Requiem per l’Ulivo defunto

E’ una delle immagini che ricordo della notte del 21 aprile 1996, la notte della Grande Vittoria. La folla plaudente sotto Botteghe Oscure, il balcone che si apre scricchiolando, fendendo le 1000 ragnatele formatesi in 20 anni di sconfitte una peggio dell’altra e la dirigenza del PDS che si affaccia a salutare e poi scende a mescolarsi tra la folla… E ricordo Massimo D’Alema, abbracciato da una anziana militante che lo bacia e gli dice “Bravo compagno! Bravo! Faremo una grande opposizione!”

Chi di noi non vorrebbe ritornare a quella notte? Riguardare quell’esperienza è non solo giusto, ma anche doveroso, perché la politica è più simile al rugby – un gruppo che avanza assieme e per progredire si volta all’indietro – che alla stella solitaria del calcio, che corre in solitudine in cerca del colpo di genio che ti risolve la partita.

Però sognare e ricordare l’Ulivo impone anche di rimettere in fila quelli che furono i tasselli fondamentali di quell’esperienza:

  1. un leader di grande prestigio personale e fortemente inclusivo, riconosciuto da tutti e non afferente in modo diretto a nessuno dei partiti della coalizione;
  2. una alleanza articolata su 2 motori: la sinistra riformista e il cattolicesimo democratico e popolare con un partito politico più forte degli altri – il PDS oltre il 21% – pronto a rinunciare ad ogni velleità egemonica o personalistica in favore della riuscita del progetto politico complessivo;
  3. una competizione strutturata su collegi elettorali uninominali, che favorivano la valorizzazione delle identità e delle esperienze dei singoli territori, anche sull’onda dell’entusiasmo generato dall’allora recente “primavera dei Sindaci” grazie al passaggio all’elezione diretta e all’ingresso in politica di nuovi talenti provenienti dalla c.d. società civile;
  4. la spinta alla rimodulazione/riaggregazione del campo politico seguita ai “3 fallimenti” del primo tentativo maggioritario (la legislatura 1994-1996): il fallimento della strategia gauchista di Occhetto; quello del “terzo Polo” promosso da Mario Segni, contraddittorio profeta del Bipolarismo e – infine – il fallimento della strategia delle “coalizioni a geometria variabile” che portò all’effimera vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994.

Quali delle condizioni precedenti esiste ancora oggi, per la ricostruzione di un ipotetico “nuovo Ulivo”? Forse un’altra – ancorché diversa – collezione di fallimenti, ma per il resto? Non c’è una coalizione tra pari ma un partito con velleità egemoniche e un leader non inclusivo, con una personalità fortemente narcisistica e velatamente autoritaria e una legge elettorale proporzionale, che certo non aiuta alla creazione di coalizioni ampie e plurali.

E poi manca la cosa più importante: la volontà da parte del Partito Democratico di dare vita a un progetto che affondi nella storia politica e culturale della sinistra. Dopo 4 anni di dominio renziano il PD non è più una forza della sinistra riformista, ma un partito di centro che guarda a destra: liberista e mercatista in economia, verticistico nella visione politico-istituzionale, conservatore sul piano sociale con una leggera spruzzatura di liberalismo nel campo dei diritti civili. Non c’è niente di male ad essere di centro rivolti a destra, ma non è con chi guarda in quella direzione che si ricostruisce il centrosinistra.

La fase che si apre sarà prodromica di una competizione elettorale proporzionale, perché questo prevede sia la normativa in vigore, sia il sistema elettorale in discussione alla Camera (semmai sarà ripreso). Quello che cambia tra i due modelli è essenzialmente la soglia di sbarramento: se rimarrà solo del 3% produrrà polverizzazione dell’offerta, se invece salirà al 5%, probabilmente favorirà un processo riaggregativo e ricostruttivo delle identità, passaggio fondamentale per ripartire, sapendo dove andare.

E il PD? beh, fino a quando avrà come leader un tizio che incendierebbe l’intero Pianeta se solo potesse diventare il Re delle Ceneri allora temo che quel soggetto non sarà politicamente spendibile per un disegno strategico, ma solo per qualche escamotage tattico e propagandistico.

Che è esattamente quello di cui il centrosinistra (e l’Italia) non hanno bisogno.

 

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Un civile Garden Party

Per tutta la giornata non ho aperto bocca sulla tragedia di Manchester perché – come altre volte sottolineato – detesto unirmi al “circo del dolore e del terrore”, troppo grande e odioso per essere trattato dalle mani rozze e senza stile del mondo dei social.

Però una cosa ora voglio dirla. Chi critica la Regina Elisabetta per non aver cancellato il “Garden Party” a Buckingham Palace è un emerito coglione. Non c’è nulla di più odioso per il cupo mondo del terrorismo che vedere che continuiamo a vivere. Il Garden Party è una tradizione molto amata dagli inglesi e ogni anno centinaia, migliaia di britannici di ogni età, sesso e condizione si mettono in fila per essere ammessi nei giardini di Buckingham Palace o di Holyrood Palace a Edimburgo e bene ha fatto Sua Maestà a non mandare tutti a casa ma – dopo il doveroso minuto di silenzio – far vedere che il sanguinario ebete imbottito di chiodi ed esplosivo che ieri notte ha posto fine alla sua ripugnante e malvissuta esistenza non l’aveva avuta vinta.

Scrivevo in un post del 2015 (perché l’Incubo va avanti da un bel po’ ormai…):

Odiano che viviamo le nostre vite da donne e uomini liberi. Odiano che diciamo quello che pensiamo, che amiamo chi vogliamo, che ci vestiamo come ci piace, che usciamo la sera senza paura e ogni giorno ci accalchiamo sui treni, sugli autobus e sulle metropolitane, anche se il giorno prima da qualche parte qualcuno ha ammazzato un po’ di persone che stavano facendo esattamente le stesse cose.

Non so se siamo in guerra e se – nel caso – si possa vincere. Ma so cosa dobbiamo fare: niente. Continuare come sempre. Andare alle partite. Andare ai concerti. Andare al ristorante. Dire quello che pensiamo. Baciarci in pubblico. Difendere il diritto delle nostre donne di mettersi una gonna corta anche se a qualcuno da fastidio. Votare chi vogliamo.

E – ogni tanto – ricordarsi delle centinaia di persone che sono morte per aver vissuto la nostra stessa vita.

Insomma, quando la Regina dopo le bombe del 2005 disse “those who perpetrate these brutal acts against innocent people should know that they will not change our way of life” aveva come sempre ragione e – dall’alto della sua carica vitalizia, ereditaria e non elettiva – interpretava il nostro bisogno più profondo: andare avanti.

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Il “Sapere” nell’era del Gentismo Realizzato

La Democrazia è una cosa meravigliosa ma la sua trasformazione in Oclocrazia (o Gentismo Realizzato) è invece una deriva terrificante che passa attraverso la demolizione del principio di autorità in ambiti nel quale – invece – questa va salvaguardata altrimenti tutto crolla, come un castello di carte.

Ad esempio, pensavo al fatto che alcuni anni fa in un questionario di valutazione delle mie prestazioni didattiche universitarie veniva chiesto a matricole del I° anno di indicare – tra le varie cose – se “il docente conosce adeguatamente la disciplina”. Non se il docente arriva puntuale a lezione, risponde alle domande in modo garbato o non ignora alle mail. Si chiedeva – a 19enni al primo impatto con la materia – se io “la conoscessi”. Buondio, e loro che ne sanno?

Ma pare che questo sia un talento che si impara dalle madri, dato che ricordo una volta, tanti anni fa, quando insegnavo come supplente di Diritto ed Economia in una scuola superiore che una tizia tutta agitata venne a ricevimento non per sapere come andasse il figlio a scuola, ma per contestare il voto preso dal marmocchio che sosteneva di avere diritto a un trattamento migliore. Lasciai sfogare la Madre dei Gracchi e poi mostrai la verifica, chiazzata di rosso più della toga di Cesare la sera delle Idi di Marzo. La signora lesse il compito e affermò che il figlio aveva ragione, il voto era basso e gli errori non erano gravi. Le chiesi pacatamente se lei avesse nozioni specifiche di Diritto e di Economia delle quali dovessi essere informato per intraprendere una conversazione tra pari, ma lei ritenne la risposta offensiva, il che mi valse una reprimenda dalla coordinatrice di classe. Ahimè.

Ma questa idea che “chi non sa” abbia gli strumenti per valutare – e bacchettare – chi sa non vale solo all’Università o a scuola. Due settimane fa al Pronto Soccorso per la mia distorsione al ginocchio, l’ortopedica che mi aveva visitato si trovò a dover discutere con me sul da farsi, affinché potessi esprimere in scienza e coscienza il mio “consenso informato”. Mi permisi di ricordare che ho una laurea in Scienze Politiche, sottolineando che la dimestichezza con menischi e legamenti non rientrasse tra le nozioni fondamentali di quel percorso, quindi chiesi “non trova ridicolo fingere che la nostra sia una conversazione alla pari?” e lei sorridendo risposte “un po’, ma dobbiamo farla comunque.” Così abbiamo continuato a mentire a noi stessi per un paio di minuti, durante i quali la dottoressa mi diceva cosa avrei dovuto fare per rimettermi in piedi, tenendo viva la farsa che tutto avvenisse grazie al mio consapevole consenso.

E’ la realizzazione dell’antico mito satirico di certi bestiari medievali, con gli Asini che salgono in cattedra ad insegnare le Scritture ai Vescovi o – per qualche bizzarra ragione – diventano addirittura Re, sedendo tronfi e tonti in trono.

Però a questa deriva bisogna porre un argine. Ad esempio, da alcune settimane do ripetizioni di Storia a un ragazzino delle superiori e forse è giunto il momento di smettere, ammettendo che non sono in grado.

Il libercolo sul quale il giovanotto studia prevede alla fine del prossimo succinto capitolo – che riguarderà il regno di Carlo Magno – un percorso che “attesti le competenze”. Come si fa ad ottenere “competenze” in materia di Impero Carolingio? Io purtroppo non ho “competenze” da trasmettere su questo argomento. Mi limito solo a ricordare abbastanza bene che cosa accadde, perché e con quali conseguenze di breve e lungo periodo, ma da qui ad avere “competenze” beh, questo ne passa. Quindi gli dirò “se vuoi che ti racconti la storia di Carlo e del suo tempo, lo faccio volentieri, ma per le competenze chiedi ad altri”.

Non voglio diventare l’ennesimo Asino Coronato.

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L’ambiguo risultato delle primarie PD: considerazioni a margine

1. Non so se abbiano votato 1.800.000 o 2.000.000 ma onore al lavoro di chi ha organizzato le primarie e massimo rispetto per i cittadini che hanno manifestato voglia di partecipare. L’elogio di Beppe Grillo del voto online (i cui risultati possono essere cancellati quando non piacciono al Capo, senza neppure una spiegazione) e gli insulti ai processi selettivi del PD non mi appartengono, anche se la mia distanza da quel partito è diventata siderale;

2. La leadership di Renzi più che rafforzata mi pare un po’ indebolita. Hanno votato circa 1/3 di persone in meno rispetto alla volta scorsa e – malgrado in questi 4 anni la compressione dei margini di azione delle minoranze interne sia stata spietata e continua – il suo risultato personale è rimasto sostanzialmente invariato: aveva preso il 68% nel 2013 in un partito plurale, prende il 71% in un partito ad altissimo grado di renzizzazione, con un dato di circa 650.000 consensi personali in meno (dai 1.900.000 voti renziani del 2013 ai circa 1.250.000 di oggi). Cioè una percentuale stabile a fronte di un netto calo dell’affluenza, una riduzione del pluralismo dell’offerta politica interna e un evidente calo di seguito personale.

3. Chi dice “ora Renzi sia più plurale. Ora impari dagli errori” non ha capito niente. Renzi è sempre Renzi e – soprattutto – i renziani sono sempre i renziani (il che è pure peggio, basta un rapido giro di tweet per accorgersene). Renzi non ha l’intelligenza fredda e raffinata dello statista: è più scaltro che intelligente e più dotato di “killer instinct” animale piuttosto che di pazienza strategica e quindi il risultato di ieri servirà solo a produrre nuove turbolenze, nuovi proclami, nuovi conflitti, a cominciare da quelli con il Governo. Il successo di Renzi si rivelerà un ennesimo fattore di instabilità per il sistema.

4. Nel 2013 il PD era un partito plurale, con una naturale vocazione a unire altre forze, a farsi perno di coalizioni più vaste. Oggi il PD è sostanzialmente isolato, più o meno come lo è il M5S: sono forze politiche gonfie di voti ma in mano a capi che non concepiscono la politica come rapporto tra soggetti diversi parimenti legittimati e parimenti portatori di istanze degne di essere prese in considerazione: Renzi e Grillo hanno una visione totalizzante e egotica della leadership, possono concepire solo una politica alla “o la va, o la spacca” e il timore vero è che andiamo verso una fase di “muro contro muro” che non produrrà nulla di buono per il Paese.

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He’s still standing

Cercavo di ricostruire a quando risale il mio primo ricordo di Sir Elton John, fresco 70enne… Credo fosse un poster nella camera d’albergo che dividevo con mia cugina nell’albergo dei suoi genitori, quando avevo forse 10 anni, magari pure meno… Ricordo che mi incuriosiva e mi inquietava dormire con sopra alla testa quel tripudio di colori e facce stravaganti…

La prima canzone che ricordo con certezza mi sia piaciuta è Blue Eyes, del 1982. Una canzone smelensa e pacchiana, con un piano discreto e poco originale che – all’epoca, in piena fase new romantic – mi sembrava a dir poco epico. Ma avevo poco più di 14 anni quando si iniziò a sentire nelle radio, ci vuole comprensione…

In realtà Blue Eyes rappresenta benissimo Sir Elton: 3 minuti di raffinatezze e kitscherie e non capisci mai quando termina una e inizia l’altra. Come la sua vita, come la sua carriera, con un alternarsi di crisi e rinascite, di solitudini e glamour, di principesse morte e squadre di calcio comprate e fatte fallire, di regine vere con tanto di spada e spose fasulle … E tra una stravaganza e l’altra, qualche gioiello luminosissimo, di quelli che tutti conosciamo e molti di noi amano.

Dovendo sceglierne una e una sola è forse impossibile… Your Song? Rocket Man? Goodbye Yellow Brick Road? Sorry Seems to Be the Hardest Word? … L’elenco è lungo, forse troppo. Tanto vale ricordarlo con una canzone, carina e nulla più, ma importante perché è il solo 45 di Elton che abbia mai comprato: I’m Still Standing, qui in una versione particolarmente chiassosa, con tanto di parrucca alla Tina Turner, solo in tonalità vinaccia…

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Barbarus hic ego sum, quia non intellegor illis

Io qui sono come straniero, poiché nessuno riesce a comprendermi.

E’ una citazione di Ovidio (almeno credo) e rispecchia molto bene il mio stato d’animo quando ripenso agli ultimi anni di militanza nel Partito Democratico, sfociati in una scissione tanto dolorosa quanto inevitabile.

Su quanto sta accadendo in seno al PD si sente e si legge di tutto, spesso ad opera di gente esterna che parla senza sapere, senza capire e senza riflettere. E maneggia con mani rozze il cuore e l’animo di centinaia di migliaia di persone che hanno dedicato tempo e passione per costruire un progetto politico che oggi – pur nella sua disastrosa condizione – resta il solo soggetto politico organizzato di questo nostro disgraziato Paese, in balia di populismi, estremismi, partiti-azienda e partiti-setta. Per questo la scelta tra Leave o Remain non può essere fatta in modo superficiale, va meditata razionalmente. E così mi sono sforzato di fare, facendo una lista, fedele alla mia convinzione che le scelte politiche debbano essere guidate dalla fredda logica, dall’analisi oggettiva della realtà, dalla valutazione dei pro e dei contro. Nella mia lista ho messo tutto: le prospettive future del partito, le logiche del sistema elettorale proporzionale, i rischi per il Paese, la convinzione che la leadership renziana sia alla frutta, le mie sorti personali… Insomma ho vagliato tutto e comunque la leggessi la risposta della “lista” era una sola: Remain. Restare nel PD, tenere duro, non andarsene e combattere dall’interno. Ho stracciato la lista e ho scelto di andarmene, ho scelto il Leave. D’istinto, di cuore, di getto.

Ho scelto di andarmene perché non penso che Matteo Renzi sia una persona perbene e non accetto di essere guidato da un leader che reputo – sul piano etico/morale – inferiore agli standard minimi che mi sono dato da quando, all’inizio degli anni ’90, presi la mia prima tessera del PDS. In Renzi rivedo Bettino Craxi, ma senza la stessa intelligenza politica e senza lo stesso raffinato disegno. Vedo un uomo rovinato dall’amore per sé stesso, roso da una ambizione probabilmente insaziabile, ammaliato dai benefit che il potere comporta e circondato da una masnada imbarazzante di trafficanti, di affaristi e di poltronari, il cui regista – Luca Lotti – mi pare a naso un tipo che presto o tardi finirà nei guai. Guai seri. E ci finirà con tutte le scarpe.

Vedo in Renzi un leader che non ha costruito una classe dirigente ma ha scelto di circondarsi essenzialmente di sciocchi o di leccapiedi. Un partito in mano a gente che in un mondo normale sarebbe tenuta ai margini, forse relegata a consiglieri comunali di qualche città sventurata. E invece, citando Riccardo III

il mondo è diventato così malvagio che gli scriccioli fanno manbassa dove le aquile non osano posarsi. Da quando ogni villano è diventato gentiluomo, molti gentiluomini sono svillaneggiati“. E #Ciaone a chi non gradisce, tanto per citare uno dei più raffinati maître à penser del Pantheon renziano…

Nella mia vita di piccolo, inutile militante politico altre volte non ho amato o condiviso le scelte della dirigenza del mio partito: ho molto criticato Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini o Enrico Letta. Hanno fatto errori, talvolta bassezze. Ma non ho mai pensato che a guidarli fosse prevalentemente la ricerca dell’interesse personale su quello collettivo. Oggi non è più così: penso che in linea di massima la classe dirigente renziana non abbia né la cultura, né il rigore morale necessario per separare le sorti del partito e del Paese da quelle di un capo che ha smarrito sé stesso.

All’origine fu il “disastro” delle Europee. Dico disastro perché quel 40.8% ci ha rovinati, come capita a volte alla gente semplice che perde la brocca dopo aver vinto alla lotteria e in capo a qualche anno si trova più povera e sola di prima. A quel punto è iniziato un vero delirio di onnipotenza che non si è fermato davanti a nulla. Un delirio che ha prodotto la folle campagna elettorale referendaria, con la Costituzione in secondo piano e Lui sul Balcone con le mani sui fianchi. Ci siamo schiantati e questo, lungi di indurlo alla riflessione, lungi dall’indurlo a “lasciare la Politica” come da solenne e libero impegno preso con 60 milioni di italiani lo ha fatto precipitare in un loop di rancore e smania di rivincita da pokerista fallito. La volontà narcisistica di imporre se stesso, le sue sorti, il suo volto sopra ogni altra cosa. Ancora Shakespeare, ma questa volta Macbeth:

Dicon taluni ch’è stato colto da pazzia. Altri, che l’odiano un po’ meno, dicon soltanto ch’è posseduto da una coraggiosa furia. Una cosa soltanto è certa, e cioè ch’egli non riesce ad allacciare la sua causa disperata alla cintura della giustizia

Mi si potrebbe dire “Ma tu sei ossessionato da Renzi, la Politica è anche altro“. Vero, la politica è anche altro. Ma cosa? E’ sentirsi parte, è pensare di condividere idee, valori e un percorso con altri. Ma come? ma con chi?

In questi anni ho fatto “la mia parte”. Da eletto nella Direzione Regionale del PD. Non ho mai mancato una convocazione: ho partecipato a tutte le riunioni, arrivando puntuale e non andandomene mai prima della conclusione. Neppure quando il tema era troppo noioso o quando si toccavano argomenti sui quali non sono in grado di intervenire. Neppure quando siamo stati convocati di sabato, in luglio, con il caldo, durante Wimbledon. E non ho mai avuto la sensazione che servisse a qualcosa.

In questi anni di politica regionale ho presieduto un forum tematico, scritto (e visto approvare all’unanimità) ordini del giorno su riforma del Partito, conferenza programmatica, legge elettorale regionale. Preso parte a riunioni dedicate all’acqua pubblica, alla riforma sanitaria, al welfare regionale, alla riforma degli enti locali, ai fondi per cultura e teatri, all’agricoltura regionale… E mai una volta, dico una volta, si è inciso in qualcosa. O non siamo stati messi nella condizione di deliberare modifiche o proposte integrative “perché Debora ha deciso così, perché bisogna fare subito, perché altrimenti viene giù tutto” oppure – molto semplicemente – il deliberato è stato ignorato.

Ci siamo sentiti raccontare, mese dopo mese, che a Roma il governo era bravissimo, che le riforme stavano cambiano in meglio il Paese, che l’Europa era fiera di noi, che il clima era positivo e anche nella nostra Regione la giunta era splendida, il consiglio lavorava bene, le città amministrate in modo ottimo, le scelte legislative tutte nella giusta direzione, senza neppure una macchia nel nostro vestito bianco… Eppure perdevamo sempre. Perdevamo credibilità. Perdevamo iscritti. Perdevamo elezioni. E mai una riflessione, mai una analisi, mai una chiave di lettura che non fosse “abbiamo ragione, ma abbiamo comunicato male” perchè – per citare una delle frasi preferite di Debora Serracchiani – “siamo quello che comunichiamo”.

No cara Debora, forse nel breve periodo siamo “quello che comunichiamo”, ma nel medio-lungo siamo anche quello che facciamo. Siamo anche quello che siamo.

Non ti piace il tuo leader nazionale, non ti senti valorizzato nella dimensione locale, ma resta, resta per la tua comunità“. Quale? All’atto della fondazione del Partito Democratico gli iscritti erano circa 800.000, quando fu eletto Pierluigi Bersani erano ancora più di 500.000 oggi siamo – forse – a 180.000. Dove è finita quella “comunità”? in una scissione lenta, silenziosa, ignorata e dolorosa. Il cupo spegnersi di un partito che ha smesso di offrire senso di appartenenza ed è diventato un po’ come il PSDI degli anni ’80: un partito di assessori, di nominati nelle partecipate, di portaborse o di gente che aspira a diventare assessore, nominato o portaborse. Sono loro che hanno in mano il partito. Che ne presidiano ogni anfratto. E si muovono solo sulla base della convenienza di breve periodo.

Poi ci sono i giovani falchetti. Quelli che credono – come gli ha insegnato “Matteo” – che tra Marchionne e la Cgil dobbiamo stare con Marchionne. Quelli che pensano di aver diritto a tutto e subito perché in base alla retorica del “merito” basta aver preso 30 e lode in Comunicazione d’Impresa (che poi sarebbe un 23 con il vecchio ordinamento…) per meritare di “essere leader”. E chi è rimasto sotto nella scala sociale, cazzi suoi. Dimenticando che la “meritocrazia” se disgiunta da empatia e solidarietà è solo egoismo di classe. Frigna di privilegiati. E’ gente di destra, ma fingono di non esserlo.

Non è tutta colpa loro però, sono vittime della brutta politica degli ultimi 20 anni: quella che per nascondere la vittoria del peggior capitalismo e l’asservimento alle sue logiche delle classi dirigenti di ogni nazione si è inventate chiavi di letture volte a mettere i vecchi contro i giovani; gli italiani contro “gli altri”; chi ha studiato contro chi non ha potuto farlo; un pezzo d’Europa contro un altro… il tutto tenuto assieme con pensierini positivi su un mondo migliore che la Globalizzazione e le nuove tecnologie ci riserveranno. Sulle straordinarie opportunità di un futuro che non arriva mai… Io invece sono troppo vecchio per bermi le fesserie jovanottiane, non ho mai creduto che

a questo mondo esista solo una grande chiesa 
che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa
passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano

Queste imbecillità le lascio dire ad Andrea Romano per la gioia del pubblico plaudente della Leopolda 2014. Io penso invece che la realtà sia molto più complessa di così e che la Politica se non è sforzo intellettuale, se non è ricerca, se non è dubbio non sia nulla.

Ma ci sono anche tante persone perbene. Persone che soffrono per i deboli, persone che al referendum votano SI anche se il cuore dice NO perché “dobbiamo stare uniti”. Persone che fanno i banchetti, distribuiscono i volantini, trascorrono ore al freddo sotto i gazebi perché pensano che in fondo noi siamo meglio degli altri. Perché dobbiamo fare quanto possibile per impedire alla destraccia di Grillo o Salvini di prendere il potere. Gente che ha un disperato bisogno di cose positive da rivendicare, che crede alla buonafede dei suoi dirigenti. Gente disperatamente onesta e perbene, che non riesce a credere che non lo siano anche tutti gli altri iscritti al proprio partito.

Gente che non chiede mai nulla per sé stessa. Gente che crede nei miei stessi valori: solidarietà, uguaglianza, lavoro, ambiente, giustizia, democrazia e onestà. Valori antichi. Valori berlingueriani. Sono gli uomini e le donne che mi mancheranno quando sarò fuori. Che sono sicuro rincontrerò un giorno e mi vorranno bene come me ne hanno sempre voluto. Persone che oggi sto deludendo andandomene perché credono realmente che sia giusto “discutere tra noi” e non si accorgono di quanto sia diventato inutile. Sono le facce e i volti onesti che mi commuovono quando mi tornano in mente e ai quali non devo pensare troppo, altrimenti non avrò il coraggio di prendere la mia barca e andare in mare aperto.

Dove non lo so. Dal PD mi aspettavo molto, dal nuovo partito non mi aspetto nulla. Lo seguo per senso di lealtà verso i pochi compagni che in questi mesi hanno condiviso con me la battaglia per la difesa della nostra Costituzione. Ma non sarà un punto di arrivo, perché so che continuerò a cercare.

Non smetterò di cercare un modo e un’idea per tenere in vita le cose nelle quali credo, non solo per me ma anche per quei compagni e quelle compagne che oggi non mi seguono o non mi capiscono. Continuerò a cercare, anche per loro.

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L’emozione di un istante

Ieri sera su Sky ho visto un filmino risibile: “Una notte con la Regina”, del 2015.

Il film parte da un aneddoto storico realmente verificatosi: TRH le principesse Elizabeth e Margaret insistono per uscire in incognito dal Palazzo e godersi anche loro un po’ della “Victory Night” dell’8 maggio 1945, per un po’ si perdono le loro tracce e sorge qualche qui pro quo ma alla fine rientrano a Buckingham Palace per l’una di notte o giù di lì.

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La vicenda storica è la scusa per mettere in piedi una storiella risibile, a metà tra gli orridi film di Sissi degli anni ’50 (avrete certo presente, Rai1 li replica ogni estate, senza pietà) e un Tempo delle Mele declinato in versione Land of Hope and Glory, con tutto l’ovvio corollario di equivoci, di fughe, di capitomboli, di baci rubati e riccioli rapiti.

am1010933Insomma un film sciocchino, ma ne avevo bisogno dopo 48 ore ininterrotte dedicate alla scissione del PD. Un film del quale non mi è rimasto nulla, tranne un attimo, lungo un minuto, forse meno. La folla si è accalcata davanti a Buckingham Palace in attesa che Giorgio VI compaia sul balcone allo scadere della mezzanotte, momento nel quale la guerra in Europa si sarebbe ufficialmente conclusa e nel mucchio c’è, ovviamente, anche la principessa Elizabeth (dove sia Margaret, non si sa, persa dalle parti di Piccadilly).

Si sente il countdown della folla verso la mezzanotte e poi il Big Bang che batte la fine ufficiale della guerra. E prima della gioia collettiva c’è l’istante di silenzio con i volti delle persone. I volti di chi è sopravvissuto ai bombardamenti, alle missioni militari. I volti di chi è sopravvissuto ma ha subito delle perdite: un padre, un figlio, una madre, un’amore… E poi si vedono due anziani che si baciano, perché sono ancora insieme e si sono salvati entrambi.

Ecco quel momento è commovente, emozionante. E se quell’istante riesce a toccare le corde dell’anima anche quando rievocato in un brutto film mi chiedo, diamine, che emozione deve essere stata viverlo davvero? Quale gioia piena, libera e totale, mista a malinconia e rimpianto deve essere stato il suono di quella campana che segnava la fine dell’Incubo? Non posso immaginare neppure lontanamente cosa possa aver provato quella folla, ma posso essere certo di una cosa: chi è vivo lo ricorda ancora.

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