Gli echi lontani di un Impero perduto

“E’ tutta la notte che la radio sovietica trasmette musica classica… c’è qualcosa sotto!”

Uno dei miei primi ricordi relativi all’Unione Sovietica risale al 1982. Avevo 14 anni, seguivo già abbastanza le notizie e la politica e ogni mattina papà mi aggiornava sugli ultimi accadimenti della notte. Alle 07.00 del 25 gennaio 1982, mettendomi il caffè sul comodino, papà mi diede questo sibillino aggiornamento sull’enorme e misterioso Impero dell’Est.

Andai a scuola eccitato al pensiero di quello che poteva accadere tra le mura impenetrabili del Cremlino. Un golpe? uno scontro di potere? un conflitto sulla successione? O forse era morto Breznev, il leader eterno che avevo sempre associato al governo sovietico, salito al potere 3 anni prima della mia nascita e ancora lì, ancora potentissimo anche se – a detta dei giornali – sempre più malato e sempre meno in grado di usare quel potere che continuava a stringere nelle sue mani decrepite e caparbie.

Leonid_BreznevAlla fine venne fuori che non era morto Breznev, ma si stava solo preparando il popolo sovietico alla notizia della scomparsa di Michail Suslov, il gelido e inflessibile “ideologo”, uno degli artefici della “dottrina Breznev” (che teorizzava la “sovranità limitata” degli Stati nell’area di influenza sovietica) nonché grande Inquisitore di ogni forma di dissenso, organizzata o meno. Ma era solo questione di tempo, bastò aspettare il successivo 11 novembre perché di nuovo, per tutta la giornata, la radio e la televisione trasmettessero solo musica classica e documentari patriottici mentre ogni forma di informazione fosse sospesa fino a quando un giornalista (tra le lacrime) comunicò al popolo e al mondo che Leonid Breznev era morto. 4 giorni dopo essere stato visto – tremolante ma vivo – nella grande parata per il 65th anniversario della Rivoluzione d’Ottobre.

Musica classica alternata a mistero fu una costante quasi annuale, fino al 1985. Nel 1984 morì Iuri Andropov, il successore di Breznev, nel 1985 Konstantin Cernenko, il successore di Andropov, poi iniziò l’era Gorbaciov e tutto finì…

Il fatto è che guardavo all’Impero e ai suoi insondabili misteri con occhio più divertito che preoccupato. Trovavo il gusto per la segretezza e per il simbolismo oscuro più una bizzarra patologia che un problema democratico. In fondo, non credevo poi vero che avesse ragione Ronald Reagan quando definiva l’Urss come “l’Impero del Male” e non vedevo (in realtà non la vedo ancora) una grande differenza etica tra l’invasione dell’Afghanistan e quella del Vietnam. Ero indulgente verso l’Urss perché non riuscivo a percepirlo come un nemico. In fondo era lo stato del Socialismo realizzato e che male c’era? ero adolescente, venivo da una famiglia di comunisti e per me il comunismo era essere esattamente come papà o come mio nonno. Persone rette, con forte senso etico, onestissime, rispettose di tutti, con grande senso della comunità… Se essere comunisti era questo, essere comunisti era una cosa buona e uno stato che realizzasse questo su larga scala non poteva che essere uno stato da guardare con simpatia, malgrado la sua bizzarra teatralità e la sua pesantezza ideologica.

Mentre mio nonno – iscritto al PCI dal 1921 – moriva, nel marzo 1986, io iniziavo a vedere le cose per quello che erano… L’Unione Sovietica era una dittatura pesante, a tratti violenta, insensibile all’uomo e ai suoi bisogni, intollerante e sclerotizzata. Non accettavo la definizione di “Impero del Male” solo perché questo significava implicitamente credere che gli Stati Uniti fossero una sorta di “Impero del Bene”, cosa della quale non sono mai stato convinto, ne allora, ne oggi.

E il senso di inquietudine da “scampato pericolo” ritornò forte nel 1999 quando, traducendo per la casa editrice “Il Mulino” il saggio “Problems of democratic transition and consolidation: Southern Europe, South America, and Post-Communist Europe” di Juan Linz e Alfred Stepan, dovetti lavorare sul capitolo dedicato alla caduta del comunismo sovietico. Il peso degli apparati legati all’industria pesante e agli armamenti mi apparve chiaro in tutta la sua forza distruttiva. E dentro la logica dell’autoreferenzialità, la stessa ipotesi di una guerra nucleare “preventiva” (possibile, ma non probabile) come via d’uscita dalle difficoltà appariva logica in tutta la sua follia.

Tutta questa inquietudine mi ritorna in questi giorni, osservando la crisi in atto in Ucraina. Confesso che – a differenza di molti altri – non ho nessuna certezza su quello che sta accadendo. Non so dove stiamo i “buoni” e dove i “cattivi”. Probabilmente nessuno ha il monopolio della ragione ma vi sono solo svariati gradi di colpa. E certo, nella coalizione “democratica” che ha provocato la fuga di Yanukovich c’è dentro di tutto: dai liberali ai liberisti, dai socialdemocratici ai nazisti, dagli atei agli estremisti islamici. E dalle coalizioni eterogenee non c’è mai da aspettarsi molto…

Ma una cosa la so. Il comunismo non è stato altro che una dinastia imperiale elettiva, durata appena 74 anni, molti di meno dei 700 anni della dinastia Rurikida o dei 300 anni dei Romanov. Una dinastia autocratica che ha sostituito quale elemento integrante tra le classi e i popoli l’ideologia comunista, laddove in precedenza vi era la Chiesa Ortodossa e che – dal punto di vista sociale – ha sostituito il mugiko con una generica “classe operaia”. Una “dinastia” che – appena caduta – ha restituito la Russia alla sua intima natura: quella di stato autocratico fortemente nazionalista, dalla incontenibile vocazione espansionista anche in aree dove l’etnia russa e la chiesa ortodossa non ci sono o ci sono a livelli minimali, perennemente oscillante tra emulazione e odio verso il mondo occidentale.

A capo di quel vasto impero vi è Vladimir Putin. Un grigio ex funzionario del KGB che ha acquistato il potere e lo ha mantenuto attraverso una costante manipolazione delle regole costituzionali, delle leggi elettorali e del sistema d’informazione. Un dittatore che rimane in sella grazie a una “coalizione dominante” fatta di burocrati, preti, militari e boss del capitalismo di stato, sostenendosi con il populismo nazionalista, la repressione non solo del dissenso politico, ma anche creando un “nemico interno” verso il quale scatenare la persecuzione (gli omosessuali), nella più totale continuità con la tradizione autoritaria zarista. Un dittatore spietato che viene coccolato dal mondo occidentale perché è troppo ricco e potente per fargli la guerra ma che rimane un uomo privo di scrupoli e di limiti etici, come gli assassini di massa compiuti in Cecenia hanno dimostrato, con uno stile che non può che ricordare le Einsatzgruppen delle SS che nel periodo 1941-1944 si resero colpevoli di crimini inenarrabili ai danni della popolazione sovietica.

E’ quest’uomo, è questo Paese che sta ammassando truppe ai confini con l’Ucraina,  in nome di quei (finti) principi nazionalistici che hanno già distrutto due volte il nostro continente e il mondo. La guerra non ci sarà, perché non siamo nel 1914, ma il senso di disgusto si. Alla fine Putin otterrà tutto o in parte quello che vuole, perché nelle relazioni internazionali funziona così e non ci si può fare molto di più…

E per certi versi si rimpiange l’Impero perduto, quel mondo sovietico brutale ma realistico. Quel senso di ordine nell’autoritarismo. E quel suo grottesco alone di mistero… Si è detto che la categoria dei “cremlinologi” si divideva in due sottocategorie: quelli che credevano che il Politburo si riunisse di martedì e quelli convinti che si riunisse di Giovedì. Ma chiederlo a chi ne faceva parte era impresa vana… Quando, dopo un vertice ginevrino, i giornalisti cercarono di strappare informazioni al ministro degli Esteri Andrei Gromyko si scontrarono con un muro di gomma… fredda cortesia e un sorriso un po’ storto…

“Signor Ministro, ci dica almeno se la cena che avete mangiato era buona!”… “Maybe“, fu la risposta laconica di Gromyko, prima di infilarsi in una zil presidenziale nera, con i vetri oscurati, come tutto in Urss…

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