25 aprile sia “di parte”, ma se così si tratta ci riferiamo a quella parte che crede che la Democrazia sia una forma di governo migliore del Fascismo. La parte che crede che nel 1945 abbia vinto la causa giusta, la causa migliore. Inoltre, essere di parte non significa essere “di partito”. Ciò che fece grande la Resistenza fu anche la sua straordinaria policromia politica: dai comunisti ai monarchici, dai cattolici agli azionisti, dai socialisti ai liberali, una moltitudine di uomini e donne uniti nello scopo comune di restituire la libertà al nostro Popolo e la dignità al nostro Paese. Culture politiche diverse, riemerse alla luce come fiumi carsici costretti per troppo tempo a scorrere sotto terra dalla tronfia è grottesca retorica del Regime Fascista.

Pertanto, chi attacca oggi questa nostra celebrazione attacca l’intero ventaglio delle sensibilità democratiche del nostro Paese e lascia intendere che forse – in cuor suo – avrebbe preferito che nel 1945 vincessero “gli altri”, gli scarponi chiodati della Wehrmacht con a rimorchio lo staterello fantoccio di Mussolini. E chi oggi attacca il 25 aprile attacca la memoria storica della nostra Terra. Dimentica che furono quasi 25.000 gli abitanti della nostra regione che presero parte alla Resistenza e di questi quasi 3500 i morti e 1800 i feriti, dunque oltre 1 su 4 pagarono un personale tributo di sangue. E chi oggi attacca il 25 aprile dimentica che fu proprio dalle nostre parti che ebbe vita – anche se per poche settimane – la più vasta delle “Repubbliche Partigiane” – la Repubblica di Carnia, con ben 40 comuni liberati sotto il proprio governo. Una repubblica dove tra i primi atti fu l’abolizione della pena di morte, dimostrazione di umanità suprema in un tempo e in un luogo in cui la morte era un passeggero fin troppo presente nell’accompagnare le vite degli uomini e delle donne di allora. E chi oggi attacca il 25 aprile insulta la memoria di quei civili innocenti – tra i quali molti vecchi, donne e bambini – assassinati a decine senza una ragione tra Avasinis e Ovaro il 2 maggio 1945, quando ormai Milano era libera già da una settimana mentre in Friuli si soffriva ancora per gli ultimi colpi di coda del III Reich morente.

Dicevo però che il 25 aprile non fu solo una fine, fu anche un inizio. Una nuova fase nella millenaria avventura della nostra Penisola. Una data che si lega idealmente a un’altra – il 2 giugno 1946 – quando il processo di trasformazione democratica del nostro Paese poteva dirsi finalmente compiuto e la Repubblica nata dalla Resistenza, voluta con libero voto dal Popolo Italiano, era prossima a dotarsi di una delle Costituzioni più avanzate e democratiche e poteva iniziare il suo cammino. Un cammino che ci ha regalato 74 anni di pace, di libertà, di progresso economico e sociale. Risultati raggiunti grazie al lavoro, alla tenacia e all’impegno di tre generazioni di Italiani ma che non sarebbero stati possibili senza il coraggio, il sangue e la passione di chi tutto ha sacrificato e che oggi ricordiamo con reverente gratitudine.

74 anni fa ci è stata regalata la democrazia. Sta a noi farne buon uso. Ma cosa significa “democrazia”? È incredibile pensare che malgrado questo termine esista da 2500 anni, tra gli studiosi non si sia trovata ancora una definizione comune e condivisa. Siamo soliti identificare la democrazia con il “governo del popolo” e questo con l’esercizio del voto e il principio di maggioranza. E certo questo non può essere messo in discussione, sarebbe nefasto un Paese governato contro il sostegno e la volontà popolare. Ma questa basta? E come si costruisce la “volontà popolare”? La mia risposta è no, il principio di maggioranza è fondamentale, ma non è sufficiente per definire una democrazia completa. Viviamo in società molto complesse, molto articolate, dove convivono sensibilità, valori, stili di vita, origini e credenze diversi. Società nelle quali i livelli della mediazione, della composizione dei conflitti sociali ed economici devono prevalere sulla semplice conta delle teste. Società nelle quali la dimensione “competitiva” della democrazia deve accompagnarsi anche a quella di ricerca di un terreno comune di confronto, di un sistema nel quale tutti i protagonisti si riconoscano in un quadro di valori condivisi, in un recinto invalicabile del gioco politico.

Alla Democrazia, dunque, non basta la grigia contabilità dei “favorevoli e dei contrari”. Essa necessita anche di uguaglianza politica, a cominciare da quella tra uomo e donna. Necessita di volontà di confronto, di capacità di ascolto. Necessita di inclusione e di liberazione di ognuno dal bisogno. Non basta il “consenso” attorno a chi governa, anche i dittatori spesso hanno avuto o hanno consenso. Serve anche il rispetto e la valorizzazione delle idee di chi dissente. La democrazia non sono i 99 che applaudono, ma è il 100°, che se ne sta seduto con le braccia conserte e lo può fare perché nessuno lo infastidisce. E può cercare di convincere gli altri 99 che stanno applaudendo l’idea o la persona sbagliata. Perché la democrazia non è solo il governo della maggioranza ma è anche – direi soprattutto – un’idea di governo mite, di relazioni tra potere e cittadino improntate al dialogo. La democrazia non può esistere senza la separazione dei poteri e il predominio della Legge, delle regole del gioco, sulla volontà del “leader” pro tempore. E il consenso è – come già detto – un requisito fondamentale per governare i popoli, ma è democratico solo quando si forma grazie al libero confronto delle idee, alla libera circolazione delle informazioni autentiche e verificabili, al rispetto delle visioni contrarie e al rifiuto di ogni logica di sopraffazione. Alla rinuncia a trasformare il governo della maggioranza nella dittatura della maggioranza.

Non possiamo nasconderci che nel mentre celebriamo la ricorrenza di un momento luminoso del nostro comune passato, il presente sia pieno di ombre. Il nostro Paese sembra sempre più diviso, con un livello di conflittualità tra le diverse forze politiche visto raramente prima di oggi. Una conflittualità che ha per oggetto non solo le scelte quotidiane del governo – questo è normale in democrazia – ma anche gli stessi valori fondanti dell’ordine repubblicano, come il significato della lotta al Fascismo e l’appartenenza fieramente, da Fondatori, all’Unione Europea, un’istituzione nata anche grazie al progetto politico di due grandi italiani che – nel 1941 – mentre il continente era a ferro e fuoco e sembrava ancora possibile una vittoria nazifascista, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, prigionieri politici a Ventotene scrissero il famoso Manifesto in cui immaginavano un’Europa libera e unita, non più schiava dei conflitti e degli egoismi nazionali. Un’Europa in cui i confini tra popoli e culture potessero finalmente diventare – dopo 20 secoli di guerre – una opportunità di dialogo, non una causa di scontri.

Sembriamo vivere in un’epoca in cui tutto viene ridiscusso, sembra di essere in un non-luogo dell’animo dove non esistono un passato o un futuro, ma solo un chiassoso presente. Dove il concetto di Patria – che ha in sé quello del legame ideale tra le generazioni – viene sostituito, soppiantato da quello di fazione. Invece abbiamo disperatamente bisogno di unità, di una visione comune del nostro destino nazionale, di una classe politica che unisca, che lavori per rendere il Paese coeso invece di prosperare sulle divisioni, le paure e gli antagonismi. Di una classe politica con leader circondati da meno collaboratori nella comunicazione e più collaboratori nello studio faticoso dei dossier e dei problemi enormi che abbiamo di fronte a noi. Insomma, una classe politica che si ponga in continuità con quella che – pur con enormi differenze – ha saputo lavorare assieme per il ritorno alla Libertà prima, per il consolidamento della Democrazia e la ricostruzione economica e sociale del Paese poi.

E in fondo questo impegno nel far prevalere gli elementi dell’unità su quelli della divisione è quello che ha fatto grande l’esperienza della Resistenza. Un’esperienza che certo ebbe i suoi punti oscuri e qualche pagina che forse avremmo preferito non leggere – ma quale grande evento storico non ne ha – ma che non può essere giudicata per le manchevolezze dei singoli, ma vista nel suo insieme, come un grande momento di emancipazione e crescita nazionale e politica, come il tentativo di un popolo di prendere in mano il proprio destino e costruire una società nuova, libera dai lacci e dalle tagliole di un passato ingombrante.

Riflettere sul 25 aprile del 1945 porta però anche a riflettere su sé stessi. Chi vi parla ha da poco compiuto 50 anni, un giro di boa importante. Se penso ai miei coetanei, vedo che la generazione dei nostri nonni ha sofferto e combattuto per la libertà e la democrazia e oggi li ricordiamo. La generazione dei nostri padri ha lottato per consolidare ed estendere i diritti politici riconquistati nel 1945 aggiungendo a questi nuovi e fondamentali traguardi in campo civile, sociale od economico – penso alla grande stagione riformista degli anni ’70: gli anni dello Statuto dei Lavoratori, del Divorzio, dell’Aborto, della Riforma del Diritto di Famiglia, della Democrazia nelle scuole e nelle caserme, del Sistema Sanitario Nazionale.

Penso a questo e alle volte ho la sensazione che la mia generazione abbia lasciato cadere a terra la fiaccola. Che ci siamo lasciati soffiare da sotto il naso molte di quelle conquiste. Penso alla precarizzazione del lavoro, penso alle persone che non riescono ad accedere alle cure mediche, penso alle pulsioni crescenti in favore di un ritorno della donna alla schiavitù del focolare e penso ai molti, troppi episodi di intolleranza e di razzismo dei quali i mezzi di informazione forniscono una incompleta contabilità quotidiana. Se la battaglia dei nostri nonni fu la riconquista della Libertà e quella dei nostri padri l’estensione dei diritti quale è stata la nostra? Non riesco a dare risposta e la sensazione è che rischiamo di lasciare ai nostri figli una società più fragile, più spaventata e meno libera di come l’abbiamo ricevuta.

Ma questo 2019 apre degli spiragli di ottimismo. È dai ragazzi e dalle ragazze nati dopo il 2000 che viene la speranza e – vorrei dire – la convinzione che sapranno fare meglio di molti di noi. La generazione di Greta Thunberg e del suo impegno in favore di un Pianeta che rimanga un luogo in cui poter vivere e veder crescere i propri figli. La generazione di Simone, il 15enne di Torre Maura, il ragazzo del “A me nun me sta bene che no” che ha dato una lezione di civiltà e di tolleranza alla teppaglia di CasaPound riunitasi per accendere l’odio razziale contro i rom. Oppure ai 3 ragazzini “eroi” del mancato dirottamento dello scuolabus nel Milanese appena poche settimane fa, tra i quali tutti abbiamo imparato a conoscere Ramy – il 13enne di origine egiziana in Italia dalla nascita – che ha chiesto educatamente e fermamente di vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, ottenendo in replica un arrogante “si faccia eleggere deputato e cambi la legge” da parte di un onnipresente ministro che dovrebbe forse convincere con la forza delle idee e non con la prepotenza del Potere. Ma la luce viene anche dall’esempio del ragazzino del Mali annegato in uno dei tanti “viaggi della speranza senza speranza” con la pagella di scuola cucita addosso, pare con voti eccellenti. Considerava la scuola tanto importante da credere che l’impegno nello studio lo avrebbe aiutato ad ottenere una vita più dignitosa, credeva tanto nella scuola da cucirsi addosso i propri voti. Quale lezione morale in un’epoca di superficiale e compiaciuta ignoranza ad ogni livello, anche i più alti! E che responsabilità ed emozione, per me insegnante, pensare che vi siano ragazzi che rimettono tanta fiducia in quello che noi possiamo dare loro.

In fondo la Resistenza italiana fu piena di ragazzi e ragazze neppure ventenni che – pur cresciuti in un clima di indottrinamento ideologico – hanno saputo istintivamente scegliere la cosa giusta da fare, con quell’intuito per il cambiamento, per la rottura dei vecchi schemi, con quella voglia di correre ed essere liberi che hanno tutti gli adolescenti del Mondo. I ragazzi e le ragazze di oggi hanno il compito di provarci, come tanti altri prima di loro. Come tanti tra il 1943 e il 1945.

Ed è per questo motivo che dedico il mio intervento alla memoria di una giovane, una ventenne di nome Giulia Lombardi. Una ragazza come tante, fucilata durante un rastrellamento fascista nel Milanese, nel 1944. Una vittima tra tante vittime, una vita stroncata per “fare numero”, per dimostrare la ferocia del regime e attraverso questa morte – senza processo, un assassinio a sangue freddo – intimorire una popolazione verso la quale la capacità di controllo del potere fascista era sempre più debole. A questa ragazza due settimane fa era stata dedicata una statua in legno e questa statua è stata data alle fiamme in un atto di vandalismo neofascista.

A chi dice che “celebrare il 25 aprile non serve più” io replico dicendo che serve. Serve e servirà fino a quando nel nostro Paese esisteranno ancora persone senza volto pronte a muoversi nelle tenebre per demolire il ricordo delle vite che furono spezzate durante il periodo più nero dell’intera nostra storia nazionale.

Viva la Repubblica! viva l’Italia! viva il 25 aprile!

Risultati immagini per garofani rossi

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cose di giornata. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...