Il tema e la Storia

Sono passati esattamente 30 anni dal mio esame di maturità e – casi della vita – è in questo anniversario “tondo” che mi sono trovato a ritornare, per la prima volta da allora, ad essere presente durante la fatidica prova, ma sul versante opposto, quello del “cattivo”.

La mia maturità non fu un granché. Avevo frequentato il corso di “Perito aziendale e corrispondente in lingue estere” (che oggi non esiste più, le mille caotiche riforme lo hanno trasformato – Dio ci perdoni! – in “Relazioni internazionali per il marketing“) ma fui mediocre nelle prove “professionalizzanti” ed eccellente nel tema di Italiano (oggettivamente splendido) e nell’orale di Italiano e di Storia (materia portata come aggiuntiva, un vezzo stilistico quasi inaudito…). Solo per sentirmi dire “avrebbe dovuto fare il Classico” (“ma davvero?”) e venire congedato con un tristissimo 37/60.

Mentre la presidente della commissione illustrava le tracce del tema di Italiano -magnifiche ma inaffrontabili per una generazione di studenti addestrata al “vero o falso” da orde di politicastri “riformatori”, terrorizzati che la scuola possa sviluppare un minimo di pensiero critico – io squadravo i volti. Preoccupati, perplessi, intenti ad accarezzare con finalità apotropaiche il Dizionario, spesso vecchio, consunto, di case editrici secondarie, proprio di famiglie e vite dove i libri non sono al centro delle priorità. E mentre li guardavo volevo dire “coraggio ragazzi, tanto il 98% verrà promosso! E’ tutta una farsa!”

Ma forse una farsa non è. Non conta solo la promozione, conta la prova. Conta che per la prima e probabilmente ultima volta nella vita hai carta, penna e 6 ore di tempo per riflettere su qualcosa di importante e scrivere quello che si pensa. Già, ma c’è qualcosa “che si pensa”? Che si pensa sul serio? perché si è meditato e fa parte di noi?

Molti ragazzi hanno scelto il tema sulla clonazione o quello sull’uguaglianza e l’art. 3 della Costituzione e io passavo per i banchi buttando l’occhio e – non visto – suggerendo qua e là, anche perché – come mi ha sussurrato uno studente – “non vorrà mica che degli estranei venuti da fuori ci critichino, vero prof?”.

Dalla lettura per spizzichi e bocconi una foto di ansie e luoghi comuni. “Prof. lei sa se la presidente è della Lega, perché non so se posso parlare dei migranti!” mi chiede il tipo timoroso di essere bocciato per aver compiuto uno psicoreato. “Non lo so, penso di no visto che sa leggere e scrivere, ma non si sa mai, nel dubbio attieniti al tema!” replico. Una risposta forse pavida, ma non sta a me fare l’eroe con l’esame degli altri.

Ma solo lui ha questa pruderie. Quasi tutti interpretano l’articolo sull’uguaglianza come “un tema sui migranti”, con pensierini un po’ ovvi sulla drammatica questione, al punto che mi tocca a un certo punto dire “ragazzi, guardate che nel 1947 non c’era il problema dei migranti, al limite migravamo noi! l’uguaglianza ci riguarda tutti: togliere le barriere architettoniche in una scuola per consentire al ragazzo in carrozzina di raggiungere l’aula, anche questo è realizzare l’art. 3!”

Ma nulla, non potevo certo con poche parole sussurrate spazzare via anni e anni di pessima propaganda ed evitare che il nobilissimo Articolo 3 venga derubricato ad “articolo buonista”, scritto da un gruppo di politicanti mollaccioni ormai morti e sepolti da tempo. Gente ingenua e senza spina dorsale che credeva ancora – pensa un po’ la bizzarria – che un essere umano sia portatore di diritti inalienabili, che hanno tutti pari dignità sociale (la dignità! che termine ottocentesco!) addirittura “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. E poi, tutti questi “politici del pensare” (così diversi dai loquacissimi “politici del fare” di cui i social network sono pieni) che addirittura affermavano che l’uguaglianza non basta affermarla con le chiacchiere, ma va pure garantita “rimuovendo gli ostacoli“.

Leggi Razziali, Aldo Moro, Uguaglianza, Clonazione, Solitudine, Masse e Potere… tutti temi magnifici, ma – come dicevo – tutti temi inaffrontabili per la maggioranza dei ragazzi. Tracce che sono come reperti di un’epoca perduta, una sorta di Regno d’Atlantide della scuola. Di solito a questo punto si dovrebbe dire che “invece di passare mesi sui Sumeri i ragazzi dovrebbero studiare la storia del Novecento!”

Quante volte lo abbiamo sentito e quante volte io stesso l’ho detto? Ma siamo così sicuri che il problema sia questo, ammesso e non concesso che esista una tale conoscenza profonda e diffusa delle vicende dei Sumeri? Io penso invece che la Storia Antica e Medievale andrebbe studiata meglio, in modo più profondo, meno banale e schematico. E, attraverso queste conoscenze, avvicinarsi ai secoli più recenti capendo un principio fondamentale, già scolpito nel marmo da Benedetto Croce: “la Storia è sempre storia contemporanea“.

Capire questo, capire che l’essere umano non impara mai nulla dai propri errori, capire che nulla è conquistato per sempre e che qualsiasi cosa può accadere di nuovo aiuta a comprendere meglio il presente. Il valore dell’Unione Europea – ad esempio – sarà più chiaro se si sarà ben studiata la Guerra dei Trent’anni. E magari l’obbligo morale della solidarietà verso chi sbarca sulle nostre coste sarà forse sentita maggiormente come la scelta più giusta, se solo consideriamo come il Mediterraneo sia stato per secoli un lago che univa, non un mare che divideva: leggere Maometto e Carlomagno di Henri Pirenne sarebbe assai utile per questo.

Però per far tutto questo, per avvicinarsi al Novecento e poi all’oggi con maggiore senso critico due ore scarsette di Storia alla settimana non sono sufficienti, ce ne vogliono almeno 4. Ma vallo a spiegare ai ministri delle “competenze”, dell’Invalsi e dell’Alternanza Scuola/Lavoro che forse imparare a riflettere e non solo sfornare carne da stage dovrebbe essere una delle funzioni della scuola.

Figuriamoci, un’idea arcaica. Preistorica. Roba da Articolo 3.

P.S. Cambia qualcosa se vi dico che la foto ritrae “migranti italiani in Belgio”? vi ricorda qualcosa? 

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E se rileggessimo il vecchio Dahl?

In questi giorni si litiga furiosamente sull’ipotesi Paolo Savona (il prof. antitedesco) quale ministro dell’Economia, fortemente voluto da un Matteo Salvini con la bava alla bocca più del solito.

Io la vedo così: fermarsi a una interpretazione letterale dell’art. 92 (per il gusto di dare ragione o torto a Mattarella) è insufficiente. Quell’articolo – come molte delle prerogative presidenziali – è costruito ricalcando un po’ la prassi monarchico-liberale post-unitaria in base alla quale il capo dello Stato è ben più di un organo decorativo ma esercita poteri propri che sono, per così dire, “in sonno” durante le fasi ordinarie, ma riemergono nella loro pienezza in tempi di crisi. Insomma, il presidente della Repubblica non ha poteri definiti ma flessibili, una sorta di pendolo perché così 70 anni di prassi ci hanno insegnato.

In merito alla scelta dei ministri (e limitandomi alla II Repubblica) ricorderei, ad esempio, che nel 1994 il presidente Scalfaro impedì la nomina di Cesare Previti a ministro della Giustizia del Berlusconi I o che nel 2001 il presidente Ciampi impose la nomina di Renato Ruggiero alla Farnesina nel Berlusconi II e in entrambi in casi si trattava di governi politici, non tecnici, di tregua, del presidente, balneari o altro…

La differenza tra le tensioni del 1994 o del 2001 e quelle di oggi è molto semplice: il presidente del Consiglio incaricato di allora (Berlusconi) e la sua coalizione politica, per quanto inadeguati e discutibili sotto molti punti erano formalmente più composti, rispettavano la dignità del Quirinale come istituzione e sapevano capire quando cedere e quando tenere duro (anche perché c’erano in giro meno ragazzini arrapati di potere e più professionisti dell’intrigo).

Il problema Savona è per certi versi secondario, quello che è veramente grave è la quotidiana pubblica intimidazione del presidente della Repubblica volta a negarne la funzione arbitrale (che non è notarile, l’arbitro e il notaio fanno mestieri diversi): le aggressioni su Facebook o  da parte di chi ambirebbe a ruoli preminenti nel nuovo esecutivo, il silenzio del presidente del Consiglio incaricato sempre più palesemente un fantoccio tra le grinfie di altri, il sobillare i cattivi istinti della web-teppaglia contro l’ultima istituzione pubblica che gode ancora di un diffuso rispetto tra i cittadini… questi sono i problemi.

E – la Regina delle Disgrazie – è la natura stessa della visione populista della Democrazia. Nel 1956 in “A Preface to Democratic Theory” Robert Dahl si soffermava a descrivere i tre modelli di Democrazia: quello madisoniano, quello populista e quello poliarchico e – riferendosi al populista – sottolineava come la sua essenza sia il dominio tendenzialmente illimitato della maggioranza espressa attraverso il voto e una diffusa insofferenza per i sistemi di check & balances del potere propri del modello madisoniano. Appariva evidente nell’analisi di Dahl come la complessità delle nostre comunità politiche mal si adatti a un sistema così rozzo e come solo l’approccio poliarchico – cioè l’attenzione al pluralismo socio-culturale e politico e il conseguente sistema di contrappesi istituzionali – possa consentire la sopravvivenza di un modello democratico che non sfoci nella tirannide della maggioranza, magari manipolata propagandisticamente.

Però Dahl per capirlo bisogna leggerlo. E non penso che i due baldi Diarchi lo abbiano mai letto… E poi suvvia, chi sarà mai questo Robert Dahl e a che titolo un professorone morto può mettersi di traverso sulla via luminosa del parnasico Governo del Cambiamento? E con cosa poi? con un pugno di libri incomprensibili?

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“Never, never, never run”

A volte pensi di guardare un programma televisivo per rilassarti un po’ e invece – come un macigno – succede che le vicende che accadono ti fanno riflettere anche dopo, molto dopo che il programma è terminato.

Mi è capitato lunedì scorso quando ho visto l’episodio 10 della 14° stagione di Grey’s Anatomy, l’interminabile serie dedicata ai chirurghi di Seattle, tutti un po’ invecchiati e imbolsiti. Tutti tranne quelli morti ammazzati, schiantati, travolti, dagli autobus, precipitati da aerei, arrostiti in un incendio o fulminati dalla corrente elettrica durante un qualche disastro di quelli che – a cadenza di ogni 5 puntate – stravolgono lo sventurato ospedale.

Una delle vicende della puntata era la storia di un ragazzino nero della upper class di Seattle il quale, poverino, aveva perso le chiavi di casa e – come ho fatto io diverse volte da ragazzino – è rincasato scavalcando il muretto. Pessima idea: dei poliziotti lo hanno visto e – senza chiedere nulla – hanno sparato. E lui è morto. A 12 anni, disarmato, assassinato sulla porta di casa.

A fine puntata Miranda Bailey – l’afroamericana primaria di Chirurgia – decide di fare al proprio figlio tredicenne quello che chiama “il discorsetto”. Gli insegna che non può comportarsi con la naturalezza e la leggerezza dei suoi amici bianchi, che deve sempre ricordarsi di essere nero e che se viene fermato dalla Polizia sarà sempre, in qualunque momento in pericolo di vita. Essere disarmato o bambino non cambia nulla.

Nel 2016 gli afroamericani ammazzati dalla polizia americana sono stati 258. Un massacro vero e proprio. La percentuale di afroamericani residenti negli USA è solo del 6%, ma la percentuale di neri disarmati (disarmati!) assassinati dalla polizia è del 34%, cioè quasi sei volte il rapporto con la popolazione totale.

Non mi si venga a dire che non esiste il razzismo. Non mi si venga a raccontare che essere neri sia facile. Non mi si venga a raccontare che anche nel nostro Paese discriminazione, violenza e pregiudizio sono assenti.

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A due passi da Savonarola e dai suoi roghi…

Reduce da tre giorni di stucchevole e spossante discussione su FaceBook in merito alle desinenze di Liberi e Eguali (che sarebbero sessiste, escludenti e parte di un complotto globale contro l’emancipazione femminile…) ecco che i Cavalieri senza Macchia e le Vergini Vestali del politicamentecorretto (una delle piaghe dei nostri giorni, nonché causa non ultima dei disastri elettorali della sinistra…) ne inventano un’altra: via un’opera d’arte dipinta da un grande artista nella prima metà del secolo scorso – Therese Dreaming, di Balthus – dal MET di New York perché promuoverebbe la pedofilia.

Direi che la situazione vi sta sfuggendo decisamente di mano, cari (anzi car*) Apostoli (anzi, Apostol*) della Purezza del Pensiero e della Parola… avete già abolito il Natale in molti Paesi pavidi – sostituito con il più rassicurante “Winter Holidays” – per non offendere le popolazioni di religione non cristiana o gli agnostici e un’associazione di ebeti con PhD propone addirittura di eliminare la Divina Commedia dalle scuole perché antisemita.

A questo punto, suggerisco i prossimi passi:
a) via le opere di Caravaggio, era notoriamente violento e si è macchiato di reati di sangue, sarebbe un pessimo modello per i giovani d’oggi che vivono già una realtà così complicata e sono tutti così psicologicamente esposti ad ogni disagio;
b) via da tutte le librerie i libri di Tolstoj, che picchiava la moglie e trattava male i servi. Niente più Anna Karenina o Guerra e Pace, meglio Michela Murgia e i suoi articoli su Matria e Patria;
c) via Voltaire e Rimbaud, facevano affari con le tratte di schiavi. Al loro posto Paolo Crepet e Fabio Volo;
d) via la discografia dei Beatles e dei Rolling Stones, è gente che si drogava. Al loro posto Cristina D’Avena e Michele Bravi;
e) via la discografia di Frank Sinatra, faceva affari con la mafia. Ma lo sostituiremo con qualche gallinello di batteria uscito da Amici;
f) via Kevin Spacey da House of Cards perché forse 30 anni fa ha tastato il culo a qualcuno, anche se non ci sono prove a supporto… ah no, quello si è già fatto, scusate…

Scherzi a parte, non capire che gli artisti sono per loro natura complicati, turbolenti e controversi è non capire l’Arte. E non capire che valutare con gli occhi del XXI secolo uomini e pensieri dei secoli passati è operazione profondamente sciocca: siamo tutti figli del nostro tempo, cercare di eliminare le diversità dei gusti, delle sensibilità, degli approcci e degli stili di vita serve solo a trasformare la complessità della storia dell’umanità in un grigio, noioso e indistinto eterno presente e – aggiungo – apre la porta al fanatismo, all’intolleranza, al Pensiero Unico, base di tutti i totalitarismi.

Evitiamo di costruire uno Stato Puro dal punto di vista intellettuale, uno Stato e una Società Etiche, con qualcuno (qualcun*) che ci dice cosa leggere e cosa non leggere, cosa insegnare e cosa no, quali parole usare e quali no, quali quadri vedere e quali no. Insomma, evitiamo il pericolo di un pensiero unico autoritario e fascista (nei metodi, non nei contenuti) perché questo sarà il punto di arrivo.

Per secoli chi era in dissonanza (vera o presunta) con il pensiero ufficiale veniva perseguitato (e in troppi luoghi lo è ancora). Con i roghi. Con l’esilio. Con le torture. Con le pubbliche abiure. Vogliamo tornare a questo? vogliamo tornare ai talebani che distruggono i Buddha di Bamiyan perché contrari all’Islam?

Perché guardate, non è tanto diverso. Dire “nascondiamo quel quadro perché evoca pensieri sbagliati” o “distruggiamo quella statua perché evoca culti sbagliati” non è mica diverso, il principio è il medesimo. C’è qualcuno che vuole decidere che cosa gli altri possono vedere in base a un principio soggettivo. E dire “noi siamo nel giusto, perché vogliamo togliere una desinenza per una società più rispettosa dei generi” o “noi siamo nel giusto perché vogliamo eliminare la Divina Commedia per rispetto delle popolazioni ebraiche” non significa nulla.

Anche Savonarola con il suo Falò delle Vanità del 1497 era convinto di essere nel giusto. Che poi lo fosse, è tutt’altro discorso…

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E poi, all’improvviso, la nostalgia…

Stavo ascoltando Matteo che recitava la solita stracca parte davanti al solito coro muto e plaudente di quel che resta del suo partito quando sono stato colto da un’improvviso groppo, un bruciore agli occhi e in bocca il sapore amaro della nostalgia.

Ho sempre amato la Politica, fin da bambino. Ci sono cresciuto in mezzo, se ne parlava in casa, si respirava nell’aria e riempiva le vite anche di chi non voleva farsele riempire, tra attentati rossi, bombe nere, minacce di bombe atomiche, colpi di stato e intentone era difficile non sapere che ti accadesse attorno. E com’era tutto diverso quando ero ragazzino…

Ricordo le crisi di governo, una all’anno, per ragioni apparentemente incomprensibili, con il mistero dietro le porte stuccate del Quirinale e gli intrighi sotto il tappeto… Ricordo le ipotesi e le ricostruzioni dei giornali, quasi sempre sballate, che però mi bevevo cercando di formulare pronostici ancora più sballati.

Poi ricordo i congressi dei partiti, che iniziavano con le interminabili relazioni del segretario di turno e duravano svariati giorni, seguiti con attenzione ad ogni dettaglio dalla stampa e dalla tv e che io ascoltavo nelle mirabili dirette di Radio Radicale mentre fingevo di fare i compiti.

I congressi del PCI erano francamente incomprensibili come una Stele di Rosetta senza la parte in greco; un linguaggio cifrato e iniziatico, un periodare complesso, una retorica apparentemente unitaria, dietro la quale vi erano mille sfumature, mille differenze, mille non detti… Molto più divertenti i congressi della DC. Innanzitutto perché non si sapeva chi avrebbe vinto perché la Balena Bianca, con tutti i suoi difetti è sempre stata un vero e grande partito democratico e poi anche perché accadeva sempre qualcosa: fischi, urla, tradimenti, imbrogli, rotture epocali e riconciliazioni impreviste. Tutto questo raccontato su Repubblica dal più grande cronista politico che io ricordi: Giampaolo Pansa, un principe di umorismo sottile, di cattiveria, di gusto dello sberleffo e di analisi sopraffina.

Oggi non si fanno più i congressi, chi lo sa mai perché. I partiti hanno perso anche la finzione delle procedure democratiche, il PD ha scelto la strada bonapartista dell’elezione diretta del Capo attraverso percorsi muscolari e dai tratti ambigui durante i quali si parla di tutto meno che di politica… Ma almeno il PD finge ancora che la democrazia interna esista, sugli altri grandi partiti invece – la LN, FI e il M5S – è decisamente meglio soprassedere.

Poi ricordo le giornate elettorali. La legge con la quale gli italiani erano chiamati al voto era sempre quella (ah, che civiltà!) e gli orari pure. Il giorno del voto era preceduto dalle tribune politiche di Jader Jacobelli, arbitro asettico e imparziale di dibattiti complessi e talvolta molto accesi, sempre su questioni pressanti, nel rispetto dei tempi e senza il darsi la voce e ripetere slogan che caratterizza i talk show odierni. Erano momenti cruciali, talvolta storici, come quando Enrico Berlinguer annunciò a sorpresa la rottura con Mosca:

“La capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi e che ha la sua data d’inizio nella Rivoluzione socialista dell’Ottobre. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude. Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità; e che d’altra parte vi sia tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti e debbono essere abbandonati e del resto sono stati da noi stessi abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, centrata su un tema che non era centrale in Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche, quali sono le società dell’occidente europeo.” (Tribuna politica, 15 dicembre 1981).

Chi mai sarebbe oggi capace di parlare così? Se anche qualcuno ci provasse, verrebbe subito interrotto dal giornalista, terrorizzato che lo spettatore costretto a usare più di due neuroni possa andare in loop e cambiare canale. Mala tempora.

Il giorno del voto passava lento in attesa della chiusura delle urne, non c’erano sondaggi segreti e neppure exit poll farlocchi. Si aspettava pazienti che la Doxa diramasse le proprie proiezioni, ma il quadro diventava chiaro solo quando da Botteghe Oscure uscivano i dati dell’ufficio elettorale del PCI, affidabili quasi quanto quelli del Viminale, ma molto più rapidi… E veniva fuori che – grazie al sistema proporzionale – avevano vinto tutti.

Poi mi è venuta la nostalgia di quando non c’era internet con il suo bombardamento continuo di notizie (alcune vere, molte altre meno) ma bisognava aspettare i telegiornali e il quotidiano del giorno dopo. Il mio risveglio era il GR delle 7.00 mentre mi preparavo per andare a scuola, con le sue notizie su un qualche accordo concluso nella Sala Verde di Palazzo Chigi tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil con il governo a mediare. Accordo concluso sempre di notte, a orari impossibili, tra il fumo delle sigarette e l’attesa snervante dei lavoratori delle categorie coinvolte, lontano ricordo di un Paese in cui si credeva ancora che si cambia assieme, si cresce assieme e che parlare e trovare un punto di intesa sia comunque la soluzione migliore.

Talvolta accadeva qualcosa di grosso nel corso della notte… più volte nella metà degli anni ’80, ad esempio, il GR informava che “a Mosca da alcune ore radio e televisioni trasmettono solo musica classica e le normali programmazioni sono interrotte“… Angoscia e mistero che giungevano dal Grande Impero dell’Est, l’Impero chiuso, misterioso, potente e nemico eppure – a suo modo – grande elemento di stabilità e sicurezza che oggi, in questo casino tragico e bislacco, non si può non rimpiangere.

Insomma molta nostalgia improvvisa, per una stagione politica irrimediabilmente perduta, per i suoi rituali, i suoi compromessi e le sue bassezze. Ma forse – soprattutto – una nostalgia e una malinconia per l’adolescente che ero, per tutte le cose che speravo di fare, per la convinzione infantile e ingenua che se avessimo vinto noi, allora sarebbe stato tutto diverso, che avremmo saputo chi aveva ordinato le Stragi di Stato e lo avremmo punito, la corruzione avrebbe smesso di sporcare tutto e l’intera Penisola sarebbe diventata bonaria ed efficiente come Reggio Emilia, con i suoi asili modello, i suoi partigiani al lambrusco e le sue aiuole fiorite.

Povero ingenuo che ero…

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Alla ricerca di Enrico

Brown, J. R.; Final Horse Charge of Richard III at Bosworth Field; Blackpool Town Hall; http://www.artuk.org/artworks/final-horse-charge-of-richard-iii-at-bosworth-field-150311

Lo dico e lo ridico: se volete capire il presente leggete libri di Storia, ma non storia di ieri, storia dell’altro ieri o ancora più indietro. Ad esempio passare l’estate alle prese con 4 libri sulla Guerra delle Due Rose mi ha consentito di capire meglio la crisi del centrosinistra italiano e il ruolo di ogni singolo personaggio.

All’origine c’è un re legittimo, il capo della Rosa Rossa: Enrico VI di Lancaster. E’ una brava persona, come tutti riconoscono. Riflessivo, pacato, molto pio, profondamente studioso. Ma è inerte, debole, al momento di affondare la lama si tira indietro, sembra più adatto a fare il monaco che il re e questa sua indecisione porta a perdere guerre già vinte, genera scontento nella sua Casa e favorisce il sorgere di una fazione diversa, più giovane e più volitiva. Enrico VI è Pierluigi Bersani.

A fianco di re Enrico vi sono due figure chiave. Innanzitutto la moglie, Margherita d’Angiò, costretta a un matrimonio d’interesse con un uomo che più di tanto non ama e non stima, profondamente decisa, caparbia, scaltra, amante del potere e dell’intrigo, costantemente intenta a complottare per l’affermazione dei Lancaster, grazie alla quale si affermerà lei stessa, pronta a governare il regno da dietro una tenda. Margherita d’Angiò è Massimo D’Alema (le iniziali sono pure le stesse…). E infine l’erede, dipinto come compendio di ogni virtù, ma in realtà debole, incerto e poco carismatico, Edoardo di Lancaster era un bravo giovine ma poco di più, un buon principe di Galles per tempi normali, ma l’Inghilterra di fine XV secolo non era un posto “normale”. E beh, l’onesto, giovane e un po’ insapore Edoardo è Roberto Speranza.

Veniamo alla fazione opposta, gli York, le Rose Bianche. Di fronte al progressivo indebolirsi del regno di Enrico VI si erge la ribellione di Edoardo di York. Edoardo è giovane, coraggioso, deciso, volitivo, ambizioso e tenace, al punto da rovesciare il trono e insediarvisi lui stesso, diventando Edoardo IV. Però le doti di Edoardo sono più adatte a conquistare un trono che a conservarlo: assunto il potere si vendica dei nobili che non lo hanno sostenuto fin dal principio, privandoli dei titoli per donarli ai suoi sostenitori: vecchie casate cadono nella polvere sostituite da giovanotti ambiziosi di incerto passato, rispettabili dignitari vengono accompagnati alla porta in modo brusco e i loro incarichi distribuiti a personaggi di nulla competenza, ma cari al re per aver cacciato con lui in gioventù o per averne condiviso le notti in qualche casa compiacente. Non serve molta fantasia per capire che Edoardo IV è Matteo Renzi.

Edoardo all’inizio gode di grande popolarità: è giovane, spavaldo, presente ovunque, tutt’altra aria rispetto al sonnacchioso regno di Enrico VI. Però alla lunga lo scontento riprende a serpeggiare – abilmente fomentato dai partigiani dei Lancaster – i benefici del nuovo regime non si vedono malgrado le promesse della “luminosa estate” che ha sostituito “l’inverno dello scontento”, grazie ovviamente al Sole degli York. Particolarmente detestata è la consorte del sovrano, Elisabetta Woodville. E’ una donna giovane e bella, di incerti natali, ambiziosissima, poco interessata alle sorti del Regno e con un codazzo di parenti (il padre, i fratelli…) da sistemare in ruoli di potere e di alto reddito. Ed è lei che instilla i consigli peggiori nelle orecchie di Edoardo, il quale non sa negarle nulla. E questo suo continuo accondiscendere rafforza lei, ma indebolisce lui. Elisabetta la facciamo interpretare a Maria Elena Boschi, mi pare calzi…

Maestosa e complessa nella sua drammatica contraddittorietà è la figura di Riccardo Neville, conte di Warwick, il “King Maker”. Tiepido sostenitore dei Lancaster spostatosi sul versante York, convince Edoardo a usurpare il trono e ne diventa il punto di riferimento; è il nobile con più oro, più castelli e più soldati ed è convinto di poter governare per interposta persona. Ma le cose non vanno così: progressivamente i rapporti tra il re e Warwick si raffreddano e nel mezzo la regina che soffia sul fuoco per rimanere la sola capace di controllare il re. Allora Warwick decide di fare un “ribaltone”, rovesciando Enrico e cercando di promuovere l’avvento al trono di una figura insapore e inoffensiva come il fratello del re, Giorgio di Clarence (Paolo Gentiloni) ma – quando si capisce che neppure questo è sufficiente a placare la smania di potere e di rivalsa di Edoardo e del suo clan di favoriti – scarica Clarence e rompe definitivamente per ritornare tra le braccia dei Lancaster, stringere un accordo con Margherita che alla fine lo porterà alla sconfitta e alla tomba. Chi è che insedia e ribalta i sovrani? Per certi versi Dario Franceschini, al quale auguriamo – ovviamente – un destino migliore del povero Warwick, il “quasi re” mai incoronato.

Poi le figure minori. Il duca di Buckingham, che prima sceglie la causa degli York aiutando Riccardo di Gloucester a usurpare il potere dopo la morte del di lui fratello Edoardo, per poi ritrarsi disgustato davanti al dramma dei principi bambini nella Torre, legittimi successori al trono, assassinati nel corso della violentissima lotta per il potere che si scatenò in seno alla fazione York alla fine del regno di Edoardo. Si ribella, ma è tardi, la sua credibilità è debole anche sul versante Lancaster, cerca una sorta di rivalsa solitaria e mal gestita che finisce con la sua testa su una picca. E’ Andrea Orlando, lo yorkista buono, il ribelle tardivo.

E poi Lord Stanley, conte di Derby. Nobile importante e prestigioso, era incerto su quale causa favorire, sposò una nobildonna del clan Lancaster, ma andava a caccia con Edoardo di York e poi con il fratello Riccardo. Preparava complotti in favore della vecchia dinastia, ma ne rivelava i contorni (pur non i dettagli) alla nuova. Insomma, oscillava tra l’uno e l’altro sempre incerto, non si sa se per carattere, per scaltrezza, per cinismo o per intimo turbamento. Fatto sta che – alla fine – di lui si trovarono a diffidare sia i Lancaster che gli York. E’ Giuliano Pisapia, eternamente indeciso, potente quanto basta per volerlo dalla propria parte, ma che in fondo nessuno sente veramente come proprio.

Alla fine la mole di errori compiuta dagli York portò la fazione Lancaster – o meglio, il poco che ne restava – a prevalere. Ma i “vecchi” o erano morti, oppure emarginati. Emerse un giovane principe con un po’ di sangue Lancaster nelle vene. Un uomo che combatteva solo se non c’erano altre strade, che alla violenza della lotta preferiva la ragionevolezza dell’analisi politica sembrando così forse meno deciso, meno volitivo, ma capace alla fine di salire sul trono e di restarci, tenendo assieme un po’ dell’antica tradizione con la conoscenza e le idee dell’epoca che stava per affermarsi. Nessuno gli diede credito per lungo tempo: troppo debole militarmente, con pochi uomini e poche risorse, troppo indietro nella linea di successione. ma – alla fine – riuscì a prevalere, contro ogni pronostico: per certi versi un connubio tra passato e futuro, un sovrano capace di traghettare l’Inghilterra della tarda età feudale in quella nuova del Rinascimento in arrivo.

Enrico Tudor, alias Enrico VII. Nella mia ricostruzione oziosa e post-prandiale non trova una figura in grado di incarnarlo. Radici nel passato, ma capacità di leggere il futuro. Razionale e ragionevole, ma saldo quando serve, sulle questioni di fondo. Ci servirebbe un Enrico Tudor, ma non se ne vedono in giro. Mi piacerebbe fosse Giuseppe Civati, almeno sappiamo che lui il Rinascimento lo conosce.

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Un ultimo sfarzo di colori…

Nell’arco di poche ore sono stato portato a riflettere su due questioni, secondarie per chiunque, ma di capitale importanza per me.

La prima delle due riguarda le mie preferenze di lettura. Stavo parlottando con un amico che ha iniziato a interessarsi al mondo folle e turbinoso del ‘500 europeo e gli ho suggerito di procurarsi Rinascimento Privato di Maria Bellonci. Il suo commento mi ha stupito: “strano che leggi così tanti libri di storia scritti da donne, pensavo che essendo tu così conservatore considerassi quello dello storico un mestiere da uomo!

L’osservazione era troppo interessante per non rifletterci, al punto che non ho neppure reagito all’idea che evidentemente ha di me: quella di un arcaico fallocrate brontolone.

Non è vero che vi sia un dominio delle donne nella mia biblioteca storica, ma è vero che alcuni dei libri che maggiormente amo e talvolta rileggo sono scritti da una donna. E credo realmente esista un modo “femminile” per raccontare la Storia, che la rende più leggera, più piacevole, anche se per questo non meno rigorosa. In effetti ho alcuni libri scritti da Grandi Storici che sono opere importanti, ma illeggibili; penso ad esempio all’Impero degli Asburgo dell’accademico oxfordiano Carlile Macartneyun dottissimo e interminabile mattone di 1066 pagine mai alleggerite da un aneddoto, una curiosità, una frase a effetto, un aggettivo che colpisca… Oppure penso al periodare contorto di Renzo De Felice, a tratti incomprensibile come una Stele di Rosetta alla quale manchi la parte in greco: mi sono avventurato un paio di volte nella sua pachidermica biografia di Benito Mussolini, che so essere in assoluto quanto di meglio sia stato mai scritto sul tema, se solo si riesce a dipanare l’indipanabile matassa…

Ovviamente ci sono fior di storici maschi godibilissimi alla lettura e prestigiosissimi dal punto di vista scientifico (la Storia delle Crociate di Runciman, ad esempio, è un poema epico, o – spostandosi di un continente e qualche secolo – I Mille Giorni di J.F. Kennedy di Arthur Schlesinger jr., ma l’elenco potrebbe continuare… in fondo ne ho già parlato in due post di alcuni anni fa )… Lo so, è una riflessione difficile da fare in tempi in cui per non prendersi troppe responsabilità si eliminano le desinenze dei generi per sostituirle con dei pavidi asterischi (“vi amo tutt*!“), ma la faccio comunque: le donne che scrivono di storia hanno spesso un gusto per il dettaglio, un occhio per il particolare, una propensione per la lettura psicologica e intimistica nonché una qual certa attenzione al contesto ambientale che a volte in molti storici fatichi a trovare e chi – come me – non è uno storico di professione, ma legge per il piacere di leggere, ha bisogno di tutto questo.

Un tocco qua o la, come ad esempio questo: “da quel giorno del 1004, quando l’aristocratica bizantina Maria Argyropoulaina utilizzò la piccola forchetta d’oro a Venezia, il comportamento degli occidentali a tavola non sarebbe stato più lo stesso” (Judith Herrin, Bisanzio). Questo non impedisce però che la narrazione sia complessa, anche se talvolta alleggerita da qualche “nota di colore”. Come ne Lo Stato Bizantino della brillantissima Silvia Ronchey che con le sue note sul bizantinista sovietico Alexander Kazhdan mi ha aperto gli occhi su un punto: la Storia – per citare Croce – è sempre storia contemporanea e Kazhdan fu perseguitato per la sua lettura troppo positiva dell’Età dei Comneni considerati dagli storici di regime eccessivamente filo-occidentali e filo-capitalisti. E’ un tema complesso, un “duello in maschera” tra l’intellettuale e il regime per citare la Ronchey, che con grazia e chiarezza è riuscita a spiegarmelo, almeno in parte.

Altre volte la “leggerezza” femminile riesce – in una frase soltanto – ad aprire uno squarcio su un intero mondo. Come Barbara Tuchman nel suo “I Cannoni d’Agosto“, premio Pulitzer nel 1962, consultato più volte da John Kennedy durante i 13 giorni della Crisi di Cuba. La Tuchman nell’analizzare la personalità del feldmaresciallo Alfred von Schlieffen scrive che esistono due tipi di ufficiali prussiani: “i colli taurini e le vite di vespa“. E in un pugno di parole descrive perfettamente l’eterna, contraddittoria sfida della Germania con se stessa, in un perenne, incerto equilibrio, un po’ barbarica e un po’ civile e integrata nel concerto europeo delle Nazioni.

Ma non si creda che le storiche abbiano il palato troppo fine e lo stomaco troppo delicato per raccontare le cose come effettivamente andarono. Antonia Fraser nella sua monumentale biografia dedicata alla tragica vita di Maria Stuart racconta l’esecuzione della regina con toni pulp: “Il primo colpo fracassò parzialmente la nuca, gli astanti dissero che in quel momento Maria aveva sussurrato le parole: «Dolce Gesù». Il secondo colpo recise completamente il collo, fatta eccezione per un tendine, che fu infine tagliato usando la scure come una sega.

Insomma, non guardo al sesso dell’autore di un libro per capire se mi piacerà o meno, ma talvolta attuo delle “discriminazioni positive” e di sicuro una Gran Dama come Benedetta Craveri sarà sempre acquistata a scatola chiusa, alla cieca e sulla fiducia, eternamente debitore per il profumo di Settecento che emana dai suoi elegantissimi libri

La seconda questione sulla quale mi sono trovato a riflettere – emersa a cena con amici – è relativo allo studio della Storia nella scuola. Si è detto a tavola che “troppo tempo viene dedicato allo studio della storia antica mentre si dovrebbe studiare meglio il ‘900“. E’ un tema rispettabile, non particolarmente innovativo a dire il vero, ma legato all’idea che sia fondamentale creare una coscienza civile, una consapevolezza della cittadinanza e questo è particolarmente importante in tempi come gli attuali, in cui il tessuto connettivo del Paese sembra sempre più fragile.

Vedo due potenziali controindicazioni, tra loro per certi versi legate. Innanzitutto, su troppi temi della storia contemporanea non esiste una “verità storica” condivisa e troppe tragedie della Storia più recente sono usate tutt’ora come clava politica. Inoltre, accendere i riflettori sui drammi del ‘900 può togliere unitarietà e prospettiva all’interezza della Storia che – in fondo – va raccontata ai giovani nella speranza che la facciano propria, si appassionino e vogliano saperne di più, scoprano una fame di Assiro-Babilonesi, di enclosures inglesi o di Grande Depressione, ricordando che non si inventa mai nulla e tutto è già accaduto, con contorni e modalità solo in parte diverse: racconta l’omicidio di Enrico IV ad opera del fanatico cattolico François Ravaillac e capirai l’attentato in cui perse la vita Yitzhak Rabin, assassinato da un sionista estremista. Studia i legami tra letto e potere ai tempi di Luigi XV e ti sarà più chiaro quello che si muove politicamente attorno a Silvio Berlusconi.

Oppure rifletti sull’Act for the Relief of the Poor del 1601 firmato da Elisabetta I che prevedeva che: a) gli inabili al lavoro ricevono un sussidio pubblico; b) quelli in grado di lavorare vengono inseriti in opifici pubblici; c) i figli dei poveri vengono avviati all’apprendistato; d) la responsabilità di stabilire chi ha diritto a cosa è decentrata a livello distrettuale. Se traduci i 4 punti di cui sopra con un linguaggio “contemporaneo” (reddito di cittadinanza; lavori socialmente utili; politiche di inserimento al lavoro stile work experience e ruolo dei Centri per l’impiego) avrai la retorica del “nuovo welfare” e degli ammortizzatori sociali innovativi di cui i politici si riempiono la bocca…

Ma conoscere il ‘900 è giusto. Aiutare i giovani a diventare cittadini è doveroso. Ma non lo si faccia a scapito della conoscenza del passato, anche quello più remoto. Avanzo pertanto una proposta totalmente rivoluzionaria e acronotopica: si aumentino le ore di Storia in ogni ciclo di studi, magari sforbiciando da qualche novità demagogica degli ultimi anni…

Non priviamo i ragazzi della possibilità di lasciar correre la fantasia. Lasciamo che si godano “Il Trono di Spade” al meglio, anche perché qualcuno ha raccontato loro dell’Anarchia del XII secolo o della Guerra delle Due Rose e facciamoli incontrare con la poesia del racconto storico: “il Sole del vecchio mondo stava calando con un ultimo sfarzo di colori: uno sfarzo che nessuno avrebbe più veduto”. Così scrive nel suo celeberrimo incipit Barbara Tuchman ed è anche su questi mondi scomparsi che bisogna accendere i riflettori…

P.S. Questo post è dedicato al reverente ricordo di Marc Bloch: la sua Apologia della Storia mi ha aperto la mente, la sua vicenda umana mi ha aperto il cuore.

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