Un 25 aprile nell’Isontino

Oggi ho disertato – credo per la prima volta dopo molti anni – le celebrazioni del 25 aprile a Udine non per pigrizia, ma perché invitato a parlare e riflettere sul valore di questa ricorrenza in un piccolo comune dell’Isontino: Romans d’Isonzo. Di seguito quanto ho detto.

 

25 aprile 2019 – Romans d’Isonzo

 “Miei Cari,

Oggi vi scrivo la mia ultima lettera poiché so che domani alle 10 sarò morta. Non mi rattrista dover andare così giovane nella fredda fossa, non mi rattrista perché muoio con onore e onestamente. Dono la mia vita come migliaia di altri giovani che come me l’hanno sacrificata per la causa comune, per la prosperità dell’intera umanità progressista. Mi addolora invece di dover lasciare te, vecchio ed esausto padre, solo al mondo. Più di tutto mi dispiace di non poter vedere ancora una volta i miei cari fratelli.”

 

Signor Sindaco, cittadini e cittadine di Romans d’Isonzo,

È con sincera emozione che prendo la parola – senza particolare merito per farlo – per condividere con voi alcune riflessioni sulla giornata di oggi. Ho scelto di farlo leggendovi le ultime parole di una giovane di 19 anni, fucilata nell’aprile del 1944. La citazione è tratta da “Lettere di condannati a morte della Resistenza europea” pubblicato da Einaudi nel 1975 e ho volutamente omesso il nome e il Paese di provenienza perché – per certi aspetti – non hanno importanza. Conta poco, infatti, che l’autrice fosse olandese, belga, polacca, italiana, greca, iugoslava o di qualche altro luogo sventurato, posto sotto l’occupazione dell’armata delle tenebre hitleriana. Quello che conta è che i sentimenti che leggiamo sono sempre i medesimi: serenità d’animo e voglia di confortare chi resta, convinzione di non morire invano, fiducia nel futuro, in un mondo migliore.

Quasi tutti i Paesi europei celebrano la fine della II Guerra Mondiale ma noi – contrariamente ad altri – non ricordiamo solo la fine di un conflitto che sembrava interminabile, ma anche la fine della Lunga Notte dell’occupazione nazista e della ventennale dittatura fascista. Periodicamente, la data del 25 aprile – che ricordo essere ricorrenza civile, istituita con legge 260 del 1949 – è oggetto di polemiche perché viene ritenuta da taluni una celebrazione “di parte”.

Non so se il 25 aprile sia “di parte”, ma se così si tratta ci riferiamo a quella parte che crede che la Democrazia sia una forma di governo migliore del Fascismo. La parte che crede che nel 1945 abbia vinto la causa giusta, la causa migliore. Inoltre, essere di parte non significa essere “di partito”. Ciò che fece grande la Resistenza fu anche la sua straordinaria policromia politica: dai comunisti ai monarchici, dai cattolici agli azionisti, dai socialisti ai liberali, una moltitudine di uomini e donne uniti nello scopo comune di restituire la libertà al nostro Popolo e la dignità al nostro Paese. Culture politiche diverse, riemerse alla luce come fiumi carsici costretti per troppo tempo a scorrere sotto terra dalla tronfia è grottesca retorica del Regime Fascista.

Pertanto, chi attacca oggi questa nostra celebrazione attacca l’intero ventaglio delle sensibilità democratiche del nostro Paese e lascia intendere che forse – in cuor suo – avrebbe preferito che nel 1945 vincessero “gli altri”, gli scarponi chiodati della Wehrmacht con a rimorchio lo staterello fantoccio di Mussolini. E chi oggi attacca il 25 aprile attacca la memoria storica della nostra Terra. Dimentica che furono quasi 25.000 gli abitanti della nostra regione che presero parte alla Resistenza e di questi quasi 3500 i morti e 1800 i feriti, dunque oltre 1 su 4 pagarono un personale tributo di sangue. E chi oggi attacca il 25 aprile dimentica che fu proprio dalle nostre parti che ebbe vita – anche se per poche settimane – la più vasta delle “Repubbliche Partigiane” – la Repubblica di Carnia, con ben 40 comuni liberati sotto il proprio governo. Una repubblica dove tra i primi atti fu l’abolizione della pena di morte, dimostrazione di umanità suprema in un tempo e in un luogo in cui la morte era un passeggero fin troppo presente nell’accompagnare le vite degli uomini e delle donne di allora. E chi oggi attacca il 25 aprile insulta la memoria di quei civili innocenti – tra i quali molti vecchi, donne e bambini – assassinati a decine senza una ragione tra Avasinis e Ovaro il 2 maggio 1945, quando ormai Milano era libera già da una settimana mentre in Friuli si soffriva ancora per gli ultimi colpi di coda del III Reich morente.

Dicevo però che il 25 aprile non fu solo una fine, fu anche un inizio. Una nuova fase nella millenaria avventura della nostra Penisola. Una data che si lega idealmente a un’altra – il 2 giugno 1946 – quando il processo di trasformazione democratica del nostro Paese poteva dirsi finalmente compiuto e la Repubblica nata dalla Resistenza, voluta con libero voto dal Popolo Italiano, era prossima a dotarsi di una delle Costituzioni più avanzate e democratiche e poteva iniziare il suo cammino. Un cammino che ci ha regalato 74 anni di pace, di libertà, di progresso economico e sociale. Risultati raggiunti grazie al lavoro, alla tenacia e all’impegno di tre generazioni di Italiani ma che non sarebbero stati possibili senza il coraggio, il sangue e la passione di chi tutto ha sacrificato e che oggi ricordiamo con reverente gratitudine.

74 anni fa ci è stata regalata la democrazia. Sta a noi farne buon uso. Ma cosa significa “democrazia”? È incredibile pensare che malgrado questo termine esista da 2500 anni, tra gli studiosi non si sia trovata ancora una definizione comune e condivisa. Siamo soliti identificare la democrazia con il “governo del popolo” e questo con l’esercizio del voto e il principio di maggioranza. E certo questo non può essere messo in discussione, sarebbe nefasto un Paese governato contro il sostegno e la volontà popolare. Ma questa basta? E come si costruisce la “volontà popolare”? La mia risposta è no, il principio di maggioranza è fondamentale, ma non è sufficiente per definire una democrazia completa. Viviamo in società molto complesse, molto articolate, dove convivono sensibilità, valori, stili di vita, origini e credenze diversi. Società nelle quali i livelli della mediazione, della composizione dei conflitti sociali ed economici devono prevalere sulla semplice conta delle teste. Società nelle quali la dimensione “competitiva” della democrazia deve accompagnarsi anche a quella di ricerca di un terreno comune di confronto, di un sistema nel quale tutti i protagonisti si riconoscano in un quadro di valori condivisi, in un recinto invalicabile del gioco politico.

Alla Democrazia, dunque, non basta la grigia contabilità dei “favorevoli e dei contrari”. Essa necessita anche di uguaglianza politica, a cominciare da quella tra uomo e donna. Necessita di volontà di confronto, di capacità di ascolto. Necessita di inclusione e di liberazione di ognuno dal bisogno. Non basta il “consenso” attorno a chi governa, anche i dittatori spesso hanno avuto o hanno consenso. Serve anche il rispetto e la valorizzazione delle idee di chi dissente. La democrazia non sono i 99 che applaudono, ma è il 100°, che se ne sta seduto con le braccia conserte e lo può fare perché nessuno lo infastidisce. E può cercare di convincere gli altri 99 che stanno applaudendo l’idea o la persona sbagliata. Perché la democrazia non è solo il governo della maggioranza ma è anche – direi soprattutto – un’idea di governo mite, di relazioni tra potere e cittadino improntate al dialogo. La democrazia non può esistere senza la separazione dei poteri e il predominio della Legge, delle regole del gioco, sulla volontà del “leader” pro tempore. E il consenso è – come già detto – un requisito fondamentale per governare i popoli, ma è democratico solo quando si forma grazie al libero confronto delle idee, alla libera circolazione delle informazioni autentiche e verificabili, al rispetto delle visioni contrarie e al rifiuto di ogni logica di sopraffazione. Alla rinuncia a trasformare il governo della maggioranza nella dittatura della maggioranza.

Non possiamo nasconderci che nel mentre celebriamo la ricorrenza di un momento luminoso del nostro comune passato, il presente sia pieno di ombre. Il nostro Paese sembra sempre più diviso, con un livello di conflittualità tra le diverse forze politiche visto raramente prima di oggi. Una conflittualità che ha per oggetto non solo le scelte quotidiane del governo – questo è normale in democrazia – ma anche gli stessi valori fondanti dell’ordine repubblicano, come il significato della lotta al Fascismo e l’appartenenza fieramente, da Fondatori, all’Unione Europea, un’istituzione nata anche grazie al progetto politico di due grandi italiani che – nel 1941 – mentre il continente era a ferro e fuoco e sembrava ancora possibile una vittoria nazifascista, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, prigionieri politici a Ventotene scrissero il famoso Manifesto in cui immaginavano un’Europa libera e unita, non più schiava dei conflitti e degli egoismi nazionali. Un’Europa in cui i confini tra popoli e culture potessero finalmente diventare – dopo 20 secoli di guerre – una opportunità di dialogo, non una causa di scontri.

Sembriamo vivere in un’epoca in cui tutto viene ridiscusso, sembra di essere in un non-luogo dell’animo dove non esistono un passato o un futuro, ma solo un chiassoso presente. Dove il concetto di Patria – che ha in sé quello del legame ideale tra le generazioni – viene sostituito, soppiantato da quello di fazione. Invece abbiamo disperatamente bisogno di unità, di una visione comune del nostro destino nazionale, di una classe politica che unisca, che lavori per rendere il Paese coeso invece di prosperare sulle divisioni, le paure e gli antagonismi. Di una classe politica con leader circondati da meno collaboratori nella comunicazione e più collaboratori nello studio faticoso dei dossier e dei problemi enormi che abbiamo di fronte a noi. Insomma, una classe politica che si ponga in continuità con quella che – pur con enormi differenze – ha saputo lavorare assieme per il ritorno alla Libertà prima, per il consolidamento della Democrazia e la ricostruzione economica e sociale del Paese poi.

E in fondo questo impegno nel far prevalere gli elementi dell’unità su quelli della divisione è quello che ha fatto grande l’esperienza della Resistenza. Un’esperienza che certo ebbe i suoi punti oscuri e qualche pagina che forse avremmo preferito non leggere – ma quale grande evento storico non ne ha – ma che non può essere giudicata per le manchevolezze dei singoli, ma vista nel suo insieme, come un grande momento di emancipazione e crescita nazionale e politica, come il tentativo di un popolo di prendere in mano il proprio destino e costruire una società nuova, libera dai lacci e dalle tagliole di un passato ingombrante.

Riflettere sul 25 aprile del 1945 porta però anche a riflettere su sé stessi. Chi vi parla ha da poco compiuto 50 anni, un giro di boa importante. Se penso ai miei coetanei, vedo che la generazione dei nostri nonni ha sofferto e combattuto per la libertà e la democrazia e oggi li ricordiamo. La generazione dei nostri padri ha lottato per consolidare ed estendere i diritti politici riconquistati nel 1945 aggiungendo a questi nuovi e fondamentali traguardi in campo civile, sociale od economico – penso alla grande stagione riformista degli anni ’70: gli anni dello Statuto dei Lavoratori, del Divorzio, dell’Aborto, della Riforma del Diritto di Famiglia, della Democrazia nelle scuole e nelle caserme, del Sistema Sanitario Nazionale.

Penso a questo e alle volte ho la sensazione che la mia generazione abbia lasciato cadere a terra la fiaccola. Che ci siamo lasciati soffiare da sotto il naso molte di quelle conquiste. Penso alla precarizzazione del lavoro, penso alle persone che non riescono ad accedere alle cure mediche, penso alle pulsioni crescenti in favore di un ritorno della donna alla schiavitù del focolare e penso ai molti, troppi episodi di intolleranza e di razzismo dei quali i mezzi di informazione forniscono una incompleta contabilità quotidiana. Se la battaglia dei nostri nonni fu la riconquista della Libertà e quella dei nostri padri l’estensione dei diritti quale è stata la nostra? Non riesco a dare risposta e la sensazione è che rischiamo di lasciare ai nostri figli una società più fragile, più spaventata e meno libera di come l’abbiamo ricevuta.

Ma questo 2019 apre degli spiragli di ottimismo. È dai ragazzi e dalle ragazze nati dopo il 2000 che viene la speranza e – vorrei dire – la convinzione che sapranno fare meglio di molti di noi. La generazione di Greta Thunberg e del suo impegno in favore di un Pianeta che rimanga un luogo in cui poter vivere e veder crescere i propri figli. La generazione di Simone, il 15enne di Torre Maura, il ragazzo del “A me nun me sta bene che no” che ha dato una lezione di civiltà e di tolleranza alla teppaglia di CasaPound riunitasi per accendere l’odio razziale contro i rom. Oppure ai 3 ragazzini “eroi” del mancato dirottamento dello scuolabus nel Milanese appena poche settimane fa, tra i quali tutti abbiamo imparato a conoscere Ramy – il 13enne di origine egiziana in Italia dalla nascita – che ha chiesto educatamente e fermamente di vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, ottenendo in replica un arrogante “si faccia eleggere deputato e cambi la legge” da parte di un onnipresente ministro che dovrebbe forse convincere con la forza delle idee e non con la prepotenza del Potere. Ma la luce viene anche dall’esempio del ragazzino del Mali annegato in uno dei tanti “viaggi della speranza senza speranza” con la pagella di scuola cucita addosso, pare con voti eccellenti. Considerava la scuola tanto importante da credere che l’impegno nello studio lo avrebbe aiutato ad ottenere una vita più dignitosa, credeva tanto nella scuola da cucirsi addosso i propri voti. Quale lezione morale in un’epoca di superficiale e compiaciuta ignoranza ad ogni livello, anche i più alti! E che responsabilità ed emozione, per me insegnante, pensare che vi siano ragazzi che rimettono tanta fiducia in quello che noi possiamo dare loro.

In fondo la Resistenza italiana fu piena di ragazzi e ragazze neppure ventenni che – pur cresciuti in un clima di indottrinamento ideologico – hanno saputo istintivamente scegliere la cosa giusta da fare, con quell’intuito per il cambiamento, per la rottura dei vecchi schemi, con quella voglia di correre ed essere liberi che hanno tutti gli adolescenti del Mondo. I ragazzi e le ragazze di oggi hanno il compito di provarci, come tanti altri prima di loro. Come tanti tra il 1943 e il 1945.

Ed è per questo motivo che dedico il mio intervento alla memoria di una giovane, una ventenne di nome Giulia Lombardi. Una ragazza come tante, fucilata durante un rastrellamento fascista nel Milanese, nel 1944. Una vittima tra tante vittime, una vita stroncata per “fare numero”, per dimostrare la ferocia del regime e attraverso questa morte – senza processo, un assassinio a sangue freddo – intimorire una popolazione verso la quale la capacità di controllo del potere fascista era sempre più debole. A questa ragazza due settimane fa era stata dedicata una statua in legno e questa statua è stata data alle fiamme in un atto di vandalismo neofascista.

A chi dice che “celebrare il 25 aprile non serve più” io replico dicendo che serve. Serve e servirà fino a quando nel nostro Paese esisteranno ancora persone senza volto pronte a muoversi nelle tenebre per demolire il ricordo delle vite che furono spezzate durante il periodo più nero dell’intera nostra storia nazionale.

Viva la Repubblica! viva l’Italia! viva il 25 aprile!

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Un “non voto” d’attesa…

Domani non voterò per le “primarie” del PD.

Non si tratta di snobismo e neppure della volontà di sminuire l’impegno politico e organizzativo di una comunità. Conosco bene i compagni e le compagne che in queste ore lavorano per allestire i seggi. Li conosco perché anche io ho allestito seggi, ho fatto lo scrutatore, ho girato il Friuli per difendere la bontà di una mozione o di un candidato segretario. Conosco la fatica, la passione e le ansie che li animano e a loro va tutto il mio affetto umano e politico.

Però non ho più la tessera del PD, non sono più un elettore del PD e non trovo elegante approfittare delle maglie larghe di un regolamento che in passato ho criticato “dall’interno” per interferire con la vita democratica di un partito, al quale guardo con interesse ma che non è più il mio partito.

La seconda ragione per la quale non voto è che dovrei con quell’atto affermare di riconoscermi nei valori e nel programma del PD. Però quei valori – Costituzione, lavoro, scuola – sono stati “archiviati” durante la stagione renziana e il programma non è noto, dal momento che la cifra comune dei tre candidati alla segreteria è stata non prendere impegni troppo vincolanti su nulla e con nessuno. Si chiede un atto di fede, ma io sono troppo laico per simili salti nel buio.

Infine, una considerazione più politicista. La sinistra italiana in generale e il PD con essa ha un colossale problema di coerenza e credibilità della classe dirigente. Personalismi e tatticismi hanno incendiato la nostra casa comune e l’intero “Politburo” del centrosinistra – da Fratoianni a Calenda – ha perso molta della propria credibilità. Questo emerge in particolare non tanto nei tre candidati alla segreteria, ma nelle seconde file che li affiancano. Se leggo i nomi di “chi sta con chi” a livello nazionale e anche a livello della nostra regione, in linea di massima noto una diffusa dissonanza tra quello che ciascuno era, quello che ha fatto e il leader che dichiara di sostenere. Posizionamenti, riposizionamenti, furberie, ambizioni personali, trucchi congressuali… Renziani-alfa che si schierano con Zingaretti, ex bersaniani che si scoprono neo-renziani, grigi burocrati ora innamorati del dadaismo giachettiano… Mi pare un eterno ritorno del già visto.

Credo che la sinistra italiana avrebbe bisogno di più spazi di discussione e di dibattito vero e meno scontri tra leader e per questo domani farò altro. Ma non per questo non rispetterò una grande forza democratica che trova energie e coraggio di portare a votare centinaia di migliaia di persone, cioè almeno 15 volte i pochi intimi che clickano dalle loro camerette collegate con la piattaforma Rousseau. Credo anche che la formula delle “Primarie” sia intrinsecamente sbagliata. Si tratta di un modello presidenziale che nel tempo ha dimostrato tutti i suoi limiti, dall’esaltazione leaderistica alle pratiche di mortificazione sistematica della minoranza interna pro-tempore, che come in un consiglio comunale non può fare altro che inghiottire rospi e sperare di vincere la prossima volta.

Non tutti voteremo per le primarie del PD, ma tutti abbiamo bisogno di un PD forte e rinnovato. E quando centinaia di migliaia di cittadini “concorrono con metodo democratico a determinare la politica nazionale” è una ricchezza per tutti. Anche per chi li deride.

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Lungo la scala

Quelle persone, tutti quei milioni di persone… non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a tanto, dovete credermi!
– Herr Janning, doveva capirlo la prima volta che condannò a morte un uomo sapendolo innocente…
(Vincitori e Vinti – dialogo finale tra giudice e imputato)

Il “Giorno della Memoria” ricorda lo sterminio degli Ebrei d’Europa ordito e attuato dal regime nazista con la complicità di molti altri regimi, compreso quello fascista italiano. L’Olocausto non avvenne in un giorno e non ebbe inizio 48 ore dopo la presa del potere di Hitler. Ci si arrivò per gradi…

Prima fu la crisi economica, terribile, devastante, con lo scontento diffuso tra i ceti popolari e la progressiva perdita di legittimità e prestigio della classe dirigente democratica. Quindi ci fu un potente demagogo abile nel fomentare l’odio delle masse e indirizzarlo verso la minoranza ebraica. Poi ci furono le elezioni e quel capopopolo prese il potere grazie ad un voto democratico dando immediato inizio a una politica di discriminazione verso gli ebrei, limitandone alcuni diritti e eliminandone altri, grazie al consenso crescente di una popolazione intossicata di odio e bugie. Quindi il regime strinse ancora la presa e passò alla fase della persecuzione: non solo i diritti economici e sociali vennero messi in discussione, ma la stessa vita di ogni persona di origine o fede ebraica: aggressioni, violenze, assassini, tutto sotto lo sguardo indifferente della Polizia, che pure aveva giurato fedeltà alla Costituzione democratica di Weimar. Infine, dopo lo scoppio della Guerra, l’eliminazione, fisica e totale, i cui dettagli furono definiti durante la Conferenza di Wannsee del gennaio 1942.

Tutte le singole fasi avvennero sotto l’egida della legge. Ogni atto, ogni scelta, ogni passaggio da uno step all’altro fu il prodotto di una continua e chiassosa retorica pubblica (a partire del Mein Kampf, che già annunciava tutto), supportata da un preciso e puntuale quadro normativo, che stabiliva ogni dettaglio, dalle Leggi di Norimberga (1935) alla già ricordata Conferenza di Wansee, alla quale presero parte i funzionari di rango più elevato di 14 diverse istituzioni del Reich.

A fianco del principio dei “legalità” (che è diverso dal principio di “giustizia”) – fondamentale anche per dare un alibi ai vili (“lo devo fare, lo dice la legge!”) – ci fu il principio dello “spezzettamento” del processo repressivo. Nell’eliminazione finale furono coinvolte tutte le istituzioni – civili e militari – del Reich, in Germania come nei territori occupati e ogni singolo atto venne suddiviso in una quantità di sotto-atti portati avanti da soggetti diversi appartenenti a organizzazioni diverse, cosicché nessuno avrebbe potuto essere accusato di essere a un tempo totalmente causa ed effetto anche di un solo atto di eliminazione. Qual’era la risposta-tipo a Norimberga e negli altri processi? “ho ubbidito agli ordini”…”mi sono solo limitato a far partire dei treni”…”… “si, la firma è mia ma solo perché toccava al mio ufficio metterla”… “io non c’entro, ne avevo parlato a Himmler ma lui non ha voluto ascoltare”…

L’Olocausto non fu una folgore improvvisa, fu una scala. Discriminazione, Persecuzione, Eliminazione…

Anche noi siamo su una scala. C’è stata una crisi economica, il popolo è arrabbiato, sono emersi leader e partiti ostili alla democrazia rappresentativa e alla natura antifascista della nostra Repubblica, libere elezioni li hanno portati al potere, c’è una parte di popolazione quotidianamente additata all’odio per costruirci sopra consenso politico.

Si è iniziato dicendo che bisognava prevenire l’immigrazione clandestina “per motivi di sicurezza” (comprensibile), poi – di anno in anno – si è detto che bisognava distinguere i richiedenti asilo per ragioni umanitarie da quelli per ragioni economiche, quindi che andavano “aiutati a casa loro” (senza mai spiegare che cosa questo significhi in concreto), che i profughi in mare certamente si sarebbero salvati ma poi riaccompagnati a casa. Oggi siamo al negazionismo dei naufragi e al moltiplicarsi di amministrazioni locali che praticano discriminazione non solo verso i criminali, i clandestini o i richiedenti asilo, ma anche verso persone legalmente presenti, che vivono in Italia da anni, lavorano, mandano i figli nelle nostre scuole, si prendono cura dei nostri anziani o dei nostri malati e sono soggetti a quotidiani insulti, irrisioni e discriminazioni.

Si chiudono i loro locali con dei pretesti, si tolgono le panchine dove sono soliti sedersi, si cancellano le iniziative scolastiche volte a favorire l’integrazione, si rende più difficile l’accesso a bisogni fondamentali come la casa o la salute, energumeni impuniti insultano o minacciano le persone straniere sui mezzi pubblici nell’indifferenza generale, con un ministro dell’Interno che deride un disgraziato morto (chissà come) durante un controllo di polizia per una banconota falsa da 20 euro, proprio lui che è il padrone di un partito che ha rubato decine di milioni che non verranno restituiti malgrado le sentenze! Fino a giungere, pochi giorni fa, a uno sgombero violento di un centro di accoglienza tra i più grandi d’Italia, con tanto di bambini strappati alle scuole e divisi dalle famiglie. Stiamo per lasciare la fase di discriminazione e avventurarci in quella di persecuzione?

E tutto questo viene fatto – nuovamente – rivendicando un presunto “consenso del popolo”, costante oggetto di campagne di disinformazione e creazione di odio. Cito un sondaggio di pochi giorni fa… Come tutti i sondaggi ha un margine di errore ma riporta un dato che – punto percentuale in più o in meno – è impressionante: esiste una parte importante di elettori indifferente alle sofferenze e alle torture dei migranti e questa parte vota quasi tutta per lo stesso partito, la Lega.

L’Olocausto non fu il delitto di una cricca. Fu un processo per stadi che coinvolse milioni di persone, come complici e come spettatori, costruito sulla convinzione che l’essere umano-medio è tendente all’egoismo, all’assenza di empatia verso i propri simili, alla faciloneria e creduloneria.

L’Olocausto fu una scala e anche noi siamo su una scala, vorrei capire però su quale gradino siamo. E cosa c’è in fondo.

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Il Divo, visto da vicino

Quando Giulio Andreotti morì fui colto di sorpresa, come per la scomparsa di un giovane con tutta la vita davanti. Eppure, aveva 94 anni, avrei dovuto sapere che un giorno sarebbe accaduto. Eppure, la notizia mi meravigliò, come se il Divo (o Belzebù, o il Grande Mandarino o qualsiasi altro nomignolo gli sia stato dato) potesse trovare una scusa per scampare anche alla Morte, dopo essere riuscito a uscire indenne da 68 anni di vita politica (sui siti di informazione circola con insistenza che Andreotti fu “membro dell’Assemblea Costituente” e questo è riduttivo, dato che venne nominato addirittura alla Consulta Nazionale, “miniparlamento” istituito con D.Lgs.Luogotenenziale del 5 aprile 1945, quando la II Guerra Mondiale non era ancora terminata). Una vita politica iniziata con Alcide De Gasperi e terminata con l’onta dei processi per mafia e assassinio e nel mezzo, 7 volte presidente del consiglio, 26 volte ministro, 28 volte messo sotto accusa dal Parlamento per reati connessi alla sua funzione pubblica e sempre assolto.

Le nostre vite si incrociarono fugacemente nel 1994. A Palazzo Chigi sedeva da pochi mesi Silvio Berlusconi, a capo del primo governo dell’Italia repubblicana senza la Democrazia Cristiana in maggioranza. Ricordo ancora la diretta televisiva del voto di fiducia al Senato, dove Silvio non aveva la maggioranza, ma riuscì a comprare 3-4 senatori democristiani e salvare la pellaccia, prima di tante altre compravendite tentate e riuscite. Quando il segretario verbalizzante chiamò a voce alta il nome “Andreotti”, il vecchio Giulio con passo rapido eppure impercettibile sfilò sotto lo scranno del presidente Scognamiglio (che fine abbia fatto non si sa) e con voce nasale ma chiara disse “NO”. Quando il segretario ripetè “Andreotti, NO” l’aula applaudì. Dunque non saremmo morti democristiani, purtroppo.

Nel 1994 stavo lavorando alla tesi di laurea e incontrai una serie di politici collegati con l’argomento del mio lavoro: Stefano Rodotà, Augusto Barbera, Gianfranco Miglio… Poi contattai lui, il Politico più Politico di tutti: Giulio Andreotti.

Avevo accennato a questo desiderio nel corso del colloquio avuto con Miglio nella sua casa di Como e gli avevo chiesto qualche aneddoto a riguardo. Miglio mi squadrò con i suoi occhietti e le sue orecchie a punta da Yoda cattivo. Quindi mi raccontò di una seduta al Senato durante la quale si trovava annidato tra Cossiga e Andreotti – “come Cristo tra i due ladroni” – e si accorse che il Divo stava leggendo con aria indifferente un articolo che riguardava il suo potenziale coinvolgimento nell’omicidio Pecorelli.

Il Divo

“Per me è andata così: tu non hai ordinato di ucciderlo, ma forse in qualche riunione con qualcuno dei tuoi, di quelli un po’ a confine, una voce ha detto che bisognava zittirlo e tu hai taciuto. Non hai detto che no, Pecorelli era sotto la tua protezione o cose del genere, hai taciuto e questo è stato sufficiente per capire che forse c’era un via libera”. Miglio dopo aver detto questo mi fissò divertito, per vedere come reagivo. Io non sapendo che dire chiesi “E lui, come replicò?”

“Lui non replicò. Mi guardò socchiuse ancora di più i suoi occhi a fessura, sorrise e riprese a leggere”.

Insomma, speravo di intervistarlo ma, sapendo come fosse impossibile avere a che fare anche con il più inutile dei nostri assessori provinciali, disperavo di potervi riuscire. Alzai la cornetta e chiamai il Senato. Chiesi dello studio del senatore Andreotti. Immediatamente, mi venne girato l’interno del suo studio. Mi fu passata la sua segretaria alla quale spiegai il problema. “Vedrò quello che posso fare”, disse sbrigativa.

Con mia sorpresa, la segretaria richiamò due giorni dopo, alle 7.10 (si sa che il Divo Giulio era piuttosto mattiniero) e mi disse “mi porti le domande, avrà le risposte di pugno dal Presidente”.

E così scrivo, spedisco e attendo. Nuova telefonata della segretaria, qualche giorno dopo: “si presenti dopodomani alle 9. avrà le risposte alle sue domande”…in un clima di congiura, come nella Roma dei Papi quando i bersaglieri erano alle porte, mi recai emozionato all’appuntamento. Mi furono consegnate le risposte (manoscritte a pennarello verde, su un notes da poco, scrittura piccola e ordinata, senza cancellature) e mi si comunicò che avrei potuto leggerle a voce alta davanti al Presidente, ma non fare altre domande, se non per incomprensioni di grafia.

Attesi trepidante che uscisse dallo studio il primo ospite della giornata – il senatore Flaminio Piccoli, curvo e dallo sguardo triste – e finalmente entrai.

Il Divo era in piedi, dietro alla scrivania, più alto di quanto immaginassi. Mi porse la mano “con le dita lunghe e bianche come candele” per citare una definizione bellissima di Oriana Fallaci. Quindi iniziai a leggere le risposte mentre lui, immobile come una statua di sale nel suo vestito carta da zucchero, mi fissava in silenzio. Man mano che leggevo, mi appariva sempre più evidente che il mio tentativo di “inchiodarlo” era miseramente fallito. Pensavo, con l’arroganza ingenua dei ventenni che credono di aver capito il Mondo perché fanno una bella tesi di laurea, che una formulazione attenta dei quesiti lo avrebbe stanato. Povero me, maldestro aspirante Jedi senza nessun talento…

Ero al cospetto del Potere, quello vero. E avevo un po’ di paura.

 

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Cercando l’apriscatole…

Non ho mai avuto una grande sintonia con l’Economia.

Probabilmente perché – per citare un mio vecchio professore – non ne ho mai capito niente, ma forse anche perché la mia mente piatta e ordinata mal si adatta a quella nebulosa interminabile di variabili, di condizioni accessorie, di dettagli apparentemente secondari che saltano fuori all’ultimo istante e ti confondono le acque…

Il Diritto non è così, in linea di massima ogni situazione umana trova una propria casella e il problema è solo stabilire in quale: possiedi un bene, ma ne hai la proprietà? hai provocato la morte di qualcuno, ma lo hai fatto colposamente o dolosamente? Dovendo fare un paragone azzardato, l’Economia sembra un quadro di Pollock, mentre il Diritto una delle astratte geometrie di Mondrian.

Il problema si pone quando devo cercare veramente di capire qualcosa. Ad esempio, quando preparo delle lezioni, il mio metodo di lavoro è prendere più testi e confrontarli, per trovare i punti di unione e cercare di spiegare quelli di differenza. Ma in Economia non è praticamente possibile.

Prendiamo ad esempio, l’Identità Keynesiana

Y = C+I+G+ (X-M)

in due libri è definita come la formula del PIL, in un altro come quella del Reddito Nazionale e in un quarto indica la domanda aggregata. Sono concetti identici? E se sono concetti identici perché hanno nomi diversi? E se invece non sono identici – come penso di aver capito – perché a seconda del testo che utilizzi la stessa formula spiega cose diverse?

E poi quando cerchi di capire un concetto, tutti i “se”… “Ipotizziamo che il comportamento degli attori sia perfettamente razionale” (non lo è mai, ma facciamo finta)… “Ipotizziamo di operare in un mercato di concorrenza perfetta” (che non esiste, ma facciamo finta)… “Ipotizziamo che vi sia una perfetta trasparenza e uguaglianza nelle informazioni disponibili” (condizione impossibile, ma facciamo finta…)… “Per semplificare il concetto, consideriamo solo le variabili endogene al sistema e trascuriamo quelle esogene” (cioè, utilizziamo quello che ci va bene, per far tornare il conto…).

Insomma, con tutti questi “se” e questi “ipotizziamo” sembra più filosofia che scienza. Talvolta religione. Sembra quasi che non si ricerchi per spiegare, ma che si abbia un’idea preconcetta e si pieghino gli strumenti di analisi alla conferma di quell’idea. Ovviamente sbaglio io, ovviamente è tutto più complesso, ma una scienza che non è accessibile ai non iniziati neppure nei suoi livelli di base ha comunque dei grossi problemi, se non altro di comunicazione.

E poi, c’è una storiella appena raccontatami dal Professore di cui sopra… Su un’isola deserta vi sono un fisico, un chimico e un economista  e per cibo solo della carne in scatola… Fisico e Chimico cercano di trovare una soluzione al problema di come alimentarsi senza venirne a capo, ma per fortuna interviene l’Economista esordendo con:

Assumiamo di avere a disposizione un apriscatole...”

 

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I Volenterosi Carnefici di Salvini

Oggi in Italia si parla di Codroipo e ne avremmo fatto volentieri a meno.

In Consiglio Comunale dovevano votare il nuovo regolamento dell’asilo nido e hanno respinto un testo volto a favorire l’acquisto di giocattoli e strumenti musicali rappresentativi delle diverse culture, al fine di favorire la crescita di una sensibilità non discriminatoria. E la destra che comanda a Codroipo (governare è un verbo che bisogna meritarsi…) ha detto di no. Per spiegare/giustificare la chiusura verso la bambola di pezza con i capelli scuri e ricci e la pelle color del cioccolato, nonché l’ostilità invincibile verso il flauto della Tanzania – l’oud – si chiama in ballo l’ignoranza: “sono ignoranti”.

 

 

Troppo comodo e troppo semplice. Premesso che fatico ad immaginare il Sindaco Fabio Marchetti e la sua allegra combricola di stronzi tutti intenti a leggere Kant, ascoltare Mahler, scrutare i pianeti o dipingere acquerelli della villa Manin – e quindi un po’ di ignoranza c’è sempre – quella è comunque un alibi: “poverini non hanno studiato, ma se lo avessero fatto sarebbero diversi”.

In realtà, è vero che la maggioranza dei consiglieri ha un livello di scolarizzazione bassino, con una curiosa prevalenza di superstiti dell’Ipsia e ex militari di rango inferiore, ma il Signor Sindaco ha fatto il liceo Scientifico e si è laureato in Scienze Politiche e in maggioranza c’è un’archeologa, la più colpevole perché quella con meno attenuanti. Il problema dell’ignoranza palpabile dentro in Consiglio Comunale di Codroipo però non è la causa del voto di ieri. La causa è la crudeltà.

Sono persone meschine, sono persone cattive, gente che non si vergogna a discriminare dei bambini di età inferiore ai 6 anni, gente alla quale non affiderei nessuna delle mie persone care. Non sono ignoranti, sono dei miserabili razzisti, senza cuore, senza umanità e senza etica e leggere un po’ di Flaubert o studiare la Relatività non cambierebbe questo stato di cose.

E’ lo stesso humus di mediocrità umana, opportunismo e assenza di empatia che ha prodotto l’Olocausto: quasi nessuno dei “Volenterosi Carnefici di Hitler” – per citare un celebre testo di qualche anno fa – aveva in mente di agevolare o favorire uno sterminio di massa, semplicemente di fronte a ogni bivio etico hanno preso la strada sbagliata.

Ed è quello che hanno fatto a Codroipo e che – per certi versi – con miserabile piagnucolio il sindaco Marchetti ha ribadito, affermando che “non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che fanno gli altri”.

Ha ragione, però aveva l’opportunità. Poteva dire che “noi di Destra siamo fermi nel difendere la sicurezza dei cittadini, ma essere severi non significa essere spietati: siamo aperti ed ospitali verso chi legalmente vive, lavora, produce e cresce nel nostro Paese, ricambiando con il nostro senso di ospitalità un po’ dell’ospitalità ricevuta da tanti friulani in giro per il Mondo”. Poteva farlo, non lo ha fatto. Ha scelto di fare una scelta miserabile, per far contento il suo Consiglio comunale di geometri e ex caporali. Oppure lo ha fatto per l’applauso di un pugno di bifolchi del Medio Friuli con i capillari rotti per l’abuso di vino rosso, oppure per guadagnare punti verso il “capitano” Salvini, il suo inarrestabile e incontenibile delirio xenofobo e razzista e il clima tossico che hanno creato in questi anni e che il c.d. “Decreto Sicurezza” mira non solo a mantenere, ma acuire, sperando di trarre tornaconto elettorale dal disagio, dalla sofferenza e dalla miseria altrui.

Non so perché abbia scelto quello che ha scelto, ma so che noi siamo il prodotto delle nostre decisioni, non delle nostre chiacchiere. Lui ha deciso così. Loro hanno deciso così. Pertanto – in futuro – non mettano più in piedi patetiche polemiche come avvenuto un paio di anni fa contro la Lonely Planet colpevole di aver scritto che «Passerete da Codroipo solo per lasciarlo alle vostre spalle».

E’ quello che bisogna fare. Quando si avvicina Codroipo, girare al largo. Lasciarli nella loro Rhodesia in miniatura.

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La Sinistra, la società e noi…

Viviamo in tempi terribili. C’è un rigurgito fascista evidentissimo, un governo per metà di improvvisati saltimbanchi e per metà di estremisti xenofobi. E verso tutto questo non esiste una opposizione vera in Parlamento. Ma esiste un’opposizione nel Paese, sempre più evidente: piazze, associazioni, studenti, realtà civiche… E’ a questi che una Sinistra rinnovata deve rivolgersi per ripartire.

Il file Pdf allegato solo nelle ultime righe si rivolge al contesto del Friuli Venezia Giulia, mentre le riflessioni delle pagine precedenti sono un contributo, imperfetto e generico così, per ripartire. O almeno per provarci.

La Sinistra, la Società e noi

 

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