L’ambiguo risultato delle primarie PD: considerazioni a margine

1. Non so se abbiano votato 1.800.000 o 2.000.000 ma onore al lavoro di chi ha organizzato le primarie e massimo rispetto per i cittadini che hanno manifestato voglia di partecipare. L’elogio di Beppe Grillo del voto online (i cui risultati possono essere cancellati quando non piacciono al Capo, senza neppure una spiegazione) e gli insulti ai processi selettivi del PD non mi appartengono, anche se la mia distanza da quel partito è diventata siderale;

2. La leadership di Renzi più che rafforzata mi pare un po’ indebolita. Hanno votato circa 1/3 di persone in meno rispetto alla volta scorsa e – malgrado in questi 4 anni la compressione dei margini di azione delle minoranze interne sia stata spietata e continua – il suo risultato personale è rimasto sostanzialmente invariato: aveva preso il 68% nel 2013 in un partito plurale, prende il 71% in un partito ad altissimo grado di renzizzazione, con un dato di circa 650.000 consensi personali in meno (dai 1.900.000 voti renziani del 2013 ai circa 1.250.000 di oggi). Cioè una percentuale stabile a fronte di un netto calo dell’affluenza, una riduzione del pluralismo dell’offerta politica interna e un evidente calo di seguito personale.

3. Chi dice “ora Renzi sia più plurale. Ora impari dagli errori” non ha capito niente. Renzi è sempre Renzi e – soprattutto – i renziani sono sempre i renziani (il che è pure peggio, basta un rapido giro di tweet per accorgersene). Renzi non ha l’intelligenza fredda e raffinata dello statista: è più scaltro che intelligente e più dotato di “killer instinct” animale piuttosto che di pazienza strategica e quindi il risultato di ieri servirà solo a produrre nuove turbolenze, nuovi proclami, nuovi conflitti, a cominciare da quelli con il Governo. Il successo di Renzi si rivelerà un ennesimo fattore di instabilità per il sistema.

4. Nel 2013 il PD era un partito plurale, con una naturale vocazione a unire altre forze, a farsi perno di coalizioni più vaste. Oggi il PD è sostanzialmente isolato, più o meno come lo è il M5S: sono forze politiche gonfie di voti ma in mano a capi che non concepiscono la politica come rapporto tra soggetti diversi parimenti legittimati e parimenti portatori di istanze degne di essere prese in considerazione: Renzi e Grillo hanno una visione totalizzante e egotica della leadership, possono concepire solo una politica alla “o la va, o la spacca” e il timore vero è che andiamo verso una fase di “muro contro muro” che non produrrà nulla di buono per il Paese.

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He’s still standing

Cercavo di ricostruire a quando risale il mio primo ricordo di Sir Elton John, fresco 70enne… Credo fosse un poster nella camera d’albergo che dividevo con mia cugina nell’albergo dei suoi genitori, quando avevo forse 10 anni, magari pure meno… Ricordo che mi incuriosiva e mi inquietava dormire con sopra alla testa quel tripudio di colori e facce stravaganti…

La prima canzone che ricordo con certezza mi sia piaciuta è Blue Eyes, del 1982. Una canzone smelensa e pacchiana, con un piano discreto e poco originale che – all’epoca, in piena fase new romantic – mi sembrava a dir poco epico. Ma avevo poco più di 14 anni quando si iniziò a sentire nelle radio, ci vuole comprensione…

In realtà Blue Eyes rappresenta benissimo Sir Elton: 3 minuti di raffinatezze e kitscherie e non capisci mai quando termina una e inizia l’altra. Come la sua vita, come la sua carriera, con un alternarsi di crisi e rinascite, di solitudini e glamour, di principesse morte e squadre di calcio comprate e fatte fallire, di regine vere con tanto di spada e spose fasulle … E tra una stravaganza e l’altra, qualche gioiello luminosissimo, di quelli che tutti conosciamo e molti di noi amano.

Dovendo sceglierne una e una sola è forse impossibile… Your Song? Rocket Man? Goodbye Yellow Brick Road? Sorry Seems to Be the Hardest Word? … L’elenco è lungo, forse troppo. Tanto vale ricordarlo con una canzone, carina e nulla più, ma importante perché è il solo 45 di Elton che abbia mai comprato: I’m Still Standing, qui in una versione particolarmente chiassosa, con tanto di parrucca alla Tina Turner, solo in tonalità vinaccia…

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Barbarus hic ego sum, quia non intellegor illis

Io qui sono come straniero, poiché nessuno riesce a comprendermi.

E’ una citazione di Ovidio (almeno credo) e rispecchia molto bene il mio stato d’animo quando ripenso agli ultimi anni di militanza nel Partito Democratico, sfociati in una scissione tanto dolorosa quanto inevitabile.

Su quanto sta accadendo in seno al PD si sente e si legge di tutto, spesso ad opera di gente esterna che parla senza sapere, senza capire e senza riflettere. E maneggia con mani rozze il cuore e l’animo di centinaia di migliaia di persone che hanno dedicato tempo e passione per costruire un progetto politico che oggi – pur nella sua disastrosa condizione – resta il solo soggetto politico organizzato di questo nostro disgraziato Paese, in balia di populismi, estremismi, partiti-azienda e partiti-setta. Per questo la scelta tra Leave o Remain non può essere fatta in modo superficiale, va meditata razionalmente. E così mi sono sforzato di fare, facendo una lista, fedele alla mia convinzione che le scelte politiche debbano essere guidate dalla fredda logica, dall’analisi oggettiva della realtà, dalla valutazione dei pro e dei contro. Nella mia lista ho messo tutto: le prospettive future del partito, le logiche del sistema elettorale proporzionale, i rischi per il Paese, la convinzione che la leadership renziana sia alla frutta, le mie sorti personali… Insomma ho vagliato tutto e comunque la leggessi la risposta della “lista” era una sola: Remain. Restare nel PD, tenere duro, non andarsene e combattere dall’interno. Ho stracciato la lista e ho scelto di andarmene, ho scelto il Leave. D’istinto, di cuore, di getto.

Ho scelto di andarmene perché non penso che Matteo Renzi sia una persona perbene e non accetto di essere guidato da un leader che reputo – sul piano etico/morale – inferiore agli standard minimi che mi sono dato da quando, all’inizio degli anni ’90, presi la mia prima tessera del PDS. In Renzi rivedo Bettino Craxi, ma senza la stessa intelligenza politica e senza lo stesso raffinato disegno. Vedo un uomo rovinato dall’amore per sé stesso, roso da una ambizione probabilmente insaziabile, ammaliato dai benefit che il potere comporta e circondato da una masnada imbarazzante di trafficanti, di affaristi e di poltronari, il cui regista – Luca Lotti – mi pare a naso un tipo che presto o tardi finirà nei guai. Guai seri. E ci finirà con tutte le scarpe.

Vedo in Renzi un leader che non ha costruito una classe dirigente ma ha scelto di circondarsi essenzialmente di sciocchi o di leccapiedi. Un partito in mano a gente che in un mondo normale sarebbe tenuta ai margini, forse relegata a consiglieri comunali di qualche città sventurata. E invece, citando Riccardo III

il mondo è diventato così malvagio che gli scriccioli fanno manbassa dove le aquile non osano posarsi. Da quando ogni villano è diventato gentiluomo, molti gentiluomini sono svillaneggiati“. E #Ciaone a chi non gradisce, tanto per citare uno dei più raffinati maître à penser del Pantheon renziano…

Nella mia vita di piccolo, inutile militante politico altre volte non ho amato o condiviso le scelte della dirigenza del mio partito: ho molto criticato Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini o Enrico Letta. Hanno fatto errori, talvolta bassezze. Ma non ho mai pensato che a guidarli fosse prevalentemente la ricerca dell’interesse personale su quello collettivo. Oggi non è più così: penso che in linea di massima la classe dirigente renziana non abbia né la cultura, né il rigore morale necessario per separare le sorti del partito e del Paese da quelle di un capo che ha smarrito sé stesso.

All’origine fu il “disastro” delle Europee. Dico disastro perché quel 40.8% ci ha rovinati, come capita a volte alla gente semplice che perde la brocca dopo aver vinto alla lotteria e in capo a qualche anno si trova più povera e sola di prima. A quel punto è iniziato un vero delirio di onnipotenza che non si è fermato davanti a nulla. Un delirio che ha prodotto la folle campagna elettorale referendaria, con la Costituzione in secondo piano e Lui sul Balcone con le mani sui fianchi. Ci siamo schiantati e questo, lungi di indurlo alla riflessione, lungi dall’indurlo a “lasciare la Politica” come da solenne e libero impegno preso con 60 milioni di italiani lo ha fatto precipitare in un loop di rancore e smania di rivincita da pokerista fallito. La volontà narcisistica di imporre se stesso, le sue sorti, il suo volto sopra ogni altra cosa. Ancora Shakespeare, ma questa volta Macbeth:

Dicon taluni ch’è stato colto da pazzia. Altri, che l’odiano un po’ meno, dicon soltanto ch’è posseduto da una coraggiosa furia. Una cosa soltanto è certa, e cioè ch’egli non riesce ad allacciare la sua causa disperata alla cintura della giustizia

Mi si potrebbe dire “Ma tu sei ossessionato da Renzi, la Politica è anche altro“. Vero, la politica è anche altro. Ma cosa? E’ sentirsi parte, è pensare di condividere idee, valori e un percorso con altri. Ma come? ma con chi?

In questi anni ho fatto “la mia parte”. Da eletto nella Direzione Regionale del PD. Non ho mai mancato una convocazione: ho partecipato a tutte le riunioni, arrivando puntuale e non andandomene mai prima della conclusione. Neppure quando il tema era troppo noioso o quando si toccavano argomenti sui quali non sono in grado di intervenire. Neppure quando siamo stati convocati di sabato, in luglio, con il caldo, durante Wimbledon. E non ho mai avuto la sensazione che servisse a qualcosa.

In questi anni di politica regionale ho presieduto un forum tematico, scritto (e visto approvare all’unanimità) ordini del giorno su riforma del Partito, conferenza programmatica, legge elettorale regionale. Preso parte a riunioni dedicate all’acqua pubblica, alla riforma sanitaria, al welfare regionale, alla riforma degli enti locali, ai fondi per cultura e teatri, all’agricoltura regionale… E mai una volta, dico una volta, si è inciso in qualcosa. O non siamo stati messi nella condizione di deliberare modifiche o proposte integrative “perché Debora ha deciso così, perché bisogna fare subito, perché altrimenti viene giù tutto” oppure – molto semplicemente – il deliberato è stato ignorato.

Ci siamo sentiti raccontare, mese dopo mese, che a Roma il governo era bravissimo, che le riforme stavano cambiano in meglio il Paese, che l’Europa era fiera di noi, che il clima era positivo e anche nella nostra Regione la giunta era splendida, il consiglio lavorava bene, le città amministrate in modo ottimo, le scelte legislative tutte nella giusta direzione, senza neppure una macchia nel nostro vestito bianco… Eppure perdevamo sempre. Perdevamo credibilità. Perdevamo iscritti. Perdevamo elezioni. E mai una riflessione, mai una analisi, mai una chiave di lettura che non fosse “abbiamo ragione, ma abbiamo comunicato male” perchè – per citare una delle frasi preferite di Debora Serracchiani – “siamo quello che comunichiamo”.

No cara Debora, forse nel breve periodo siamo “quello che comunichiamo”, ma nel medio-lungo siamo anche quello che facciamo. Siamo anche quello che siamo.

Non ti piace il tuo leader nazionale, non ti senti valorizzato nella dimensione locale, ma resta, resta per la tua comunità“. Quale? All’atto della fondazione del Partito Democratico gli iscritti erano circa 800.000, quando fu eletto Pierluigi Bersani erano ancora più di 500.000 oggi siamo – forse – a 180.000. Dove è finita quella “comunità”? in una scissione lenta, silenziosa, ignorata e dolorosa. Il cupo spegnersi di un partito che ha smesso di offrire senso di appartenenza ed è diventato un po’ come il PSDI degli anni ’80: un partito di assessori, di nominati nelle partecipate, di portaborse o di gente che aspira a diventare assessore, nominato o portaborse. Sono loro che hanno in mano il partito. Che ne presidiano ogni anfratto. E si muovono solo sulla base della convenienza di breve periodo.

Poi ci sono i giovani falchetti. Quelli che credono – come gli ha insegnato “Matteo” – che tra Marchionne e la Cgil dobbiamo stare con Marchionne. Quelli che pensano di aver diritto a tutto e subito perché in base alla retorica del “merito” basta aver preso 30 e lode in Comunicazione d’Impresa (che poi sarebbe un 23 con il vecchio ordinamento…) per meritare di “essere leader”. E chi è rimasto sotto nella scala sociale, cazzi suoi. Dimenticando che la “meritocrazia” se disgiunta da empatia e solidarietà è solo egoismo di classe. Frigna di privilegiati. E’ gente di destra, ma fingono di non esserlo.

Non è tutta colpa loro però, sono vittime della brutta politica degli ultimi 20 anni: quella che per nascondere la vittoria del peggior capitalismo e l’asservimento alle sue logiche delle classi dirigenti di ogni nazione si è inventate chiavi di letture volte a mettere i vecchi contro i giovani; gli italiani contro “gli altri”; chi ha studiato contro chi non ha potuto farlo; un pezzo d’Europa contro un altro… il tutto tenuto assieme con pensierini positivi su un mondo migliore che la Globalizzazione e le nuove tecnologie ci riserveranno. Sulle straordinarie opportunità di un futuro che non arriva mai… Io invece sono troppo vecchio per bermi le fesserie jovanottiane, non ho mai creduto che

a questo mondo esista solo una grande chiesa 
che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa
passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano

Queste imbecillità le lascio dire ad Andrea Romano per la gioia del pubblico plaudente della Leopolda 2014. Io penso invece che la realtà sia molto più complessa di così e che la Politica se non è sforzo intellettuale, se non è ricerca, se non è dubbio non sia nulla.

Ma ci sono anche tante persone perbene. Persone che soffrono per i deboli, persone che al referendum votano SI anche se il cuore dice NO perché “dobbiamo stare uniti”. Persone che fanno i banchetti, distribuiscono i volantini, trascorrono ore al freddo sotto i gazebi perché pensano che in fondo noi siamo meglio degli altri. Perché dobbiamo fare quanto possibile per impedire alla destraccia di Grillo o Salvini di prendere il potere. Gente che ha un disperato bisogno di cose positive da rivendicare, che crede alla buonafede dei suoi dirigenti. Gente disperatamente onesta e perbene, che non riesce a credere che non lo siano anche tutti gli altri iscritti al proprio partito.

Gente che non chiede mai nulla per sé stessa. Gente che crede nei miei stessi valori: solidarietà, uguaglianza, lavoro, ambiente, giustizia, democrazia e onestà. Valori antichi. Valori berlingueriani. Sono gli uomini e le donne che mi mancheranno quando sarò fuori. Che sono sicuro rincontrerò un giorno e mi vorranno bene come me ne hanno sempre voluto. Persone che oggi sto deludendo andandomene perché credono realmente che sia giusto “discutere tra noi” e non si accorgono di quanto sia diventato inutile. Sono le facce e i volti onesti che mi commuovono quando mi tornano in mente e ai quali non devo pensare troppo, altrimenti non avrò il coraggio di prendere la mia barca e andare in mare aperto.

Dove non lo so. Dal PD mi aspettavo molto, dal nuovo partito non mi aspetto nulla. Lo seguo per senso di lealtà verso i pochi compagni che in questi mesi hanno condiviso con me la battaglia per la difesa della nostra Costituzione. Ma non sarà un punto di arrivo, perché so che continuerò a cercare.

Non smetterò di cercare un modo e un’idea per tenere in vita le cose nelle quali credo, non solo per me ma anche per quei compagni e quelle compagne che oggi non mi seguono o non mi capiscono. Continuerò a cercare, anche per loro.

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L’emozione di un istante

Ieri sera su Sky ho visto un filmino risibile: “Una notte con la Regina”, del 2015.

Il film parte da un aneddoto storico realmente verificatosi: TRH le principesse Elizabeth e Margaret insistono per uscire in incognito dal Palazzo e godersi anche loro un po’ della “Victory Night” dell’8 maggio 1945, per un po’ si perdono le loro tracce e sorge qualche qui pro quo ma alla fine rientrano a Buckingham Palace per l’una di notte o giù di lì.

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La vicenda storica è la scusa per mettere in piedi una storiella risibile, a metà tra gli orridi film di Sissi degli anni ’50 (avrete certo presente, Rai1 li replica ogni estate, senza pietà) e un Tempo delle Mele declinato in versione Land of Hope and Glory, con tutto l’ovvio corollario di equivoci, di fughe, di capitomboli, di baci rubati e riccioli rapiti.

am1010933Insomma un film sciocchino, ma ne avevo bisogno dopo 48 ore ininterrotte dedicate alla scissione del PD. Un film del quale non mi è rimasto nulla, tranne un attimo, lungo un minuto, forse meno. La folla si è accalcata davanti a Buckingham Palace in attesa che Giorgio VI compaia sul balcone allo scadere della mezzanotte, momento nel quale la guerra in Europa si sarebbe ufficialmente conclusa e nel mucchio c’è, ovviamente, anche la principessa Elizabeth (dove sia Margaret, non si sa, persa dalle parti di Piccadilly).

Si sente il countdown della folla verso la mezzanotte e poi il Big Bang che batte la fine ufficiale della guerra. E prima della gioia collettiva c’è l’istante di silenzio con i volti delle persone. I volti di chi è sopravvissuto ai bombardamenti, alle missioni militari. I volti di chi è sopravvissuto ma ha subito delle perdite: un padre, un figlio, una madre, un’amore… E poi si vedono due anziani che si baciano, perché sono ancora insieme e si sono salvati entrambi.

Ecco quel momento è commovente, emozionante. E se quell’istante riesce a toccare le corde dell’anima anche quando rievocato in un brutto film mi chiedo, diamine, che emozione deve essere stata viverlo davvero? Quale gioia piena, libera e totale, mista a malinconia e rimpianto deve essere stato il suono di quella campana che segnava la fine dell’Incubo? Non posso immaginare neppure lontanamente cosa possa aver provato quella folla, ma posso essere certo di una cosa: chi è vivo lo ricorda ancora.

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L’Amore al tempo delle “App”…

Francesca aprì nervosamente la portiera dell’auto, gettò cappotto e borsetta sul sedile posteriore, si sedette e – come sempre prima di avviare il motore – gettò uno sguardo allo specchietto retrovisore per sistemarsi la frangia. Naturalmente impeccabile.

Era San Valentino, un giorno che qualcuno ha deciso – chissà mai quando – di consacrare all’amore e agli innamorati. E lei era innamorata o almeno così credeva. Ma non era felice e in fondo al cuore, di notte, una vocina le diceva che non era ricambiata e che lui la teneva così, in mancanza di meglio, un po’ madre, un po’ amante un po’ punching ball. Però a San Valentino non è bello stare soli e avere qualcuno è pur sempre meglio che non aver nessuno, così aveva deciso di salire in auto e andare a fargli una sorpresa, per riconciliarsi dopo la litigata del giorno prima e passare la serata e la notte assieme. Perché febbraio è un mese freddo e abbiamo tutti bisogno di sentire un po’ di calore.

La strada la conosceva, ma per abitudine accese il navigatore dello smartphone e la solita voce femminile e metallica disse “ciao, sono Laura, come posso aiutarti?”. Francesca diede l’indirizzo e il viaggio ebbe inizio…

  • Tra 400 metri svolta a destra e imbocca viale Piemonte

Mentre guidava lungo la strada già buia, immersa nei suoi pensieri, sentì nuovamente la voce metallica:

  • Tra 200 metri svolta a sinistra. All’altezza del Pronto Soccorso dove sei stata il mese scorso fingendo di essere caduta.

Francesca ebbe un sussulto.

  • Chi ha parlato?
  • Sono stata io, Laura.
  • Ma com’è possibile? Tu parli?
  • Certo che parlo. Sei tu che non chiedi mai nulla, a parte il percorso verso strade che conosci benissimo. Quindi anche oggi andiamo da quell’idiota?
  • Come fai a dire che è un idiota? E come ti permetti…
  • Lo so benissimo che è un’idiota. Vi ho sentito litigare un sacco di volte e la scorsa settimana hai pianto tutta la strada. E’ stato patetico.

“Non può essere vero” pensava Francesca… “Non è possibile che stia parlando con un oggetto inanimato come se fosse una persona vera”. Si accese nervosamente una sigaretta rimanendo in silenzio.

  • Tra 150 metri imbocca la rotonda e prendi la seconda uscita. Ti troverai sulla provinciale 3. Se proprio ci tieni…
  • Non è uno stronzo come sembra. E’ solo una persona complicata e spaventata.
  • Tutte le persone complicate e spaventate urlano, alzano le mani e tradiscono?
  • A volte sa essere adorabile, tu non lo sai. Sabato scorso è stato bellissimo.
  • Sabato scorso sei stata in un ristorante di lusso e non vi siete praticamente parlati fino a quando non sei entrata in casa sua. Lo so perché lo hai scritto in un messaggio Whatsapp a Gaia…
  • Che ne sai tu di cosa scrivo io?
  • Stare eternamente dentro uno smartphone è noioso. Tra app facciamo un po’ di gossip, che altro dovremmo fare altrimenti? Tra l’altro quel ristorante era pure mediocre…
  • Mediocre? Ma se si mangia benissimo!
  • Me lo ha detto un tale, che conosce un tale che fa uno stage nel motore di ricerca di TripAdvisor. Loro sanno. E poi lui è uno bravo, prima lavorava come algoritmo su Google.
  • Però ci sono dei giorni che mi fa stare bene, mi fa sentire importante, mi rende serena.
  • Non ti rende serena, ti rende idiota. Quando le cose vanno bene al ritorno senti sempre Fedez. Ed è una tortura! Io sono nata negli anni ’90! Lo sviluppatore sentiva i Nirvana, sono cresciuta con Smell Like Teen Spirit, pensi che possa sopportare per ore stupidaggini come “Quante volte ad un «ti amo» hai risposto, “No, non posso… Hai provato dei sentimenti e non ti stanno bene addosso”. Cazzo, hai quasi 40 anni, ma si può?
  • Come fai a sapere la mia età?
  • Fai un po’ tu, tutte le tue password hanno dentro il 1977… Pensa che il mese scorso pensavo di iscriverti a Tinder, ma ci ho ripensato, mi pareva troppo.
  • Ci sarebbe mancato solo quello! E comunque a me Fedez piace!
  • Per me ascoltarlo passati i 14 anni è imperdonabile. E poi quando sei in quello stato scrivi cose farneticanti, come quel ridicolo messaggio sdolcinato che siamo riusciti a non inviare!
  • Cosa? Come ti sei permessa? E poi, siamo chi?
  • Io e gente di Whatsapp, te l’ho detto. Gente fidata, stai tranquilla.

Lungo la strada non c’era praticamente traffico, ormai mancavano pochi chilometri all’arrivo. Allora lo avrebbe rivisto e forse si sarebbe sentita meglio. E tutta quella ridicola conversazione sarebbe stata sepolta in un antro del cervello, come qualcosa mai esistito.

  • Comunque, a te cosa importa dove vado?
  • Mi importa perché sei una persona buona, lo so, fai sempre le donazioni via sms, un paio di volte le ho pure annullate perché erano imbrogli!
  • Che ne sai tu che fossero imbrogli?
  • Nel nostro ambiente abbiamo tutte qualche nozione di phishing, è fondamentale per non finire nei pasticci.
  • Ti sono grata.
  • Oggi lo sei, ma due settimane fa hai detto che ero stronza, ma eri fuori di te, ti ho solo punita allungandoti un po’ la strada un paio di volte e portandoti a perder tempo in mezzo a un cantiere.
  • Quando ti ho detto che eri stronza? Io non ti avevo mai parlato fino ad ora…
  • Quando dovevi andare alla prima lezione del corso di pilates. Mi sembrava un po’ una fesseria ma ero contenta, ho pensato “finalmente fa qualcosa per sé stessa”. Peccato però che mi hai chiesto di andare in via Mentana, mentre la palestra è in via Montana. Capita, ma ci siamo trovate in mezzo al nulla e tu al telefono hai urlato a Gaia che eri in ritardo perché “quello stronzo del navigatore mi ha portato fuori strada”. Tra l’altro, parlarmi al maschile! Non sono mica Luca!
  • Chi è Luca?
  • Il mio collega, tu non lo utilizzi mai. Devi sapere che ogni app di navigazione ha anche la voce maschile. Però si suppone che guidino i maschi e ai maschi piace sentire una voce di donna che un po’ li serve e un po’ li guida. E’ una cosa biecamente retrograda, ma funziona così. E comunque, se sbagli strada, almeno il navigatore non te lo rinfaccia a tavola.
  • E’ un mondo così meschino? Così a misura di maschio?
  • Certo che lo è. E tu lo confermi andando non invitata a casa di un uomo che non ti ama. O non ti ama abbastanza.
  • Lui mi ama per metà, ma io lo amo una volta e mezza. La somma fa due, forse funziona.
  • Non funziona così, mezzo più uno e mezzo non fa due. Non in questo caso.
  • Anche questo lo ha detto il tuo amico che lavora come algoritmo?
  • No, lo so io e basta.

Per qualche minuto nell’abitacolo ci fu silenzio, mentre l’auto entrava nell’isolato dove abitava Lui. Francesca era spaventata. Sarebbe stato contento di vederla? Sarebbe stato in casa? Sarebbe stato da solo? Avrebbero litigato di nuovo o ci sarebbe stata la serata che lei sperava, una di quelle magiche che solo lui sa regalare, le poche volte che vuole farlo?

  • Tra 150 metri svolta a destra e imbocca via delle Mimose.

Francesca seguì l’indicazione della voce metallica diventata ormai così intima e si fermò davanti al condominio con la siepe di lauro dove abitava Lui. Non spense il motore.

  • Sei arrivata a destinazione.

Era questa la sua destinazione? Un palazzetto di sei appartamenti un po’ mal tenuto? Con dentro una persona scostante, fragile, complessata e imprevedibile? E’ davvero così brutto essere soli?

  • Ho cambiato idea, guiderò ancora un po’, devo schiarirmi le idee e ho voglia di piangere.
  • Quando hai voglia di piangere vuoi sempre ascoltare spazzatura vittimistica. Ma non ti voglio vittima, niente Fedez ti prego, cambiamo un po’…
  • Hai in mente qualcosa?
  • Pensavo a We Have All the Time in The World. Ma non quella di Louis, quella dei Fun Lovin’ Criminal. Brutto film, ma bella canzone.
  • Che ne sai che è un brutto film?
  • Due mesi fa quando Android si è impallato c’è stato molto trambusto e io sono finita per errore in Google Movie. Così ho sbirciato…

La musica invase l’abitacolo mentre Francesca guidava non sapeva bene dove e neppure perché… un ritmo a un tempo dolce e incalzante, parole romantiche ma nette. Si era un brano ben scelto…

Every step of the way will find us
With the cares of the world far behind us 

  • Laura, mi puoi condurre a casa?
  • Mi pare una buona idea. Tra 200 metri immettiti nella rotonda e prendi la prima uscita e imbocca viale del Risorgimento. Tra 45 minuti sarai giunta a destinazione.

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Commencing countdown, engines on…

Anche il 2016 chiude i battenti.

E’ stato un anno pieno di ombre con qualche luce, ma a ben vedere non cattivo, forse perché ho smesso da tempo di credere che il futuro possa essere interamente luminoso e man mano che il tempo passa ed io invecchio ho sostituito i grandi sogni con i piccoli obiettivi e in fondo funziona bene anche così.

Perché per invecchiare si invecchia. Nulla di drammatico, ovviamente… Ma inizio a sentire qualche scricchiolio nella vecchia struttura, la mattina appena alzato cigolo un pochino e per leggere devo togliermi gli occhiali perché la messa a fuoco mi riesce più difficile. E sono più distratto: quest’anno sono caduto a braccia avanti come Gatto Silvestro e mi sono rotto l’omero e in un’altra circostanza sono ruzzolato dalle scale incrinando un paio di costole: non rompevo nulla dal 1979, quando feci il bullo sullo skateboard al parco giochi di Chiavris, quindi è vero che invecchiando si torna un po’ bambini…

3147092Tra le cose buone dell’anno c’è stata la pubblicazione di un volume che ho curato e molto amato, dedicato ai 50 anni di attività del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia. Un lavoro faticoso, ma reso più leggero dal fatto di averlo scritto con alcuni tra i miei amici più cari. E poi – a riempirmi l’anno – la battaglia referendaria, l’impegno più intenso, coinvolgente, faticoso e gratificante in quasi 25 anni di politica sul campo. Decine di incontri che mi hanno fatto toccare con mano l’amore e la passione di molte, moltissime persone per le nostre istituzioni democratiche, per la Costituzione e quello che significa e potrà significare in futuro. Per 9 mesi ho girato come una trottola – pigro come sono – e molti sono stati i momenti emotivamente forti, uno per tutti: aver conosciuto i genitori di Giulio Regeni a margine della serata di Fiumicello. Ed io, che ho sempre la bocca piena di parole, sono stato in silenzio, perché sarebbero state tutte inutili.

Il referendum mi ha portato a Bruxelles, Parigi e Londra e ho rivisto vecchi amici, ne ho conosciuti di nuovi e soprattutto ho toccato con mano la stima e l’affetto di molti miei ex studenti che, a distanza ormai di anni, mi hanno scritto, telefonato, cercato. Tra loro – su tutti – Francesca che ha lottato per organizzarmi la serata di Bruxelles e due messaggi che ho ricevuto a sorpresa e mi hanno convinto che forse, nel mio piccolo e con tutti i miei limiti, nella mia vita di professore ho fatto più bene che male:

Il primo diceva:

Salve professore, spero che lei stia bene. Stasera ho seguito il dibattito tra Renzi e Zagrebelsky e volevo ringraziarla veramente di cuore per averci dato, durante le sue lezioni, gli strumenti per capire a fondo il discorso del professore. Se oggi non mi incantano le cialtronerie grossolane di oratori-lampo in dibattiti dove predomina il mordi e fuggi ma trovo molto più assennate e concrete le parole attente e necessariamente lunghe che un discorso sul diritto costituzionale richiede, lo devo a lei. 

Il secondo invece, nella notte del voto:

Grazie, Professore. Grazie per avermi insegnato il diritto costituzionale con un corso da 60 ore di cui solo 30 erano pagate. Grazie per avermi ispirato con le sue lezioni, con i suoi articoli e con i suoi interventi sui social network. Ma soprattutto grazie per i suoi sforzi in questi mesi: per la campagna a favore del no, per il coraggio di navigare contro il suo partito e per l’eleganza di non cadere nella brutta propaganda di ambo le parti. Avendo votato, questa vittoria è anche mia. E gliela dedico di cuore.

Grazie anche a voi ragazzi, per la vostra cortesia e per il vostro perdurante affetto.

Altre cose buone sono accadute nel 2016. Ho visitato Waterloo, mio sogno d’infanzia. Ho unito una giovane coppia in matrimonio e vi garantisco che la cosa non lascia indifferenti, anzi. Ma soprattutto per tutti i 12 mesi sono rimasti al mio fianco i miei amici più cari, che sopportano stoicamente il mio carattere spigoloso e difficile, i miei bronci e i miei momenti di improvvisa malinconia. La mia gratitudine per loro è raramente espressa, ma sempre presente.

Naturalmente, vi sono stati anche momenti negativi o tristi, ma perché ricordarli? Sono passati, è tempo di guardare avanti. Cominciare il conto alla rovescia e accendere i motori, come dice il verso di una canzone di David, che ha scelto questo anno bisesto per spostare la sua arte infinita in un’altra dimensione, a noi ignota.

Un sincero augurio di buon 2017 a tutti i lettori di questo blog.

Questo post è dedicato in particolare (e in ordine casuale) a Sandrina, Uffo, Nalisa, Paolotta, GioPermy, Giacomino, Daniele, Marcorossi, La Catta, Andrea Snaddy, Dado, Cristina & Emanuele, Francesca Alice, Andrea & Francesca, Federico e Guido Alberto e a tutti quelli che ho dimenticato, ma solo perché gli anziani perdono la memoria di tanto in tanto… 

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La decadenza dell’Invettiva

Non mi ha offeso il “faccia da culo” di Roberto Giachetti a Roberto Speranza. Lo capisco, anche a me talvolta scappa la frizione e – magari su Facebook o su Twitter – scrivo cose delle quali 10 minuti dopo mi pento.

Però quando parlo in pubblico, guardando la gente negli occhi non mi accade. Alle volte ho dovuto fare la guerra con me stesso perché anche io ho una piccola lista di All Stars con la faccia a deretano e non sapete quanta voglia talvolta abbia di nominarli uno a uno. Ma quando incarni una funzione, quando non ti esprimi solo per te stesso ma rappresenti un gruppo, un’istituzione o – anche semplicemente – ti è consentito di parlare mentre altri non avranno il medesimo privilegio, allora le cose cambiano.

Io – grazie ai valori che mi sono stati insegnati da bambino e ho consolidato crescendo e invecchiando – so che chi parla in pubblico ha sempre, in qualsiasi contesto una funzione “didattica”. Deve cioè trasmettere informazioni, nozioni, punti di vista o chiavi di lettura ed è attraverso questo contributo intellettuale che porta un mattoncino alla crescita collettiva della comunità alla quale si sta rivolgendo. Sia essa un aula di studenti, un circolo di partito, il pubblico di un convegno o un gruppo di amici.

E se si vuole ferire lo si può fare ma con l’arma della critica dura e argomentata, del paradosso o dell’ironia, perché anche l’insulto deve essere – nella sua composizione stilistica e formale – un momento di “progresso” nella qualità del dibattito. Tempo fa in una riunione di partito avrei voluto dire che Matteo Renzi è insopportabilmente borioso, ma ho evitato e solamente suggerito – alla nostra vicesegretaria nazionale che tanto gli vuol bene – di donargli un’akakia da tenere sempre con sé. Si tratta del rullo di seta viola contenente polvere di tombe, che gli Imperatori Bizantini portavano nelle cerimonie pubbliche per ricordare a sé stessi che pure loro erano mortali e sarebbero finiti così, perciò vedessero di darsi una calmata… Il concetto è lo stesso, la forma cambia. Ma la forma è parte del contenuto quando ci si relaziona agli altri.

Il problema non è Giachetti – cosa vuoi aspettarti da uno che presiede la Camera dei Deputati con la barba sfatta e senza cravatta – ma lo scadimento complessivo del livello culturale e intellettuale anche dell’invettiva. Nel 1946 – ai tempi dorati della Costituente – durante uno scontro su non ricordo cosa Francesco Saverio Nitti diede del “Licurgo del confusionismo italico” a Meuccio Ruini, presidente della “Commissione dei 75”.

Non gli ha detto “sei un casinista” come certo direbbe Giachetti. Ha scelto di ferirlo non solo con il concetto, ma anche con la forma perfidamente colta e raffinata. Ed è anche per questa ragione che sono contento che la riforma costituzionale sia stata sonoramente bocciata. Perché la gente che pretendeva di riscrivere le norme fondative del nostro vivere civile non è neppure capace di insultare con un minimo di stile e fantasia. Proprio non ci arrivano.

hanno_la_faccia_come_il_culo_-_copertina_il_cuore_8_aprile_1991
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