Lacrime

Di questa edizione di Wimbledon mi hanno colpito le lacrime. Lacrime diverse tra loro, fotografie di stati d’animo contrapposti, ma capaci – ciascuna nella propria parte – di ricordare cosa aiuta a rendere il tennis così affascinante: la sua natura solitaria, la sua impossibilità di trovare conforto in una squadra nella quale si amplificano le gioie e annacquano i dolori e le responsabilità.

Le lacrime più terribili sono state quelle della povera Bethenie Mattek-Sands. La grande doppista – favorita per la vittoria finale, n. 1 al Mondo e attuale detentrice dei titoli degli US Open 2016 e degli Australian Open e French Open 2017 – che si fracassa il ginocchio (e forse la carriera). Stesa a terra urlante “help me! Please help me!“, mentre la sua avversaria non sa come aiutare e un po’ consola e un po’ piange e il pubblico assiste attonito per 15 minuti, tanto ci è voluto perché la poverina fosse portata fuori dal campo in barella.

Poi ci furono le lacrime di Donna Vekić, la biondissima fidanzata di Stan Wawrinka, che dopo aver sfiorato più volte la vittoria contro la favorita di casa Johanna Konta ha dovuto piegare la testa 10-8 nel set decisivo. Sono le lacrime di chi ha fatto tutto il possibile, ha sfiorato la gloria e l’ha vista sfumare e non ha retto alla delusione. Non dissimili le lacrime del povero Mate Pavić, anche lui croato come Donna, giunto in finale nel doppio (e il doppio sui prati di Wimbledon è ancora una cosa seria), nettamente il migliore in campo tra tutti e quattro i giocatori, per quasi 5 ore ha fatto l’inimmaginabile eppure alla fine, giunto talmente vicino alla coppa da appannarla con l’alito, ha perso. Perché il tennis è uno sport violento e crudele. 13-11 al 5° set per gli altri, per “quelli bravi”.

Tra tutte le lacrime, però le più sorprendenti sono state quelle di Marin Čilić (pure lui croato! quanto frignano questi croati…) durante la finale. La partita era cominciata bene per il cecchino di Medjugorie, teneva il servizio con autorità, era aggressivo nei turni di risposta, va in testa nel primo set 3-2. Poi la partita termina, dopo appena 20 minuti, inspiegabilmente: Roger mette la marcia in più e porta a casa 7 giochi consecutivi. A questo punto, Marin ha una crisi di pianto dirotto, con la testa nascosta dall’asciugamano e il corpaccione scosso dai singhiozzi: è il pianto di chi si sente perduto e non sa che pesci pigliare. La versione ufficiale è “aveva una piaga al piede, piangeva per il dolore”, ma non regge: è un giocatore professionista, queste cose le sa gestire e in fondo dopo il cambio delle bende non mi sembrava particolarmente menomato nei movimenti.

Sono convinto invece che le sue fossero le lacrime di chi sente su di se gli occhi del Mondo, è consapevole che i 15.000 del Centrale (con l’eccezione di un piccolo manipolo di croati) attendevano solo la sua sconfitta per esultare e che – forse – l’occasione di giocare la finale a Wimbledon non gli capiterà mai più nella vita. Era il giorno sognato da sempre e tutto stava andando nel peggiore dei modi.

Dopo le lacrime da straziante dolore, le lacrime della delusione e quelle del “panico da palcoscenico” ecco infine le uniche lacrime dolci, quelle della gioia della Vittoria. Le lacrime del sogno raggiunto, le lacrime del ritorno, le lacrime guardando la propria famiglia felice, stringendo la coppa tra le mani. Le lacrime di Roger Federer, per l’ottava volta Re di Wimbledon. E assieme alle sue, le nostre, che tanto abbiamo atteso questo giorno, volendo bene a uno sconosciuto come se fosse uno di famiglia, festeggiando le sue vittorie come fossero nostre e soffrendo perché consapevoli che questi fuochi d’artificio sono tra gli ultimi, perché il tempo passa per tutti, per Roger solo più lento, ma passa anche per lui… ahimè.

Invidio chi ama gli sport di squadra, con i grandi campioni che se ne vanno ma la vita che comunque si rinnova. Per chi ama il tennis il cuore può battere nell’arco di ogni generazione solo per un giocatore alla volta e quello che accade lo si vive come le storie di antichi Re seduti sul trono di Regni perduti ma non dimenticati. Si amano i guerrieri come Jimmy Connors, le menti superiori dei ragni tessitori come Miloslav Mečíř, le regine dolci e fragili come Martina Navratilova, le teste matte come Marat Safin o i giocolieri come Gäel Monfils. Oppure, come nel mio caso, si cerca la reincarnazione dei Siddharta, dei nuovi Buddha che reincarnandosi passano la fiaccola del Genio da una generazione all’altra…

E’ una linea di sangue reale, come quella dei Capetingi. Che nella mia vita parte con Rod Laver, per trasmettersi poi in John McEnroe, in Pete Sampras e in Roger Federer. E in attesa del prossimo “Piccolo Buddha”, godiamoci le lacrime e la gioia di quello ancora in carica, vorremmo per sempre, sappiamo che non si può, speriamo almeno per un altro pochino…

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Venere, ancora una volta…

Ho 50 anni da meno di un mese, sono stanco di compromessi e voglio tutto. Ad esempio voglio che oggi Venus Williams vinca Wimbledon per la sesta volta e domani Roger Federer lo vinca per l’ottava.

I miei lettori – sempre di meno, ahimè – dovrebbero sapere che il mio cuore pulsa per l’animo turbolento, dolce e incazzoso di Serenona, in dolce attesa da qualche parte del Pianeta. Delle due Williams, Serena è quella grossa, rissosa, muscolare, fragilissima mentre Venere è una statua di ebano, un’opera d’arte africana di quelle che forse ispirarono i volti delle “Demoiselles d’Avignon” di Picasso o certi studi di nudo in blu di Matisse.

Insomma, Venere è la più grande, la prima a raggiungere il successo planetario, la più bella. Ma è anche quella con la salute più fragile, quella con la quale Serenona divideva più di frequente il letto singolo durante l’infanzia perché le sorelle erano 5 ma i soldi bastarono solo per comprare 4 letti e dunque a turno la più piccola dormiva un po’ con l’una e un po’ con l’altra. E questo è servito loro – nei racconti di Serena – a capirsi meglio, a essere più legate, più complici.

Ma la bellezza di Venere non piace a tutti: durante gli Australian Open del 2017 un commentatore della ESPN – subito bombardato di critiche e insulti – ebbe la pessima idea di paragonarne i lineamenti a quelli di un gorilla. A conferma che per una donna nera, anche giovane, bella e multimilionaria, il rischio dell’insulto, dell’umiliazione a sfondo razziale è sempre dietro l’angolo. I tempi di Althea Gibson (11 slam vinti tra singolo e doppio nel triennio 1956-58), che subì l’onta di veder uscire le giocatrici bianche al suo ingresso negli spogliatoi degli US Open, sono solo apparentemente lontani.

Dall’altra parte della rete ci sarà Garbine Muguruza, bella e inutile come il 90% delle tenniste di oggi. Garbine parte favorita, ma la favola e il cuore mi indicano Venus, anche se non penso che alla fine la Regina Nera sia in grado – alla lunga – di mangiare la Regina Bianca, ma nulla mi impedisce di sperare, fino all’ultimo, fino a quando l’arbitro non dirà “game, set and match Muguruza“.

Ma questo post deve terminare. Sono le 14.00 (ora di Wimbledon) e stiamo per dare inizio alla contesa, in fondo S.M. Juan Carlos di Spagna e S.A.R. il Duca di Kent sono già al loro posto, mica posso farli attendere oltre!. Temo che per una questione di fusi orari e gravidanze avanzate nel box di Venus non ci sarà Serenona a fare il suo tifo chiassoso. Ma se per caso dovesse esserci, allora tutto sarebbe perfetto.

P.S. Non soffrite troppo per la povera Althea Gibson umiliata in spogliatoio: l’orgoglio ferito le permise di vincere gli US Open quell’anno e pure quello successivo. Non è da tutte.

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La piazza. E il salotto

A Tomaso Montanari e Anna Falcone non interessa passare il pomeriggio con Pisapia. Da un lato li capisco, pure io preferirei guardare una partita di Federer invece di ascoltare un comizio, ma c’è dell’altro in quello che loro dicono nella lettera aperta pubblicata su Huffington Post di oggi. E quell’altro è espresso con una retorica di alto livello – d’altra parte Montanari e Falcone non sono certo degli illetterati – al servizio di un pacchetto di argomenti già presentati in forma pubblica al Teatro Brancaccio una decina di giorni fa.

Peccato che si tratti di argomenti vecchi come il cucco: a) la superiorità della c.d. “società civile” su ogni forma di politica organizzata, dimenticando che la società civile non esiste e se esiste si fa i cazzi suoi e – in fondo – ha sempre i governi che si merita; b) la convinzione che vi sia una voglia di partecipazione inespressa che nessuno sa intercettare, mentre tutti gli studi di sociologia politica condotti dai tempi Harold Lasswell ad oggi testimoniano come il bisogno di partecipazione sia sempre elitario e che la massa venga al limite “mobilitata”. Cioè le moltitudini sono oggetti, non soggetti.

E poi questa mistica dei programmi “scritti dal basso” perché “si è persa un’occasione per ricostruire quell’alleanza tra la politica e il popolo delle diseguaglianze, senza la quale non c’è progetto politico che tenga, e che possa presentarsi alle elezioni con qualche chance di successo.” Il che forse è vero, ma mi sfugge la ragione per la quale un prestigioso professore ordinario di Storia dell’Arte e un’avvocata nipote di un ministro possano essere i simboli del “popolo delle diseguaglianze”. Siamo sempre all’élite, alla “legge ferrea dell’oligarchia” ben spiegata da Roberto Michels oltre 100 anni fa e mai superata.

Per carità, io non ho nulla contro le élite, anzi. Sono tutto meno che un “gentista” e quando nella storia è stato il popolo a condurre, anziché venir condotto, non è quasi mai venuto fuori nulla di buono. E per dirla tutta, io sono al 99% d’accordo con il 99% di quanto dicono Falcone & Montanari, ma quello che proprio non accetto è il voler fare politica fottendosene delle regole eterne della politica.

La Politica non è solo sogno e passione (anche se senza di questi non vai da nessuna parte) ma è pure paziente negoziato, compromesso, mezze scelte, ambizioni alte e tattiche meschine, spietata lotta per il potere, intrigo e tradimento, faticosa e paziente costruzione del consenso. Se non si accetta questo, se si spera basti una matinée a teatro per imprimere una direzione diversa ai millenari meccanismi che regolano i processi politici, allora si rinuncia a voler fare politica “sul serio” e si sceglie la strada del dotto e sterile moralismo alla Floris d’Arcais, il Marchese sostenitore di tutte le purezze, di tutte le scomuniche etiche, di tutti i movimenti più romantici, co-autore delle disfatte più brillanti nella storia della Sinistra non istituzionale, quella che si spezza ma non si piega.

Io non sono un fan di Pisapia. Al contrario, per dirla tutta, ne ho già le tasche piene dei suoi “non detti”, dei passi avanti e indietro, delle parole pronunciate a metà, dei tatticismi interminabili, delle gaffe. Ma è questo che abbiamo, non è molto ma dobbiamo in qualche maniera farcelo piacere. E sarei ben lieto se il duo “Falconari” si unisse a noi e contribuisse con un po’ di pepe a rendere meno insipido questo brodo di semolino, perché la sfida è immensa, il percorso difficile, le idee sono quello che sono e tutti stiamo facendo del nostro meglio, che è quello che è.

Pertanto, se “la Principessa del Popolo” e “Filippo Egalité” accetteranno di convivere senza troppi diktat con la mediocrità del nostro progetto (che ancora non si sa neppure bene quale sia), allora faremo tutti un passo in avanti. In fondo, forse Pisapia e Bersani rappresentano “la casta” e i “Falconari” incarnano “il popolo delle disuguaglianze”, ma è il primo ad aver avuto il coraggio di affrontare una piazza, i secondi hanno preferito un teatro.

E si sa, il popolo minuto, raramente frequenta i teatri…

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Requiem per l’Ulivo defunto

E’ una delle immagini che ricordo della notte del 21 aprile 1996, la notte della Grande Vittoria. La folla plaudente sotto Botteghe Oscure, il balcone che si apre scricchiolando, fendendo le 1000 ragnatele formatesi in 20 anni di sconfitte una peggio dell’altra e la dirigenza del PDS che si affaccia a salutare e poi scende a mescolarsi tra la folla… E ricordo Massimo D’Alema, abbracciato da una anziana militante che lo bacia e gli dice “Bravo compagno! Bravo! Faremo una grande opposizione!”

Chi di noi non vorrebbe ritornare a quella notte? Riguardare quell’esperienza è non solo giusto, ma anche doveroso, perché la politica è più simile al rugby – un gruppo che avanza assieme e per progredire si volta all’indietro – che alla stella solitaria del calcio, che corre in solitudine in cerca del colpo di genio che ti risolve la partita.

Però sognare e ricordare l’Ulivo impone anche di rimettere in fila quelli che furono i tasselli fondamentali di quell’esperienza:

  1. un leader di grande prestigio personale e fortemente inclusivo, riconosciuto da tutti e non afferente in modo diretto a nessuno dei partiti della coalizione;
  2. una alleanza articolata su 2 motori: la sinistra riformista e il cattolicesimo democratico e popolare con un partito politico più forte degli altri – il PDS oltre il 21% – pronto a rinunciare ad ogni velleità egemonica o personalistica in favore della riuscita del progetto politico complessivo;
  3. una competizione strutturata su collegi elettorali uninominali, che favorivano la valorizzazione delle identità e delle esperienze dei singoli territori, anche sull’onda dell’entusiasmo generato dall’allora recente “primavera dei Sindaci” grazie al passaggio all’elezione diretta e all’ingresso in politica di nuovi talenti provenienti dalla c.d. società civile;
  4. la spinta alla rimodulazione/riaggregazione del campo politico seguita ai “3 fallimenti” del primo tentativo maggioritario (la legislatura 1994-1996): il fallimento della strategia gauchista di Occhetto; quello del “terzo Polo” promosso da Mario Segni, contraddittorio profeta del Bipolarismo e – infine – il fallimento della strategia delle “coalizioni a geometria variabile” che portò all’effimera vittoria elettorale di Silvio Berlusconi nel 1994.

Quali delle condizioni precedenti esiste ancora oggi, per la ricostruzione di un ipotetico “nuovo Ulivo”? Forse un’altra – ancorché diversa – collezione di fallimenti, ma per il resto? Non c’è una coalizione tra pari ma un partito con velleità egemoniche e un leader non inclusivo, con una personalità fortemente narcisistica e velatamente autoritaria e una legge elettorale proporzionale, che certo non aiuta alla creazione di coalizioni ampie e plurali.

E poi manca la cosa più importante: la volontà da parte del Partito Democratico di dare vita a un progetto che affondi nella storia politica e culturale della sinistra. Dopo 4 anni di dominio renziano il PD non è più una forza della sinistra riformista, ma un partito di centro che guarda a destra: liberista e mercatista in economia, verticistico nella visione politico-istituzionale, conservatore sul piano sociale con una leggera spruzzatura di liberalismo nel campo dei diritti civili. Non c’è niente di male ad essere di centro rivolti a destra, ma non è con chi guarda in quella direzione che si ricostruisce il centrosinistra.

La fase che si apre sarà prodromica di una competizione elettorale proporzionale, perché questo prevede sia la normativa in vigore, sia il sistema elettorale in discussione alla Camera (semmai sarà ripreso). Quello che cambia tra i due modelli è essenzialmente la soglia di sbarramento: se rimarrà solo del 3% produrrà polverizzazione dell’offerta, se invece salirà al 5%, probabilmente favorirà un processo riaggregativo e ricostruttivo delle identità, passaggio fondamentale per ripartire, sapendo dove andare.

E il PD? beh, fino a quando avrà come leader un tizio che incendierebbe l’intero Pianeta se solo potesse diventare il Re delle Ceneri allora temo che quel soggetto non sarà politicamente spendibile per un disegno strategico, ma solo per qualche escamotage tattico e propagandistico.

Che è esattamente quello di cui il centrosinistra (e l’Italia) non hanno bisogno.

 

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Un civile Garden Party

Per tutta la giornata non ho aperto bocca sulla tragedia di Manchester perché – come altre volte sottolineato – detesto unirmi al “circo del dolore e del terrore”, troppo grande e odioso per essere trattato dalle mani rozze e senza stile del mondo dei social.

Però una cosa ora voglio dirla. Chi critica la Regina Elisabetta per non aver cancellato il “Garden Party” a Buckingham Palace è un emerito coglione. Non c’è nulla di più odioso per il cupo mondo del terrorismo che vedere che continuiamo a vivere. Il Garden Party è una tradizione molto amata dagli inglesi e ogni anno centinaia, migliaia di britannici di ogni età, sesso e condizione si mettono in fila per essere ammessi nei giardini di Buckingham Palace o di Holyrood Palace a Edimburgo e bene ha fatto Sua Maestà a non mandare tutti a casa ma – dopo il doveroso minuto di silenzio – far vedere che il sanguinario ebete imbottito di chiodi ed esplosivo che ieri notte ha posto fine alla sua ripugnante e malvissuta esistenza non l’aveva avuta vinta.

Scrivevo in un post del 2015 (perché l’Incubo va avanti da un bel po’ ormai…):

Odiano che viviamo le nostre vite da donne e uomini liberi. Odiano che diciamo quello che pensiamo, che amiamo chi vogliamo, che ci vestiamo come ci piace, che usciamo la sera senza paura e ogni giorno ci accalchiamo sui treni, sugli autobus e sulle metropolitane, anche se il giorno prima da qualche parte qualcuno ha ammazzato un po’ di persone che stavano facendo esattamente le stesse cose.

Non so se siamo in guerra e se – nel caso – si possa vincere. Ma so cosa dobbiamo fare: niente. Continuare come sempre. Andare alle partite. Andare ai concerti. Andare al ristorante. Dire quello che pensiamo. Baciarci in pubblico. Difendere il diritto delle nostre donne di mettersi una gonna corta anche se a qualcuno da fastidio. Votare chi vogliamo.

E – ogni tanto – ricordarsi delle centinaia di persone che sono morte per aver vissuto la nostra stessa vita.

Insomma, quando la Regina dopo le bombe del 2005 disse “those who perpetrate these brutal acts against innocent people should know that they will not change our way of life” aveva come sempre ragione e – dall’alto della sua carica vitalizia, ereditaria e non elettiva – interpretava il nostro bisogno più profondo: andare avanti.

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Il “Sapere” nell’era del Gentismo Realizzato

La Democrazia è una cosa meravigliosa ma la sua trasformazione in Oclocrazia (o Gentismo Realizzato) è invece una deriva terrificante che passa attraverso la demolizione del principio di autorità in ambiti nel quale – invece – questa va salvaguardata altrimenti tutto crolla, come un castello di carte.

Ad esempio, pensavo al fatto che alcuni anni fa in un questionario di valutazione delle mie prestazioni didattiche universitarie veniva chiesto a matricole del I° anno di indicare – tra le varie cose – se “il docente conosce adeguatamente la disciplina”. Non se il docente arriva puntuale a lezione, risponde alle domande in modo garbato o non ignora alle mail. Si chiedeva – a 19enni al primo impatto con la materia – se io “la conoscessi”. Buondio, e loro che ne sanno?

Ma pare che questo sia un talento che si impara dalle madri, dato che ricordo una volta, tanti anni fa, quando insegnavo come supplente di Diritto ed Economia in una scuola superiore che una tizia tutta agitata venne a ricevimento non per sapere come andasse il figlio a scuola, ma per contestare il voto preso dal marmocchio che sosteneva di avere diritto a un trattamento migliore. Lasciai sfogare la Madre dei Gracchi e poi mostrai la verifica, chiazzata di rosso più della toga di Cesare la sera delle Idi di Marzo. La signora lesse il compito e affermò che il figlio aveva ragione, il voto era basso e gli errori non erano gravi. Le chiesi pacatamente se lei avesse nozioni specifiche di Diritto e di Economia delle quali dovessi essere informato per intraprendere una conversazione tra pari, ma lei ritenne la risposta offensiva, il che mi valse una reprimenda dalla coordinatrice di classe. Ahimè.

Ma questa idea che “chi non sa” abbia gli strumenti per valutare – e bacchettare – chi sa non vale solo all’Università o a scuola. Due settimane fa al Pronto Soccorso per la mia distorsione al ginocchio, l’ortopedica che mi aveva visitato si trovò a dover discutere con me sul da farsi, affinché potessi esprimere in scienza e coscienza il mio “consenso informato”. Mi permisi di ricordare che ho una laurea in Scienze Politiche, sottolineando che la dimestichezza con menischi e legamenti non rientrasse tra le nozioni fondamentali di quel percorso, quindi chiesi “non trova ridicolo fingere che la nostra sia una conversazione alla pari?” e lei sorridendo risposte “un po’, ma dobbiamo farla comunque.” Così abbiamo continuato a mentire a noi stessi per un paio di minuti, durante i quali la dottoressa mi diceva cosa avrei dovuto fare per rimettermi in piedi, tenendo viva la farsa che tutto avvenisse grazie al mio consapevole consenso.

E’ la realizzazione dell’antico mito satirico di certi bestiari medievali, con gli Asini che salgono in cattedra ad insegnare le Scritture ai Vescovi o – per qualche bizzarra ragione – diventano addirittura Re, sedendo tronfi e tonti in trono.

Però a questa deriva bisogna porre un argine. Ad esempio, da alcune settimane do ripetizioni di Storia a un ragazzino delle superiori e forse è giunto il momento di smettere, ammettendo che non sono in grado.

Il libercolo sul quale il giovanotto studia prevede alla fine del prossimo succinto capitolo – che riguarderà il regno di Carlo Magno – un percorso che “attesti le competenze”. Come si fa ad ottenere “competenze” in materia di Impero Carolingio? Io purtroppo non ho “competenze” da trasmettere su questo argomento. Mi limito solo a ricordare abbastanza bene che cosa accadde, perché e con quali conseguenze di breve e lungo periodo, ma da qui ad avere “competenze” beh, questo ne passa. Quindi gli dirò “se vuoi che ti racconti la storia di Carlo e del suo tempo, lo faccio volentieri, ma per le competenze chiedi ad altri”.

Non voglio diventare l’ennesimo Asino Coronato.

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L’ambiguo risultato delle primarie PD: considerazioni a margine

1. Non so se abbiano votato 1.800.000 o 2.000.000 ma onore al lavoro di chi ha organizzato le primarie e massimo rispetto per i cittadini che hanno manifestato voglia di partecipare. L’elogio di Beppe Grillo del voto online (i cui risultati possono essere cancellati quando non piacciono al Capo, senza neppure una spiegazione) e gli insulti ai processi selettivi del PD non mi appartengono, anche se la mia distanza da quel partito è diventata siderale;

2. La leadership di Renzi più che rafforzata mi pare un po’ indebolita. Hanno votato circa 1/3 di persone in meno rispetto alla volta scorsa e – malgrado in questi 4 anni la compressione dei margini di azione delle minoranze interne sia stata spietata e continua – il suo risultato personale è rimasto sostanzialmente invariato: aveva preso il 68% nel 2013 in un partito plurale, prende il 71% in un partito ad altissimo grado di renzizzazione, con un dato di circa 650.000 consensi personali in meno (dai 1.900.000 voti renziani del 2013 ai circa 1.250.000 di oggi). Cioè una percentuale stabile a fronte di un netto calo dell’affluenza, una riduzione del pluralismo dell’offerta politica interna e un evidente calo di seguito personale.

3. Chi dice “ora Renzi sia più plurale. Ora impari dagli errori” non ha capito niente. Renzi è sempre Renzi e – soprattutto – i renziani sono sempre i renziani (il che è pure peggio, basta un rapido giro di tweet per accorgersene). Renzi non ha l’intelligenza fredda e raffinata dello statista: è più scaltro che intelligente e più dotato di “killer instinct” animale piuttosto che di pazienza strategica e quindi il risultato di ieri servirà solo a produrre nuove turbolenze, nuovi proclami, nuovi conflitti, a cominciare da quelli con il Governo. Il successo di Renzi si rivelerà un ennesimo fattore di instabilità per il sistema.

4. Nel 2013 il PD era un partito plurale, con una naturale vocazione a unire altre forze, a farsi perno di coalizioni più vaste. Oggi il PD è sostanzialmente isolato, più o meno come lo è il M5S: sono forze politiche gonfie di voti ma in mano a capi che non concepiscono la politica come rapporto tra soggetti diversi parimenti legittimati e parimenti portatori di istanze degne di essere prese in considerazione: Renzi e Grillo hanno una visione totalizzante e egotica della leadership, possono concepire solo una politica alla “o la va, o la spacca” e il timore vero è che andiamo verso una fase di “muro contro muro” che non produrrà nulla di buono per il Paese.

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