Il Divo, visto da vicino

Quando Giulio Andreotti morì fui colto di sorpresa, come per la scomparsa di un giovane con tutta la vita davanti. Eppure, aveva 94 anni, avrei dovuto sapere che un giorno sarebbe accaduto. Eppure, la notizia mi meravigliò, come se il Divo (o Belzebù, o il Grande Mandarino o qualsiasi altro nomignolo gli sia stato dato) potesse trovare una scusa per scampare anche alla Morte, dopo essere riuscito a uscire indenne da 68 anni di vita politica (sui siti di informazione circola con insistenza che Andreotti fu “membro dell’Assemblea Costituente” e questo è riduttivo, dato che venne nominato addirittura alla Consulta Nazionale, “miniparlamento” istituito con D.Lgs.Luogotenenziale del 5 aprile 1945, quando la II Guerra Mondiale non era ancora terminata). Una vita politica iniziata con Alcide De Gasperi e terminata con l’onta dei processi per mafia e assassinio e nel mezzo, 7 volte presidente del consiglio, 26 volte ministro, 28 volte messo sotto accusa dal Parlamento per reati connessi alla sua funzione pubblica e sempre assolto.

Le nostre vite si incrociarono fugacemente nel 1994. A Palazzo Chigi sedeva da pochi mesi Silvio Berlusconi, a capo del primo governo dell’Italia repubblicana senza la Democrazia Cristiana in maggioranza. Ricordo ancora la diretta televisiva del voto di fiducia al Senato, dove Silvio non aveva la maggioranza, ma riuscì a comprare 3-4 senatori democristiani e salvare la pellaccia, prima di tante altre compravendite tentate e riuscite. Quando il segretario verbalizzante chiamò a voce alta il nome “Andreotti”, il vecchio Giulio con passo rapido eppure impercettibile sfilò sotto lo scranno del presidente Scognamiglio (che fine abbia fatto non si sa) e con voce nasale ma chiara disse “NO”. Quando il segretario ripetè “Andreotti, NO” l’aula applaudì. Dunque non saremmo morti democristiani, purtroppo.

Nel 1994 stavo lavorando alla tesi di laurea e incontrai una serie di politici collegati con l’argomento del mio lavoro: Stefano Rodotà, Augusto Barbera, Gianfranco Miglio… Poi contattai lui, il Politico più Politico di tutti: Giulio Andreotti.

Avevo accennato a questo desiderio nel corso del colloquio avuto con Miglio nella sua casa di Como e gli avevo chiesto qualche aneddoto a riguardo. Miglio mi squadrò con i suoi occhietti e le sue orecchie a punta da Yoda cattivo. Quindi mi raccontò di una seduta al Senato durante la quale si trovava annidato tra Cossiga e Andreotti – “come Cristo tra i due ladroni” – e si accorse che il Divo stava leggendo con aria indifferente un articolo che riguardava il suo potenziale coinvolgimento nell’omicidio Pecorelli.

Il Divo

“Per me è andata così: tu non hai ordinato di ucciderlo, ma forse in qualche riunione con qualcuno dei tuoi, di quelli un po’ a confine, una voce ha detto che bisognava zittirlo e tu hai taciuto. Non hai detto che no, Pecorelli era sotto la tua protezione o cose del genere, hai taciuto e questo è stato sufficiente per capire che forse c’era un via libera”. Miglio dopo aver detto questo mi fissò divertito, per vedere come reagivo. Io non sapendo che dire chiesi “E lui, come replicò?”

“Lui non replicò. Mi guardò socchiuse ancora di più i suoi occhi a fessura, sorrise e riprese a leggere”.

Insomma, speravo di intervistarlo ma, sapendo come fosse impossibile avere a che fare anche con il più inutile dei nostri assessori provinciali, disperavo di potervi riuscire. Alzai la cornetta e chiamai il Senato. Chiesi dello studio del senatore Andreotti. Immediatamente, mi venne girato l’interno del suo studio. Mi fu passata la sua segretaria alla quale spiegai il problema. “Vedrò quello che posso fare”, disse sbrigativa.

Con mia sorpresa, la segretaria richiamò due giorni dopo, alle 7.10 (si sa che il Divo Giulio era piuttosto mattiniero) e mi disse “mi porti le domande, avrà le risposte di pugno dal Presidente”.

E così scrivo, spedisco e attendo. Nuova telefonata della segretaria, qualche giorno dopo: “si presenti dopodomani alle 9. avrà le risposte alle sue domande”…in un clima di congiura, come nella Roma dei Papi quando i bersaglieri erano alle porte, mi recai emozionato all’appuntamento. Mi furono consegnate le risposte (manoscritte a pennarello verde, su un notes da poco, scrittura piccola e ordinata, senza cancellature) e mi si comunicò che avrei potuto leggerle a voce alta davanti al Presidente, ma non fare altre domande, se non per incomprensioni di grafia.

Attesi trepidante che uscisse dallo studio il primo ospite della giornata – il senatore Flaminio Piccoli, curvo e dallo sguardo triste – e finalmente entrai.

Il Divo era in piedi, dietro alla scrivania, più alto di quanto immaginassi. Mi porse la mano “con le dita lunghe e bianche come candele” per citare una definizione bellissima di Oriana Fallaci. Quindi iniziai a leggere le risposte mentre lui, immobile come una statua di sale nel suo vestito carta da zucchero, mi fissava in silenzio. Man mano che leggevo, mi appariva sempre più evidente che il mio tentativo di “inchiodarlo” era miseramente fallito. Pensavo, con l’arroganza ingenua dei ventenni che credono di aver capito il Mondo perché fanno una bella tesi di laurea, che una formulazione attenta dei quesiti lo avrebbe stanato. Povero me, maldestro aspirante Jedi senza nessun talento…

Ero al cospetto del Potere, quello vero. E avevo un po’ di paura.

 

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Cercando l’apriscatole…

Non ho mai avuto una grande sintonia con l’Economia.

Probabilmente perché – per citare un mio vecchio professore – non ne ho mai capito niente, ma forse anche perché la mia mente piatta e ordinata mal si adatta a quella nebulosa interminabile di variabili, di condizioni accessorie, di dettagli apparentemente secondari che saltano fuori all’ultimo istante e ti confondono le acque…

Il Diritto non è così, in linea di massima ogni situazione umana trova una propria casella e il problema è solo stabilire in quale: possiedi un bene, ma ne hai la proprietà? hai provocato la morte di qualcuno, ma lo hai fatto colposamente o dolosamente? Dovendo fare un paragone azzardato, l’Economia sembra un quadro di Pollock, mentre il Diritto una delle astratte geometrie di Mondrian.

Il problema si pone quando devo cercare veramente di capire qualcosa. Ad esempio, quando preparo delle lezioni, il mio metodo di lavoro è prendere più testi e confrontarli, per trovare i punti di unione e cercare di spiegare quelli di differenza. Ma in Economia non è praticamente possibile.

Prendiamo ad esempio, l’Identità Keynesiana

Y = C+I+G+ (X-M)

in due libri è definita come la formula del PIL, in un altro come quella del Reddito Nazionale e in un quarto indica la domanda aggregata. Sono concetti identici? E se sono concetti identici perché hanno nomi diversi? E se invece non sono identici – come penso di aver capito – perché a seconda del testo che utilizzi la stessa formula spiega cose diverse?

E poi quando cerchi di capire un concetto, tutti i “se”… “Ipotizziamo che il comportamento degli attori sia perfettamente razionale” (non lo è mai, ma facciamo finta)… “Ipotizziamo di operare in un mercato di concorrenza perfetta” (che non esiste, ma facciamo finta)… “Ipotizziamo che vi sia una perfetta trasparenza e uguaglianza nelle informazioni disponibili” (condizione impossibile, ma facciamo finta…)… “Per semplificare il concetto, consideriamo solo le variabili endogene al sistema e trascuriamo quelle esogene” (cioè, utilizziamo quello che ci va bene, per far tornare il conto…).

Insomma, con tutti questi “se” e questi “ipotizziamo” sembra più filosofia che scienza. Talvolta religione. Sembra quasi che non si ricerchi per spiegare, ma che si abbia un’idea preconcetta e si pieghino gli strumenti di analisi alla conferma di quell’idea. Ovviamente sbaglio io, ovviamente è tutto più complesso, ma una scienza che non è accessibile ai non iniziati neppure nei suoi livelli di base ha comunque dei grossi problemi, se non altro di comunicazione.

E poi, c’è una storiella appena raccontatami dal Professore di cui sopra… Su un’isola deserta vi sono un fisico, un chimico e un economista  e per cibo solo della carne in scatola… Fisico e Chimico cercano di trovare una soluzione al problema di come alimentarsi senza venirne a capo, ma per fortuna interviene l’Economista esordendo con:

Assumiamo di avere a disposizione un apriscatole...”

 

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I Volenterosi Carnefici di Salvini

Oggi in Italia si parla di Codroipo e ne avremmo fatto volentieri a meno.

In Consiglio Comunale dovevano votare il nuovo regolamento dell’asilo nido e hanno respinto un testo volto a favorire l’acquisto di giocattoli e strumenti musicali rappresentativi delle diverse culture, al fine di favorire la crescita di una sensibilità non discriminatoria. E la destra che comanda a Codroipo (governare è un verbo che bisogna meritarsi…) ha detto di no. Per spiegare/giustificare la chiusura verso la bambola di pezza con i capelli scuri e ricci e la pelle color del cioccolato, nonché l’ostilità invincibile verso il flauto della Tanzania – l’oud – si chiama in ballo l’ignoranza: “sono ignoranti”.

 

 

Troppo comodo e troppo semplice. Premesso che fatico ad immaginare il Sindaco Fabio Marchetti e la sua allegra combricola di stronzi tutti intenti a leggere Kant, ascoltare Mahler, scrutare i pianeti o dipingere acquerelli della villa Manin – e quindi un po’ di ignoranza c’è sempre – quella è comunque un alibi: “poverini non hanno studiato, ma se lo avessero fatto sarebbero diversi”.

In realtà, è vero che la maggioranza dei consiglieri ha un livello di scolarizzazione bassino, con una curiosa prevalenza di superstiti dell’Ipsia e ex militari di rango inferiore, ma il Signor Sindaco ha fatto il liceo Scientifico e si è laureato in Scienze Politiche e in maggioranza c’è un’archeologa, la più colpevole perché quella con meno attenuanti. Il problema dell’ignoranza palpabile dentro in Consiglio Comunale di Codroipo però non è la causa del voto di ieri. La causa è la crudeltà.

Sono persone meschine, sono persone cattive, gente che non si vergogna a discriminare dei bambini di età inferiore ai 6 anni, gente alla quale non affiderei nessuna delle mie persone care. Non sono ignoranti, sono dei miserabili razzisti, senza cuore, senza umanità e senza etica e leggere un po’ di Flaubert o studiare la Relatività non cambierebbe questo stato di cose.

E’ lo stesso humus di mediocrità umana, opportunismo e assenza di empatia che ha prodotto l’Olocausto: quasi nessuno dei “Volenterosi Carnefici di Hitler” – per citare un celebre testo di qualche anno fa – aveva in mente di agevolare o favorire uno sterminio di massa, semplicemente di fronte a ogni bivio etico hanno preso la strada sbagliata.

Ed è quello che hanno fatto a Codroipo e che – per certi versi – con miserabile piagnucolio il sindaco Marchetti ha ribadito, affermando che “non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che fanno gli altri”.

Ha ragione, però aveva l’opportunità. Poteva dire che “noi di Destra siamo fermi nel difendere la sicurezza dei cittadini, ma essere severi non significa essere spietati: siamo aperti ed ospitali verso chi legalmente vive, lavora, produce e cresce nel nostro Paese, ricambiando con il nostro senso di ospitalità un po’ dell’ospitalità ricevuta da tanti friulani in giro per il Mondo”. Poteva farlo, non lo ha fatto. Ha scelto di fare una scelta miserabile, per far contento il suo Consiglio comunale di geometri e ex caporali. Oppure lo ha fatto per l’applauso di un pugno di bifolchi del Medio Friuli con i capillari rotti per l’abuso di vino rosso, oppure per guadagnare punti verso il “capitano” Salvini, il suo inarrestabile e incontenibile delirio xenofobo e razzista e il clima tossico che hanno creato in questi anni e che il c.d. “Decreto Sicurezza” mira non solo a mantenere, ma acuire, sperando di trarre tornaconto elettorale dal disagio, dalla sofferenza e dalla miseria altrui.

Non so perché abbia scelto quello che ha scelto, ma so che noi siamo il prodotto delle nostre decisioni, non delle nostre chiacchiere. Lui ha deciso così. Loro hanno deciso così. Pertanto – in futuro – non mettano più in piedi patetiche polemiche come avvenuto un paio di anni fa contro la Lonely Planet colpevole di aver scritto che «Passerete da Codroipo solo per lasciarlo alle vostre spalle».

E’ quello che bisogna fare. Quando si avvicina Codroipo, girare al largo. Lasciarli nella loro Rhodesia in miniatura.

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La Sinistra, la società e noi…

Viviamo in tempi terribili. C’è un rigurgito fascista evidentissimo, un governo per metà di improvvisati saltimbanchi e per metà di estremisti xenofobi. E verso tutto questo non esiste una opposizione vera in Parlamento. Ma esiste un’opposizione nel Paese, sempre più evidente: piazze, associazioni, studenti, realtà civiche… E’ a questi che una Sinistra rinnovata deve rivolgersi per ripartire.

Il file Pdf allegato solo nelle ultime righe si rivolge al contesto del Friuli Venezia Giulia, mentre le riflessioni delle pagine precedenti sono un contributo, imperfetto e generico così, per ripartire. O almeno per provarci.

La Sinistra, la Società e noi

 

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Il clown feroce e il suo pubblico

«L’Adriatico di tutti i mari è sempre stato il più fascista!»

25 anni senza Federico Fellini. Nessuno meglio di lui è riuscito a rendere in pochi minuti la patetica coglioneria, l’intrinseca comicità del Fascismo, a un tempo brutale e buffonesco, con quei suoi petti in fuori, quella sua retorica da letture classiche a casaccio, con quelle sue tronfie parole pronunciate in maiuscolo e le sue penose vanterie, pochi attimi prima che tutto sprofondasse nel sangue e nella rovina. Perché il Fascismo è stato clownesco, ma un clownesco feroce. Una sorta di Pennywise politico, che dietro fattezze ridicole nascondeva una crudeltà di fondo.

Questa riflessione mi è venuta in mente pensando a un bisticcio su Facebook nel sito di un amico, con un triste fascistone che – a veder la foto profilo, con quella polo nera e i baffetti alla Pavolini – sembra uscito da una delle cupe macchiette di Amarcord. Di solito evito di discutere con questa gente, perché non solo è inutile ma pure prevedibile: sai inevitabilmente in anticipo cosa ti diranno ed è anche questa la “banalità del Male”, il sapere sempre quello che accadrà e – alla fine – lasciar perdere non perché sconfitti, ma perché annoiati.

Pensando di avere la palla del “game-set-match” – a me che ricordavo come il Fascismo fosse stato un regime repressivo  – ha ovviamente tirato in ballo le Foibe, nella convinzione che l’argomento potesse chiudere la questione. Replicare sarebbe  stato facile. Sarebbe bastato ricordare che furono gli italiani a invadere la Iugoslavia e non il contrario. Che il regime fascista era stato repressivo e violento per 20 anni nei confronti della minoranza slovena. Che le forze di occupazione italiane in Croazia si erano macchiate di crimini indicibili. Che se qualche comunista forse per mezz’ora aveva ipotizzato di sostenere la richiesta titina di Trieste, il regime mussoliniano aveva accettato senza fiatare la cessione dell’intero Friuli Venezia Giulia, del Trentino-Alto Adige e del Bellunese al III Reich. Che l’orrore delle foibe non fu diverso da quello di Marzabotto avvenuto con la collaborazione attiva dei fascisti e che di certo a chi utilizza a fini propagandistici il povero corpo straziato di Norma Cossetto sarebbe facile gettare nei piedi qualche altro cadavere frutto di orrore opposto.

Non ho replicato perché sarebbe ovviamente uno sterile e inutile esercizio di stile e perché attribuisco un certo valore al mio tempo e alle mie energie intellettuali residue, però una considerazione la faccio: i fascisti non sono mai stati capaci di dare una lettura critica del regime, contrariamente a quanto fatto dal comunismo italiano a partire dagli anni ’60, quando pochi giorni prima di morire Palmiro Togliatti nel suo Memoriale di Yalta scriveva frasi dure sul regime sovietico e apriva la strada al lento ma costante distacco del PCI dal totalitarismo sovietico.

Il dibattito interno alla sinistra italiana sul contrasto tra democrazia e socialismo è stato continuo, ricchissimo, talvolta doloroso. Il dibattito intellettuale nella destra italiana sulla natura del regime fascista è stato praticamente inesistente… Enrico Berlinguer ha riconosciuto il valore dell’Europa e della Nato e ha ammesso pubblicamente diversi anni prima della caduta del Muro che “la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre si è esaurita” ma nessuno ha mai sentito affermare da Giorgio Almirante (tra tutti i leader fascisti d’età repubblicana di certo il più colto e intelligente) che “la spinta propulsiva della Marcia su Roma si è esaurita”. E se non lo ha detto Almirante, cosa vuoi che dicano i fasciostraccioni dei giorni d’oggi…

La realtà pura e semplice è che nel 1945 il PCI ha scelto in modo netto e irrevocabile la via della democrazia parlamentare, aspetto confermato, ad esempio, durante gli anni del terrorismo rosso, quando la dirigenza comunista costruì un muro invalicabile nei confronti dell’eversione brigatista, cosa che invece il MSI non fece verso l’eversione nera, coccolando gli estremisti e portando non pochi personaggi dal braccio teso e in odor di golpismo a sedere tra i banchi della Camera dei Deputati.

E’ questa la differenza. La Sinistra italiana ha fatto i conti con la propria storia in modo pieno e talvolta persino eccessivo, mentre la Destra è rimasta al palo. Sono ancora lì, con la bocca piena di bonifiche e treni in orario, con la retorica ridicola sui presunti meriti di un dittatore vigliacco, traditore e inconcludente, con la criminale minimizzazione dell’Olocausto e delle colpe del regime nell’averlo agevolato, con la loro speculazione cinica delle Foibe, tragica foglia di fico dietro la quale nascondere una incapacità di rinnegare i crimini della propria parte politica.

La Sinistra italiana – a parte qualche fanatico senza casa – ha fatto i conti con le Foibe, verrà un giorno in cui la Destra farà lo stesso con Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema?

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Una panchina nell’Hampshire

Ieri notte mi sono messo a rileggere “Persuasione” di Jane Austen. Non è il mio romanzo preferito, ma avevo voglia di svagarmi con lo snobismo ebete e smaccato fino al delirio di Sir Walter, baronetto, il quale “era uomo che, per suo divertimento, non prendeva in mano che un unico libro: l’Albo dei Baronetti. Leggendo con ammirazione e rispetto il limitato numero delle prime patenti di nobiltà, egli si procurava un’occupazione per i momenti d’ozio e un conforto nei momenti difficili.

Non riuscirò mai a capire le persone che non leggono libri. Non lo avrei capito al tempo di sir Walter e non lo capisco oggi. Non è snobismo (non solo, per lo meno, comunque non stavolta) è proprio un misto di incomprensione, commiserazione e tristezza. Attraverso la lettura si può lasciare la vita di ogni giorno – per la gran parte di noi assai desolante – e rifugiarsi nella nostra seconda vita, quella che avremmo voluto vivere e che è – sotto certi aspetti – più reale di quella reale.

A seconda dei gusti o delle inclinazioni di ognuno si può spiare le passeggiate scontrose tra Elizabeth Bennet e il Signor Darcy, seguire Maigret facendosi guidare nella nebbia dell’alba parigina dal profumo del tabacco da pipa, aiutare Hari Seldon nell’elaborazione del suo brillante Piano, soffrire per non essere riusciti ad impedire il suicidio di Anna Karenina o infastidirsi per le moine e i capricci dell’insopportabile Emma Bovary. Si può immaginare un modo per aiutare Joseph e Maurice a sfuggire alla Gestapo oppure ridere fino alle lacrime per i bisticci e le cattiverie della piccola high society di Riseholme e di Tilling.

Ci pensavo leggendo che ieri il pregiudicato Fabrizio Corona ha gettato suo figlio – un adolescente segaligno dall’aria stronzetta – sulla cattiva strada di Instagram, cioè il non fare nulla, il non essere nulla e grazie a questo prosperare. Ora, mai avrei immaginato che un “avanzo di balera” come Corona festeggiasse il compleanno del bimbo adorato scrivendogli If – come un novello Rudyard Kypling – ma quello che mi da la nausea (senza sorprendermi, ahimè, ormai non mi sorprende più nulla) è che nell’arco di poche ore, già 149.000 idioti – che camminano consumando ossigeno e depauperando il pianeta con la loro inutile e malvissuta esistenza – si sono entusiasticamente messi in coda per “seguire” le gesta del Porfirogenito. Cioè per guardare uno intento a non fare nulla.

E questo avviene il giorno in cui la Leonessa, Franceschina Schiavone lascia il tennis. E’ stata la prima italiana a vincere una prova dello Slam, ad essere classificata tra le prime 4 giocatrici al mondo e – a dimostrazione del suo talento, della sua costanza, della sua passione sconfinata per il tennis – è stata presente in 70 degli ultimi 73 tabelloni principali di uno dei quattro majors. Franceschina ha solo 32.729 follower, ma ognuno di questi è il prodotto di fatica, lacrime, corse, speranze.

Non so che farci, sono sempre meno in sintonia con il mio tempo e con lo Zeitgeist che mi circonda e – per dirla – tutta, penso che dietro al proliferare di fenomeni social pieni di nulla vi sia un tentativo, non so quanto costruito a tavolino, di rimuovere dal lessico quotidiano ogni forma di occupazione o pensiero indipendente attraverso la creazione di persone che non sanno fare nulla, non rappresentano nulla, eppure veicolano stili di vita e codici di comportamento che, lungi dal mettere in discussione il sistema, ne sono un potente supporto. “Se ce l’ha fatta lei, che non sa cantare, non sa ballare, non sa recitare, non sa scrivere, non sa fare impresa, allora ce la posso fare anche io!” E’ la versione turbocapitalista delle lotterie (immaginarie) utilizzate dal Grande Fratello per tenere sotto controllo i Prolet.

Nel mio breve soggiorno nell’Hampshire – in parte dedicato a ripercorrere le vicende Austeniane – ho scoperto che a Basingstoke si sono installate in diversi punti delle “panchine Austen” disegnate e decorate da diversi artisti nell’ambito di un progetto noto come “Sitting with Jane“.

L’idea di avvicinare alla lettura di Jane Austen attraverso panchine site in giardini, piazze o librerie mi ha fatto venire in mente un’altra trovata di grande interesse: la costruzione del castello di Guedelon, un comune della Francia centrale dove da quasi 20 anni si sta erigendo – con finalità didattiche – un “vero” castello medievale, sulla base di procedure, tecniche e materiali propri del tempo.

Le panchine austeniane, il castello rifatto sono tentativi splendidi e commoventi di difendere la bellezza e la complessità di una cultura magnifica come quella europea. Ma temo siano tentativi inutili. Sono teneri, romantici, esteticamentebellissimi, ma sono come le cariche della cavalleria polacca contro i carri armati della Wehrmacht: un ultimo lampo di gloria prima della fine.

Che ci piaccia o no, il futuro, il Mondo non appartiene alle panchine austeniane ma è stretto tra le braccia imbronciate del figlio di Corona e sorvegliato a vista dai suoi 149.000 inutili follower. Che sono felici e non sanno neppure perché.

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Papa Formoso, il maresciallo Tito e l’uso politico della Storia

Qualcuno ricorda la triste vicenda di Papa Formoso? Eletto Pontefice alla fine del IX secolo si barcamenò come meglio poté tra le diverse fazioni politiche della Curia, ciascuna legata a una qualche potenza straniera, ma pare in modo goffo, seminando rancori e risentimenti diffusi. Diffusi al punto che – dopo morto – il suo cadavere fu riesumato, rivestito dei paramenti sacri, processato, interrogato (ma non rispose, rimase muto come una tomba…), quindi condannato, deposto da Pontefice e gettato nel Tevere, non prima di avergli amputato le 3 dita della mano destra usate per le benedizioni.

Mi è tornata in mente la vicenda di Papa Formoso leggendo il testo della mozione che l’assessore regionale Roberti – della Lega Salvini – ha presentato al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia per sollecitare la revoca dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana concesso nel 1969 al Maresciallo Josip Broz Tito, 13 anni dopo che lo stesso Tito era già stato insignito della Gran Croce della Legion d’Onore e un paio d’anni prima che Elisabetta II gli conferisse il Most Honourable Order of the Bath, vale a dire la più alta onorificenza che un non britannico possa ricevere.

Queste onorificenze vengono attribuite nell’ambito dei rapporti di cortesia diplomatica tra Stati e non implicano necessariamente la condivisione delle scelte politiche del singolo beneficiario dell’onorificenza, quanto l’attestazione di un rapporto cordiale tra governi: ad esempio, quando nel 1978 Nicolae Ceasescu attribuì alla Regina d’Inghilterra l’Ordine della Stella della Repubblica Socialista di Romania non lo ha fatto certo per premiare l’impegno profuso incessantemente da S.M. in favore dell’avanzata del Comunismo nel Mondo. Certo, le onorificenze si possono anche revocare, ad esempio Benito Mussolini – che tanto piace ai leghisti – venne insignito dell’Order of Bath nel 1923 ma ne fu espulso a calci in culo nel 1940. Il punto è che eventuali (rarissime) revoche avvengono in vita, non post mortem.

Ma perché l’intero Mondo sentì il dovere di onorare Tito? certo non per premiare il suo governo cupo e sanguinario, del quale non si possono tacere i massacri di massa compiuti nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, non solo verso oppositori politici interni, ma anche organizzando (o coprendo) attività di sterminio su base etnica nei confronti delle minoranze nazionali italiana, tedesca e ungherese. Il Mondo – in particolare l’Europa Occidentale –  si sentì in dovere di onorare Tito per la sua indipendenza dall’Unione Sovietica: fu grazie a Tito se il Patto di Varsavia non giunse fino ai confini con Trieste e l’Adriatico non divenne un “mare di confine ideologico” tra i Blocchi, così come fu ancora grazie anche a Tito se prese vita il “Movimento dei Non Allineati” che ebbe un ruolo non secondario nel mitigare le tensioni ideologiche e militari tra Est e Ovest nel corso degli anni ’60 e ’70.

Ma inutile girarci attorno: la mozione per revocare l’onorificenza a Tito è legata al tentativo di sfruttare politicamente ancora una volta la tragedia delle Foibe, lucrando cinicamente sull’umano e non rimarginabile dolore di chi fu vittima di quei giorni sanguinosi e dissennati. Riaprire la ferita non serve, il giudizio storico su quella vicenda credo sia chiaro e netto e ormai le posizioni “negazioniste” sono assolutamente minoritarie tra gli esperti e nell’opinione pubblica. Però condannare non significa rinunciare allo sforzo di comprendere. E comprendere non significa perdonare e non significa minimizzare. Comprendere significa comprendere.

Comprendere, ad esempio, che i massacri di italiani compiuti nelle settimane e nei mesi successivi alla fine della II Guerra Mondiale furono un tassello della più ampia mattanza di popoli ed etnie compiuta durante il conflitto, mattanza alla quale gli italiani contribuirono con l’assassinio di migliaia di civili inermi, spesso donne e bambini. Verrebbe da dire “chi è senza peccato, scagli la prima onorificenza!” Quindi gli italiani come popolo possono giustamente considerarsi vittime tra le vittime, ma l’Italia come nazione non ha i titoli morali per ergersi a giudice e ancor meno titolo lo hanno partiti e politici che guardano con malcelata nostalgia al regime che invase la Jugoslavia senza provocazione e a freddo, portandovi gli orrori del totalitarismo Nazifascista.

Dovendo concludere, direi che i crimini orrendi del governo italiano e dei soldati italiani non giustificano i crimini uguali ed opposti compiuti dal governo jugoslavo, che rispettare il dolore delle vittime di quei giorni terribili significa anche stare in silenzio e non cercare di sfruttare elettoralmente il sangue e i cadaveri di allora per costruire consenso oggi e direi anche che – se si è mossi da vera umanità – questa non conosce confini o barriere e nessun uomo civile prenderà mai lezioni di umanità da un dirigente leghista. Se veramente si rifiuta la logica della pulizia etnica, del razzismo di Stato e della violenza sugli inermi, invece di scrivere insulse mozioni sulla revoca di medagliette a tiranni defunti 40 anni fa si agisca per riportare decenza e decoro nel mondo contemporaneo, considerato che – mentre scrivo queste righe – 177 anime e corpi di disperati sono tenuti prigionieri in una nave per assecondare il delirio xenofobo del Ministro degli Interni e la sua smania sguaiata di gettare altra carne in pasto al razzismo fanatico dei suoi elettori…

 

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