Una Storia così lontana, così vicina…

Sembra cronaca di questi giorni. Nel 1808 Napoleone – con la scusa di voler estendere alla penisola Iberica le moderne ed avanzate istituzioni francesi e porre fine all’arcaico regime feudale e confessionale dei Borboni – decise di invadere la Spagna.

All’inizio va quasi tutto bene, sul trono viene istallato come “re fantoccio” uno dei fratelli dell’Imperatore, i vecchi ordinamenti assolutistici vengono smantellati, il potere della Chiesa limitato, introdotto il Code Civil, orgoglio legislativo di Napoleone… Presto però il riformismo importato inizia a non piacere, anche perché la presenza francese si rivela onnipresente e arrogante… il governo di re Giuseppe controlla alcune importanti città (Madrid, Saragozza, Burgos…) e questo crea negli occupanti la falsa illusione di controllare l’intera Spagna.

Ma non è così: mentre l’élite urbana liberale collabora con il governo filofrancese (gli “afrancesados”), nelle campagne i contadini – sobillati dai nobili e dai preti – si ribellano alle “armate dell’Anticristo” e danno il via a una guerriglia sanguinosissima e inarrestabile… Napoleone in persona deve scendere in campo, ottiene grandi successi nelle poche battaglie campali, ma lo stillicidio di agguati contro le linee di comunicazione francesi, i collaborazionisti e le truppe isolate continua senza sosta.

Alle imboscate dei guerriglieri seguono le repressioni. I francesi impauriti e incrudeliti bruciano villaggi, fucilano civili, impiccano o garrotano preti, demoliscono conventi, senza riuscire a fermare la guerriglia legittimista (armata e finanziata dall’Inghilterra). La crescente violenza della repressione fa perdere al governo collaborazionista anche il poco consenso di cui godeva e le stesse classi intellettuali illuministe che lo avevano inizialmente appoggiato ne prendono le distanze, mentre nessuno attribuisce più credito alcuno agli editti liberali di re Giuseppe, sempre più solo e screditato.

Finisce come doveva finire. Con un milione tra morti e feriti, la sconfitta e il ritiro dei francesi, la fuga di Giuseppe Bonaparte e della sua corte di ingenui, il ritorno sul trono dei Borboni supportati dalle baionette inglesi e dalle masse contadine reazionarie e clericali. Il re Ferdinando VII di Borbone promette di mantenere la Costituzione, conservare le riforme liberali e lo stato di diritto. Però, appena pochi mesi dopo – il 5 maggio 1814, a 24 ore dallo sbarco di Napoleone sull’Elba – Ferdinando si rimangiò le promesse di tolleranza, iniziò un’opera di restaurazione del vecchio regime assolutista, restituì al clero il vecchio potere e per gli afrancesados la scelta era tra forca o esilio…

In sintesi: un grande stato arretrato, l’invasione da parte di un impero prepotente che vuole esportare i propri valori dominanti, l’illusione che il controllo di un pugno di città possa significare il controllo dell’intero territorio, il fragile sostegno di classi dirigenti illuminate ma autoreferenziali, la guerriglia reazionaria e clericale nelle campagne, il ritorno al potere di un passato regime retrivo e ancor più incattivito… Ricorda nulla?

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“There is no exit. We stay”

E siamo a 20. 20 anni da quell’11 settembre che non penso abbia “cambiato il Mondo” come dicono commentatori banali sempre in vena di sensazionalismi e malati di novitismo, ma che certo ha connotato in modo molto netto questo tribolato e incerto inizio millennio. Un anniversario da non trascurare, anche per ricordare a noi stessi che terribile “doppia morale” anima il nostro modo di leggere la realtà.

Abitavo a Pontassieve. Non so per quale arcano motivo fossi sintonizzato su Rete4, fatto sta che improvvisamente la trasmissione si interrompe e compaiono le immagini del primo aereo schiantatosi contro il WTC ed Emilio Fede, parecchio su di giri per aver bucato con il suo scoop la sempre sonnacchiosa Mamma Rai.

“Cazzo, come ha fatto a finire li? ma che roba, chissà quanti morti!” telefono a mia madre per dirle di guardare la televisione e nel mentre lei si sintonizza “pam!” il secondo aereo. E io – gran lettore di gialli – deduco che un incidente è difficile, ma due impossibile.

Il quadro diventa chiaro, mentre le notizie si susseguono rapide, angoscianti e contraddittorie. Mi attacco al telefono, voglio parlare con tutti e sentire tutti. Passo il pomeriggio incollato alla tv, saltando da un canale all’altro in cerca di non si sa cosa… Verso le 19 decido che è ora di fare basta e rinfrescare la mente. Ma non si può, il dramma è ovunque: al supermercato ci sono le donne con la borsa della spesa e i mariti usciti a comprare un rametto di rosmarino intruppati al reparto elettrodomestici, davanti ai televisori accesi e tutti sintonizzati sul disastro: un’intera parete di torri in fiamme dentro schermi full HD.

Devo distrarmi, vado a Firenze, l’istinto mi guida davanti al consolato degli Stati Uniti e mi colpisce la coda muta dei turisti americani in braghette corte e macchina fotografica al collo, in fila davanti all’ingresso, in attesa di essere ammessi all’interno per aver notizie. Notizie da un console impreparato a simili disgrazie, uso soltanto a inaugurare mostre e rilasciare duplicati di passaporti caduti nell’Arno dopo qualche eccesso con il Chianti. Il loro silenzio, le facce triste e preoccupate sono la conferma che la tragedia esiste e non è tutto un bizzarro show televisivo.

Torno a casa, ma lascio la porta d’ingresso aperta, per sentire se arriva la sua auto. Niente, passano le ore e non compare. Fino a mezzanotte inoltrata. Avevo pensato tutta la sera a cosa dirgli e ora che ce l’ho davanti, a capo chino, non trovo niente di meglio che sussurrare “ciao” e allungare la mano. La stringe forte, ha gli occhi rossi. David, il mio dirimpettaio newyorkese, professore di storia italiana in una università fiorentina americana, era finalmente rincasato. Per lo meno lui era vivo.

Alla fine l’ultimora di Televideo, che da circa 10 ore forniva solo allucinanti aggiornamenti sul dramma, ha una notizia nuova: i risultati della Coppa Italia di calcio. Non me ne è mai fregato niente, ma ora sapere cosa avevano fatto l’Albinoleffe o la Reggina mi profumava di casa, di normalità.

E’ vero: quel giorno eravamo tutti americani. E lo siamo stati fino a quando il criminale governo di quel grande Paese non ha deciso – cinicamente e a freddo – di utilizzare le lacrime, il sangue e i corpi per le sue sporche strategie di dominio politico e militare, approfittando dello sbigottimento e del dolore del Mondo per occupare militarmente un Paese intero che nulla centrava con quella vicenda, solo per procurarsi un vantaggio strategico immenso nella competizione globale per il controllo dell’energia.

There is no exit. We stay” dice Dick Cheney nello spezzone del film W che ho condiviso.

E per fare questo, sono stati violati trattati, ignorate convenzioni internazionali, oppresse popolazioni civili, praticata la tortura su larga scala e dilapidato il credito morale accumulato, annacquando i 3.000 morti delle Torri in un mare di centinaia di migliaia di vittime che non vengono commemorate in Occidente solo perché invece di essere broker di Manhattan hanno avuto la disgrazia di nascere in un qualche villaggio afghano o irakeno e sono diventati pastori, agricoltori o piccoli commercianti di cianfrusaglie. Gente che non commuove e della cui vita, in fondo, non importa molto a nessuno…

Ne 1946 a Norimberga si è celebrato il processo contro i capi del III Reich. I capi di imputazione erano:

  1. Cospirazione contro la Pace
  2. Pianificazione e attivazione di guerre d’aggressione
  3. Crimini di guerra
  4. Crimini contro l’umanità

Quel tribunale, così sinceramente animato dalla volontà di creare un ordine che ponesse la guerra fuori legge, come avrebbe giudicato George W. Bush, Dick Cheney o i vertici politici, economici e americani del governo USA?

P.S. questo post è dedicato al dott. Salvador Allende, presidente democraticamente eletto del Cile, assassinato l’11 settembre 1973, vittima di un golpe militare progettato e sostenuto da uno stato liberticida e canaglia, gli USA.

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Marco Travaglio nel suo Labirinto

In libreria ho sbattuto il naso su I segreti del Conticidio, l’ultima fatica di Marco Travaglio, dedicata alla prevedibile e comprensibilissima caduta del governo Conte.

I segreti del Conticidio. Il "golpe buono" e "il governo dei migliori"

Attirato dal “lato oscuro” mi sono avvicinato e l’ho analizzato alcuni minuti… Vedendone la pubblicità online pensavo si trattasse del classico instant-book da 100 pagine e invece è un tomo immenso che supera le 500 (502 per l’esattezza), con un intreccio logorroico che si sviluppa su 3 continenti e un numero non definibile di sistemi politici diversi.

500 pagine sono tante, anche per elaborare il lutto più profondo della propria vita (come pare essere stata la crisi del governo Conte per Travaglio) e – pur fermandomi rispettosamente davanti alla soglia del Tempio della Sofferenza Umana – mi chiedo: “chi dovrebbe leggerlo?

“Non mi sembra un libro per storici, da una rapida occhiata non emerge un rigore nella ricerca ma una cosa a metà tra la sfuriata sull’autobus contro “quelli di Roma” e il flusso di coscienza. Malgrado il titolo da “mistery” non è neppure il classico “giallo per l’estate” (nessun alone di mistero infatti, i cattivi sono presentati subito e richiamati di continuo… Non mi vedo Agatha Christie o Georges Simenon scrivere “il colpevole è quel bastardo del maggiordomo e adesso vi spiego perché!”). E certo non è un saggio di teoria politica, perché la politica è sintesi e questa Travaglieide è oltre il doppio della somma “Principe” + “Manifesto del Partito Comunista” (e – con tutto il rispetto per il “Travagliopensiero” – Machiavelli e Marx sono altra cosa…).

500 pagine… più o meno come Il Nome della Rosa (anzi, Umberto Eco è riuscito a scrivere una pagina di meno), ben 100 pagine più del Maestro e Margherita (capolavoro assoluto della Letteratura mondiale) e 74 più di Cent’anni di solitudine, il mio personalissimo “libro della vita”.

Però magari “Il Conticidio” serve a capire la politica nei suoi meandri più nascosti. Può darsi… però farei notare che per prendere 30 e lode in Scienza della Politica all’Università, nel 1990 ho dovuto studiare Poliarchia di Robert Dahl (tanto illuminante da avermi dato l’idea di chiamare così il mio studio di consulenza politica) che sbriga tutta la faccenda in 256 pagine e Elementi di Teoria Politica di Giovanni Sartori, che si ferma a pagina 438, saluti compresi.

Non abbiamo bisogno di Travaglio per sapere che la politica si collega anche con la lotta per il potere, il cinismo e le ambizioni personali e per dirlo non servono 500 pagine, io lad esempio lo spiego in modo più sintetico:

I governi di coalizione sono fragili. Si reggono su visioni e ambizioni diverse e spesso contrastanti, raramente sono il prodotto di una vera condivisione d’intenti, spesso hanno un orizzonte temporale limitato e molto della loro sopravvivenza dipende dalla capacità di mediazione dinamica del premier. Il presidente Conte non seppe anticipare e fermare le spinte centrifughe né al tempo del Conte 1, né a quello del Conte 2, facendosi mettere in sacco da manovrieri più scaltri di lui. E così cadde.

Ecco spiegato “Il Conticidio“. Non 500 pagine, ma 500 caratteri giusti giusti, spazi inclusi!

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Napoleone “in ordine”

Oggi sono 200.

Si può mettere Napoleone in ordine? Tra gli accademici inglesi per un periodo andava di moda paragonare “Boney” con Hitler, i due grandi perturbatori della Storia d’Europa. È un paragone che non tiene, se non per il fatto che entrambi sono stati piegati dalla tenacia britannica e dalle pianure gelate della Russia. Qualche altra similitudine la possiamo anche trovare ma resta la differenza principale: Napoleone era animato dalla smania di costruire, Hitler da quella di distruggere.

Certo, il governo napoleonico era dispotico, ma quale governo allora non lo era nell’Europa continentale? La sua colpa in questo fu probabilmente aver razionalizzato e ottimizzato il controllo poliziesco, portandolo – come ogni altra cosa posta sotto il suo operato – a nuovi livelli di sofisticatezza. Certo, il governo napoleonico fu espansionista e militarista, ma questa è una visione eurocentrica e coloniale, perché – in fondo – si percepisce più grave, più condannabile l’invasione del Baden-Württemberg o del Piemonte piuttosto che la creazione dei vasti imperi coloniali inglese e francese nell’intero arco dell’800 post napoleonico…

“Fu vera gloria?” si chiedeva Alessandro Manzoni nell’’interminabile ode “Il Cinque Maggio”. Non sarò certo io a rispondere chiudendo la questione. Però, ora che le ferite si sono asciugate, i lutti sono lontani, i villaggi incendiati sono ricostruiti e i popoli riconciliati posso azzardare a delle risposte. La prima è intellettuale e fredda: l’infaticabile opera di sistematizzazione e razionalizzazione di Napoleone ha consentito di separare le innovazioni civili e istituzionali della Rivoluzione Francese dalla follia delle passioni che l’animarono, permettendo così la sopravvivenza del suo lascito più positivo.

Poi c’è la dimensione intima e personale… Che cosa sarei senza “Guerra e Pace”? forse veramente il libro dei libri, meraviglioso e insuperabile catalogo di tutti i colori dell’animo umano e sullo sfondo la grandezza e l’orrore di un’intera epoca… Napoleone ha infiammato la mia infanzia e adolescenza, ore e ore passate a leggere libri che lo riguardavano o a giocare con i soldatini tenendo sempre ferma di riserva la Guardia Imperiale, pronta ad essere gettata nella mischia all’ultimo istante.

Per questo non riesco a dare un giudizio storico oggettivo, per questo durante quella mattina autunnale trascorsa in lungo e in largo per i campi brulli e monotoni vicino Bruxelles, sbirciando da una delle feritoie bruciacchiate di Hougoumont non potevo non pensare “ah, se solo Blücher fosse stato più lento… se solo Grouchy fosse stato più veloce”!

No, non è possibile “mettere in ordine Napoleone”. Non oggi. Non a me.

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Il 3 aprile, di tanti, tanti anni fa…

Come è ben noto, il 3 aprile 1077 il Patriarca d’Aquileia d’allora – Sigeardo di Beilstein – venne infeudato quale Conte del Friuli dall’Imperatore Enrico IV, scorporando il nostro territorio da quello che all’epoca era il Ducato di Carinzia, il cui duca – tal Berthold di Qualcosa – aveva aderito la settimana precedente alla “Ribellione Sassone”, un tentativo di golpe che mirava a rovesciare Enrico – reduce dall’umiliazione di Canossa – per sostituirlo con un sovrano più malleabile.

Fortuna volle che il Patriarca – bavarese come Enrico – decidesse di rimanere fedele all’Imperatore e quindi venne premiato con l’elevazione a principe temporale e – poche settimane dopo, l’11 giugno 1077 – alla contea del Friuli vennero aggiunti i marchesati d’Istria e Carniola, creando così un megafeudo eterogeneo, plurale e di complicatissima gestione. Un principato ecclesiastico inventato cucendo assieme brandelli di altri feudi pensato essenzialmente per mettere in sicurezza un’area di passaggio di cruciale rilevanza strategica. Pertanto, la scelta di elevare a Conte del Friuli un prete bavarese era comprensibile: in tempi di sommosse provocate da dinasti prepotenti, un feudo religioso avrebbe garantito all’Imperatore la certezza che in una zona importante come il Friuli – porta d’accesso all’Italia – non si sarebbe costituita una dinastia con ambizioni di indipendenza politica dal potere imperiale. Il Ducato del Friuli si sviluppò pertanto come un incrocio bizzarro tra uno stato teocratico, una monarchia, una repubblica autonoma e un feudo imperiale. In vetta alla piramide del potere, infatti, stava il Patriarca, mentre subito sotto di lui – con il titolo nobiliare di marchese – figuravano gli abati delle tre grandi abbazie di Moggio, Sesto al Reghena e Rosazzo. Solo dopo questo triumvirato ecclesiastico spuntavano i laici, vale a dire i vari feudatari liberi (conti o baroni), spesso di origine straniera, venuti in Friuli come ornamento della corte patriarcale.

Il marchingegno funzionò egregiamente piuttosto a lungo. Il “Friuli” (o meglio, il fritto misto di territori a cavallo delle Alpi) fu per secoli il ponte tra l’Italia, l’area germanica e quella slava (in questo le chiacchiere sull’Alpe Adria di Adriano Biasutti o Riccardo Illy non hanno inventato nulla) e i patriarchi si dimostrarono vassalli fedeli, al punto che – nella fatale giornata di Legnano (1176), quando le velleità autonomiste dei comuni italiani misero al tappeto le smanie centraliste di Federico Barbarossa – il piccolo esercito patriarcale combatteva dalla parte dell’Imperatore e contro i comuni del nord Italia.

La storia del Principato Patriarcale d’Aquileia non fu particolarmente gloriosa, checché ne dica la retorica micronazionalista; la natura ampia ed eterogenea dei territori lo rendeva difficile da difendere, anche perché circondato da vicini molto ingombranti, e la sua natura ecclesiastica impedì una centralizzazione politica ed istituzionale dei territori attorno a una dinastia regnante, come invece avvenne in altre parti dell’Italia (fatto che – tra l’altro – ci precluse le glorie del Rinascimento, quello vero, non quello Saudita) e fu fonte di continui torbidi interni… E infatti la cronaca 1077-1420 pullula di patriarchi assassinati e gettati nel letame, congiure nobiliare, feudatari prepotenti e traditori, castelli saccheggiati, contadini vessati e disgrazie di varia natura. Infine, nel 1420, alcuni nobilastri con a capo l’illustre casata dei Savorgnan aprirono le porte di Udine alle truppe di Venezia, che quasi senza colpo ferire riuscì così ad annettere il territorio friulano alla Serenissima. Il Patriarca fu ridotto a fare il vescovo e null’altro fino al 1751, quando con bolla papale (sollecitata da Maria Teresa d’Austria) il patriarcato venne abolito anche dal punto di vista religioso, sostituito dai due ampi arcivescovadi di Udine e Gorizia. E di quelle vicende non resta molto, tranne il fatto che l’arcivescovo di Udine non veste in violetto, ma in un rosso, forse meno vivo di quello cardinalizio, ma pur sempre rosso: il rosso patriarchino. Basta sapersi accontentare.

C’è molta stravagante nostalgia per il Friuli patriarcale, dalle nostre parti con qualche rigurgito micronazionalistico dai tratti grotteschi e acronotopici e in questo sta l’esaltazione della data del 3 aprile. Però la “vera” autonomia non venne nel 1077, ma – in realtà – nel maggio 1232 quando lo Stupor Mundi Federico II riconobbe a tutti i principi laici e religiosi del suo vasto Impero i diritti fondamentali di sovranità, pur nel mantenimento di vincoli feudali con l’Imperatore. Curiosamente e per puro caso, questa importante riforma costituzionale dell’Impero venne deliberata da una Dieta Imperiale riunita proprio in Friuli, a Cividale.

Per chi ama la storia delle istituzioni politiche e crede nella sovranità dei Parlamenti, il lascito più affascinante di quell’esperienza storica fu il Parlamento della Patria, autentico precursore delle moderne assemblee legislative, ben prima della House of Commons, la cui storia luminosa si può fare iniziare con il “Parlamento di de Montfort” del 1265.

Ma questo magari lo racconterò un altra volta…

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Breve storia faziosa di 10 anni di PD. Un po’ vista dall’interno, un po’ da fuori…

PD: 11 anni di alti e bassi - YouTrend

2011. Segreteria Bersani. Per “senso di responsabilità” si sostiene il governo Monti, ma lo si fa con eccesso di zelo, oltre il limite temporale necessario, votando acriticamente qualsiasi provvedimento e senza chiedere nulla in cambio. La campagna elettorale del 2013 non è minimamente combattuta, evitando accuratamente idee o iniziative (ottenere consenso è qualcosa di poco chic… chissà mai chi ti potrebbe mai votare!) e quindi si perde. Successivamente il segretario fallisce la partita del Quirinale, fallisce il tentativo di formare il governo, il gruppo parlamentare che aveva selezionato grazie alle liste bloccate gli viene sottratto da sotto il naso e finalmente si dimette. Inizia l’Era Renzi.

2013. Segreteria Renzi. Il primo atto politico del nuovo segretario è eliminare il presidente del Consiglio del proprio partito e sottrargli la carica. La congiura riesce con il consenso di tutte le correnti tranne quella di Civati (e neppure tutta…). Pochi mesi dopo la principale sciagura nella storia del PD: il voto europeo con il 40.8% dei consensi. Nel PD perdono la brocca e sul mito di quell’unica giornata di Sole si accetta la demolizione del patrimonio politico e ideale del partito: scuola pubblica, diritti del lavoro, Costituzione. Buono Scuola – Job Acts – Riforma Boschi il trittico micidiale che trasforma il partito in un pasticcio liberalgaullista di centro che guarda a destra. “Ma con lui si vince”. Invece si perde. Prima l’anima, poi la faccia, infine le elezioni.

2018. Segreteria Zingaretti. Il “partito a vocazione maggioritaria” è sceso al 18%, meno del disprezzatissimo PDS di Achille Occhetto. Nel Paese governa la destra più brutta mai vista, un governo guidato da uno sconosciuto che tiene assieme il populismo peronista e il sovranismo xenofobo. Dovrebbero esserci praterie per una trasformazione in senso laburista, europeo, ecologista e democratico. Ma invece niente, si vivacchia in attesa che “passi questa fase”. La fase passa, inaspettatamente, riecco il governo (unico eterno faro dell’azione del PD) e per l’emozione accettano tutto: un governo fotocopia del precedente, una riforma costituzionale detestata, accettano che le richieste in materia di legge elettorale e immigrazione – date per ultimative – siano totalmente accantonate. Si accetta tutto, perché c’è sempre una buona scusa: prima la paura di Salvini, poi la pandemia. Nel 2021 cade il governo, un partito che rivendica da sempre il monopolio dell’intelligenza politica (figuriamoci!) dovrebbe saper gestire queste fasi e invece si impicca alla formula grottesca “O Conte o voto!” non avendo la forza per imporre il primo o il coraggio per accettare il secondo.

2021. Il PD entra nel governo Draghi (perché al governo si entra SEMPRE) ma senza rivendicare nulla in termini politici, mettendo confini ridicoli (Zingaretti elenca tra i paletti l’Atlantismo – cioè un’alleanza militare – ma non l’Antifascismo), rinunciando a contribuire al programma e facendo passare la convinzione che il PD sia contrario al governo in cui siede e quindi – capolavoro politico – si farà carico di tutti gli insuccessi, mentre i trionfi (se ci saranno) verranno capitalizzati da Draghi e da Salvini, che mette scaltramente il cappello su qualsiasi cosa…

Qualche dato
VOTIIscritti
200833.2%840.000
201325.4%540.000
201818.8%360.000

… to be continued…

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Il DPCM di Natale, in anteprima…

Il governo finalmente ha deciso come gestire il Natale e possiamo anticipare in anteprima il testo del nuovo DPCM:

a) lo status di “congiunti” è definito secondo la Prammatica Sanzione del 1713 che consente la successione anche in linea femminile (condizione richiesta fortemente dalle donne del PD);

b) punto di mediazione sul tema del giorno: “in macchina due o tre?”. Non si contano le persone ma i kg. Non sono ammessi oltre 210 kg di passeggeri, se poi si tratta di due ciccioni o di tre magrolini va bene comunque, purché il limite stabilito non venga oltrepassato;

c) la distanza tra comuni non sarà calcolata in Km ma in miglia romane, provvedimento adottato su richiesta della Sindaca Raggi per mandare un segnale agli elettori più tradizionalisti in vista del rinnovo dell’amministrazione capitolina;

d) il coprifuoco sarà alle 22.00 ma ogni Regione potrà scegliere il fuso orario di riferimento, con l’eccezione del Molise che dovrà adottare quello dell’Abruzzo;

e) ad alcune categorie ben specificate sarà consentito circolare all’esterno del perimetro comunale. Dopo lunga discussione e il parere definitivo degli esperti del Cts nonché degli ultimi membri viventi del Politburo della Cecoslovacchia (nominati d’ufficio consulenti del ministro Speranza) si è deciso che potranno liberamente circolare anche nei giorni 25-26 le seguenti persone: i) nati del Capricorno; ii) mancini affetti da albinismo; iii) bisessuali con l’esclusione di quelli versatili; iv) elettori di Italia Viva (non si prevedono assembramenti in tal senso); v) collezionisti di articoli di Marco Travaglio; vi) Marco Travaglio;

f) sarà libera la scelta tra pandoro e panettone, ma nel governo vi sono forti discussioni tra i ministri di Italia Viva (favorevoli al “tronchetto con crema di sciampagn e arancia amara candita”) e il ministro Boccia che vorrebbe rendere obbligatorie le “carteddate” al miele. Decisiva la mediazione del premier: libertà di consumo di panettone con gocciole di cioccolato, purché sia fondente;

g) rimangono le zone gialla, arancione e rossa, ma ogni Regione potrà scegliere il pantone più appropriato con la “naturale vocazione turistica” del territorio di riferimento.

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Colonnelli all’amatriciana

Ieri sera – per festeggiare i 50 anni del fallito “Golpe dell’Immacolata” (la neofascista e pasticciata “intentona” del principe Borghese, fermata dalla pioggia e da una telefonata misteriosa nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970) – ho rivisto “Vogliamo i Colonnelli“, di Mario Monicelli, con Ugo Tognazzi, meritoriamente disponibile sulla piattaforma Sky. Dopo un po’ mi è passata la voglia di ridere: quella destra superficiale, cialtrona, manesca, tutta in maiuscolo che dovrebbe essere una mera rappresentazione satirica oggi è la realtà e il golpista on. Giuseppe Tritoni non parla in modo diverso da Maurizio Gasparri o Ignazio La Russa. Non è la satira che deforma la realtà, ma la realtà che si è fatta satira, anzi farsa. Farsa tragica.

La seconda considerazione è più politica. Mentre il PCI fece da argine al terrorismo di sinistra – pagando anche un pesante prezzo di sangue – il MSI coccolò l’eversione di destra: indagati di strage, implicati in insabbiamenti, complottisti e golpisti, tutti eletti in Parlamento nelle liste del fascista in doppiopetto Almirante, che – come si vede nel video a disposizione di tutti su YouTube – affermava chiaramente la sua disponibilità a sostenere un golpe militare per evitare la democratica crescita elettorale della sinistra. Insomma, che io sappia, la Destra italiana non ha avuto il suo Guido Rossa, un militante che dovendo scegliere tra la propria ideologia e la fedeltà alle istituzioni democratiche scelse queste ultime e pagò con la vita.

Giorgio Almirante. Quel Giorgio Almirante che l’impudenza neofascista e la pigrizia (o l’ignoranza) di pezzi del centrosinistra vogliono accreditare tra i “Padri” della Repubblica, praticamente una specie di Berlinguer nero. Un “padre” favorevole all’instaurazione di un regime violento e assassino come quello greco, che era il riferimento politico e ideologico del MSI dei primi anni ’70. Un collegamento dimostrato, risaputo e costante quello tra l’estrema destra italiana e la dittatura greca, fino al giorno in cui quest’ultima cadde sotto il peso dei propri crimini.

Nella biblioteca (oddio, biblioteca…) dei libri preferiti della Destra italiana figura Oriana Fallaci, ma – temo – solo limitatamente a “La Rabbia e l’Orgoglio“. Leggano “Un Uomo“, leggano e imparino cos’era quella dittatura dei Colonnelli che il loro leader storico avrebbe voluto importare in Italia. Leggano cosa volevano accadesse in Italia.

Una considerazione finale: il film di Monicelli termina in modo inquietante e molto acuto. Il golpe farsesco fallisce nel ridicolo, ma il colpo di Stato viene comunque attuato in modo indolore, in modo burocratico e tecnocratico. Senza carri armati, ma solo perché non servono. Monicelli aveva inconsapevolmente descritto il “Piano di Rinascita Democratica” di Licio Gelli, ma 8 anni prima che la Loggia P2 fosse scoperchiata… Che dire, l’intelligenza e lo sguardo lungo del grande artista.

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La generazione perduta della Sinistra…

Nel 1994 Norberto Bobbio commentò la vittoria di Berlusconi dicendo che “determinante è stata la televisione, non nel senso che Berlusconi sia apparso in video molto più di altri, bensì perché la società creata dalla televisione è una società «naturaliter» di destra […] Non ha vinto Berlusconi in quanto tale, ha vinto la società che i suoi mass-media, la sua pubblicità hanno creato.

Lo stesso si può dire per la probabile vittoria del SI al referendum. Impossibile scalfire in poche settimane e in una campagna elettorale resa drogata dall’assenza di visibilità e risorse e dalla pandemia del Covid il clima di plebeismo costituzionale, di antipolitica e di fastidio per le prassi democratiche che ha infettato la società da ormai quasi trentanni, clima mai veramente contrastato dal centrosinistra che si è più accodato – sposando volta per volta le parole d’ordine della destra, dal federalismo alla democrazia decidente per giungere all’antipolitica – in un tentativo insulso di rendere tollerabile l’intollerabile.

MiBACT - Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo | Facebook

Per quanto pochi saranno i NO, ci consentiranno di contare quanti sono stati capaci di resistere alla marea del populismo. E’ significativo che il fronte trasversale del NO comprenda personalità di estrazione liberale, padri nobili della sinistra e il meglio del popolarismo cattolico: sono le tre componenti culturali che hanno dato vita alla Costituzione repubblicana e quindi è sensato che oggi difendano non il numero dei parlamentari, ma una idea di istituzioni e di società.

Purtroppo, tra questi NO non potremo considerare la classe dirigente dei partiti di centrosinistra, PD e Art.1. Eppure, se diamo un’occhiata alle dichiarazione, agli appelli, alle sensibilità emerse in questi giorni notiamo che il NO lega assieme il passato e la memoria con la vivacità del futuro, nel mezzo un grigio presente. Voteranno NO gli ultimi Padri Nobili del PCI – come Emanuele Macaluso e Aldo Tortorella – così come nomi pesanti della tradizione di sinistra quali Livia Turco, Anna Finocchiaro, Susanna Camusso, Sergio Cofferati… E poi il meglio del cattolicesimo democratico con Rosy Bindi, Guido Bodrato, Pierluigi Castagnetti, don Luigi Ciotti e il ricordo dell’Ulivo, unica vera innovazione politica nel centrosinistra degli ultimi 25 anni, con il NO di Romano Prodi e Walter Veltroni. E nomi simbolo dell’immaginario di sinistra come Liliana Segre, Cecilia Strada, Roberto Saviano o la presidente dell’Anpi Carla Nespolo…

Ma il NO non rappresenta solo il passato della Sinistra. Contrastano il taglio della democrazia rappresentativa anche Elly Schlein, con il sindacalista Aboubakar Soumahoro (pure lui assai critico sulla semplificazione populista) una delle poche voci interessanti e nuove della Sinistra italiana e il movimento delle “Sardine”, così come i Giovani Democratici. Insomma il passato e il futuro del centrosinistra uniti da un ponte sospeso, nel mezzo del quale non vi è nulla… E più leggo e più mi chiedo che cosa abbiano avuto in testa Nicola Zingaretti e Pierluigi Bersani… come abbiano fatto a rimuovere dal loro processo decisionale il fatto che comunque vada a finire la loro scelta di un SI acritico e a scatola chiusa li avrebbe messi dalla parte degli sconfitti. La scelta del NO sarebbe stata nobile, quella della libertà di voto una furbata efficace, il SI invece è proprio un volersi cercare la sconfitta a tutti costi, un “mettere il culo nelle pedate”, per citare un mio caro amico.

Leggo i nomi e nella mia mente ne aggiungo anche altri che non sono in questo elenco e pure si sono pronunciati chiaramente. Sono convinto, voglio essere convinto, che se con il senno del poi avessero immaginato una tale reazione, i burocrati del centrosinistra avrebbero preso posizioni più sfumate. Ma il dramma è che non l’hanno immaginato. Probabilmente Zingaretti e Bersani sono rimasti sorpresi: non ci conoscono e non ci capiscono più. Quindi non possono rappresentarci.

Ma la scelta misera e triste di Zingaretti e di Bersani – che dopo 3 NO rappattumano un SI male digerito e malissimo giustificato – è la scelta di una generazione perduta di politici di centrosinistra. Una generazione nata e cresciuta nel berlusconismo e che di quel movimento – più atteggiamento mentale che ideologia – ha introiettato tutti i limiti e tutte le caratteristiche: il tatticismo estremo, la convinzione che solo la presenza al governo dia un senso alla politica, l’assenza di punti fermi valoriali o programmatici, l’estremo cinismo e l’estremo opportunismo, l’assenza di senso delle Istituzioni… E’ la generazione tra i 40 e i 60 anni (la mia, ahimè), troppo giovane per aver avuto un vero ruolo nella I Repubblica e cresciuta tutta dentro lo squallore della II Repubblica, incapaci oggi di incarnare e rappresentare le ansie e le speranze per il futuro, semplicemente perché non le conoscono, non le capiscono e non gli interessa farlo.

La generazione degli anziani aveva una visione, un lessico e delle convinzioni, la generazione dei ventenni ha in mente le grandi sfide del nostro tempo, quella per la sopravvivenza del Pianeta sopra tutte le altre. La generazione di mezzo invece è inutile sempre, dannosa spesso. Senza idee, senza progetti, senza passione civile. Il SI stracco, malspiegato, malvissuto e rinunciatario è solo l’ennesimo tassello di una classe ex dirigente che ha fallito tutte le sue prove. Diceva Nanni Moretti nel suo celebre intervento in piazza Navona “con questi dirigenti non vinceremo mai”.

Era il 2001. “Facciamo che questa serata non sia stata proprio inutile”. E invece…

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L’Aziendalismo, l’Ultima Ideologia

Ho ripreso in mano il vecchio progetto di una seconda laurea, questa volta in Storia, come deferente omaggio ai sogni del bambino che fui. Stavo valutando una specialistica in una primaria università del Nord, un percorso di Scienze Storiche dal Medioevo ai giorni nostri.

Già mi immaginavo a preparare con faticoso impegno e a un livello finalmente elevato esami come  Storia delle Eresie Medievali, Storia delle Istituzioni Politiche Europee, Storia dell’Illuminismo, Storia del Risorgimento e della Resistenza… Purtroppo però sono tutti insegnamenti che in questa primaria università del Nord Italia non trovano spazio. In compenso però ci sono un paio di insegnamenti in inglese (sia mai che uno che desidera studiare Storia Medievale possa magari imparare un po’ di Latino!), un insegnamento dall’aria terribilmente pallosetta ma tanto politicamentecorretta come “Storia delle Donne e di Genere” e – capolavoro dell’indottrinamento ideologico: “Storia dell’Impresa”, con il seguente appassionante programma:

“Lo studente alla fine del corso sarà in grado di: – Capire perché le ragioni del successo o dell’insuccesso delle imprese e di affrontare ragionamenti sulle dinamiche dello sviluppo economico. – Capire le logiche organizzative, produttive e commerciali degli attori economici attraverso la loro storia. – Saper analizzare l’evoluzione delle strategie e delle strutture delle imprese. – Saper decostruire la narrazione dell’impresa, con particolare attenzione alle dinamiche per portano al successo o all’insuccesso delle imprese. – Saper contestualizzare le scelte degli attori economici con il loro ambiente economico, politico e sociale.”

SFRUTTAMENTO DEL LAVORO MINORILE (di M.A. Chino, A. Manfredi, V. Orsi, F. Pasolini)

Notare come manchi completamente un qualsiasi riferimento di natura critica, anche solamente velata. Il corso si presenta non come un momento di riflessione d’alto livello ma come una lettura unidirezionale sulla base di un solo punto di osservazione: quello dell’Impresa e dei suoi interessi. Magari il docente saprà inserire spunti critici, magari le chiavi di lettura proposte saranno differenziate ma – se devo valutare al primo sguardo – direi che più che un corso di alta formazione universitaria, sembra un convegno promozionale di Confindustria Giovani del Trevigiano, anche perché il libro di testo consigliato – con Steve Jobs in copertina – mette al centro “la figura del manager come agente di modernità e innovazione”. Avanguardia pura, direbbe Miranda Priestly.

A me va bene (quasi) tutto, ma vi prego, non mi si racconti che il capitalismo e soprattutto l’Aziendalismo non è una ideologia totalitaria, pervasiva e invadente, tanto da voler influenzare le menti anche di chi vorrebbe solo perdere tempo a studiare un po’ le corporazioni nella Firenze del XIV secolo o le politiche di welfare nella Repubblica di Venezia…

Nessuno deve sfuggire al tetro controllo dell’Impresa e alla sua ingombrante narrazione. A quando l’insegnamento di Storia delle Icone Bizantine sarà sostituito da “Storia delle Icone di Facebook”, “Storia del Rinascimento” con “Storia di Amazon” e “Storia del pensiero politico” con “Storia del pensiero di Marchionne”?

I latini – dannati tromboni – avrebbero detto mala tempora currunt. Nel corso di Storia dell’Impresa invece immagino dicano Happy Days are coming thanks to Elon Musk!

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