La generazione perduta della Sinistra…

Nel 1994 Norberto Bobbio commentò la vittoria di Berlusconi dicendo che “determinante è stata la televisione, non nel senso che Berlusconi sia apparso in video molto più di altri, bensì perché la società creata dalla televisione è una società «naturaliter» di destra […] Non ha vinto Berlusconi in quanto tale, ha vinto la società che i suoi mass-media, la sua pubblicità hanno creato.

Lo stesso si può dire per la probabile vittoria del SI al referendum. Impossibile scalfire in poche settimane e in una campagna elettorale resa drogata dall’assenza di visibilità e risorse e dalla pandemia del Covid il clima di plebeismo costituzionale, di antipolitica e di fastidio per le prassi democratiche che ha infettato la società da ormai quasi trentanni, clima mai veramente contrastato dal centrosinistra che si è più accodato – sposando volta per volta le parole d’ordine della destra, dal federalismo alla democrazia decidente per giungere all’antipolitica – in un tentativo insulso di rendere tollerabile l’intollerabile.

MiBACT - Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo | Facebook

Per quanto pochi saranno i NO, ci consentiranno di contare quanti sono stati capaci di resistere alla marea del populismo. E’ significativo che il fronte trasversale del NO comprenda personalità di estrazione liberale, padri nobili della sinistra e il meglio del popolarismo cattolico: sono le tre componenti culturali che hanno dato vita alla Costituzione repubblicana e quindi è sensato che oggi difendano non il numero dei parlamentari, ma una idea di istituzioni e di società.

Purtroppo, tra questi NO non potremo considerare la classe dirigente dei partiti di centrosinistra, PD e Art.1. Eppure, se diamo un’occhiata alle dichiarazione, agli appelli, alle sensibilità emerse in questi giorni notiamo che il NO lega assieme il passato e la memoria con la vivacità del futuro, nel mezzo un grigio presente. Voteranno NO gli ultimi Padri Nobili del PCI – come Emanuele Macaluso e Aldo Tortorella – così come nomi pesanti della tradizione di sinistra quali Livia Turco, Anna Finocchiaro, Susanna Camusso, Sergio Cofferati… E poi il meglio del cattolicesimo democratico con Rosy Bindi, Guido Bodrato, Pierluigi Castagnetti, don Luigi Ciotti e il ricordo dell’Ulivo, unica vera innovazione politica nel centrosinistra degli ultimi 25 anni, con il NO di Romano Prodi e Walter Veltroni. E nomi simbolo dell’immaginario di sinistra come Liliana Segre, Cecilia Strada, Roberto Saviano o la presidente dell’Anpi Carla Nespolo…

Ma il NO non rappresenta solo il passato della Sinistra. Contrastano il taglio della democrazia rappresentativa anche Elly Schlein, con il sindacalista Aboubakar Soumahoro (pure lui assai critico sulla semplificazione populista) una delle poche voci interessanti e nuove della Sinistra italiana e il movimento delle “Sardine”, così come i Giovani Democratici. Insomma il passato e il futuro del centrosinistra uniti da un ponte sospeso, nel mezzo del quale non vi è nulla… E più leggo e più mi chiedo che cosa abbiano avuto in testa Nicola Zingaretti e Pierluigi Bersani… come abbiano fatto a rimuovere dal loro processo decisionale il fatto che comunque vada a finire la loro scelta di un SI acritico e a scatola chiusa li avrebbe messi dalla parte degli sconfitti. La scelta del NO sarebbe stata nobile, quella della libertà di voto una furbata efficace, il SI invece è proprio un volersi cercare la sconfitta a tutti costi, un “mettere il culo nelle pedate”, per citare un mio caro amico.

Leggo i nomi e nella mia mente ne aggiungo anche altri che non sono in questo elenco e pure si sono pronunciati chiaramente. Sono convinto, voglio essere convinto, che se con il senno del poi avessero immaginato una tale reazione, i burocrati del centrosinistra avrebbero preso posizioni più sfumate. Ma il dramma è che non l’hanno immaginato. Probabilmente Zingaretti e Bersani sono rimasti sorpresi: non ci conoscono e non ci capiscono più. Quindi non possono rappresentarci.

Ma la scelta misera e triste di Zingaretti e di Bersani – che dopo 3 NO rappattumano un SI male digerito e malissimo giustificato – è la scelta di una generazione perduta di politici di centrosinistra. Una generazione nata e cresciuta nel berlusconismo e che di quel movimento – più atteggiamento mentale che ideologia – ha introiettato tutti i limiti e tutte le caratteristiche: il tatticismo estremo, la convinzione che solo la presenza al governo dia un senso alla politica, l’assenza di punti fermi valoriali o programmatici, l’estremo cinismo e l’estremo opportunismo, l’assenza di senso delle Istituzioni… E’ la generazione tra i 40 e i 60 anni (la mia, ahimè), troppo giovane per aver avuto un vero ruolo nella I Repubblica e cresciuta tutta dentro lo squallore della II Repubblica, incapaci oggi di incarnare e rappresentare le ansie e le speranze per il futuro, semplicemente perché non le conoscono, non le capiscono e non gli interessa farlo.

La generazione degli anziani aveva una visione, un lessico e delle convinzioni, la generazione dei ventenni ha in mente le grandi sfide del nostro tempo, quella per la sopravvivenza del Pianeta sopra tutte le altre. La generazione di mezzo invece è inutile sempre, dannosa spesso. Senza idee, senza progetti, senza passione civile. Il SI stracco, malspiegato, malvissuto e rinunciatario è solo l’ennesimo tassello di una classe ex dirigente che ha fallito tutte le sue prove. Diceva Nanni Moretti nel suo celebre intervento in piazza Navona “con questi dirigenti non vinceremo mai”.

Era il 2001. “Facciamo che questa serata non sia stata proprio inutile”. E invece…

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L’Aziendalismo, l’Ultima Ideologia

Ho ripreso in mano il vecchio progetto di una seconda laurea, questa volta in Storia, come deferente omaggio ai sogni del bambino che fui. Stavo valutando una specialistica in una primaria università del Nord, un percorso di Scienze Storiche dal Medioevo ai giorni nostri.

Già mi immaginavo a preparare con faticoso impegno e a un livello finalmente elevato esami come  Storia delle Eresie Medievali, Storia delle Istituzioni Politiche Europee, Storia dell’Illuminismo, Storia del Risorgimento e della Resistenza… Purtroppo però sono tutti insegnamenti che in questa primaria università del Nord Italia non trovano spazio. In compenso però ci sono un paio di insegnamenti in inglese (sia mai che uno che desidera studiare Storia Medievale possa magari imparare un po’ di Latino!), un insegnamento dall’aria terribilmente pallosetta ma tanto politicamentecorretta come “Storia delle Donne e di Genere” e – capolavoro dell’indottrinamento ideologico: “Storia dell’Impresa”, con il seguente appassionante programma:

“Lo studente alla fine del corso sarà in grado di: – Capire perché le ragioni del successo o dell’insuccesso delle imprese e di affrontare ragionamenti sulle dinamiche dello sviluppo economico. – Capire le logiche organizzative, produttive e commerciali degli attori economici attraverso la loro storia. – Saper analizzare l’evoluzione delle strategie e delle strutture delle imprese. – Saper decostruire la narrazione dell’impresa, con particolare attenzione alle dinamiche per portano al successo o all’insuccesso delle imprese. – Saper contestualizzare le scelte degli attori economici con il loro ambiente economico, politico e sociale.”

SFRUTTAMENTO DEL LAVORO MINORILE (di M.A. Chino, A. Manfredi, V. Orsi, F. Pasolini)

Notare come manchi completamente un qualsiasi riferimento di natura critica, anche solamente velata. Il corso si presenta non come un momento di riflessione d’alto livello ma come una lettura unidirezionale sulla base di un solo punto di osservazione: quello dell’Impresa e dei suoi interessi. Magari il docente saprà inserire spunti critici, magari le chiavi di lettura proposte saranno differenziate ma – se devo valutare al primo sguardo – direi che più che un corso di alta formazione universitaria, sembra un convegno promozionale di Confindustria Giovani del Trevigiano, anche perché il libro di testo consigliato – con Steve Jobs in copertina – mette al centro “la figura del manager come agente di modernità e innovazione”. Avanguardia pura, direbbe Miranda Priestly.

A me va bene (quasi) tutto, ma vi prego, non mi si racconti che il capitalismo e soprattutto l’Aziendalismo non è una ideologia totalitaria, pervasiva e invadente, tanto da voler influenzare le menti anche di chi vorrebbe solo perdere tempo a studiare un po’ le corporazioni nella Firenze del XIV secolo o le politiche di welfare nella Repubblica di Venezia…

Nessuno deve sfuggire al tetro controllo dell’Impresa e alla sua ingombrante narrazione. A quando l’insegnamento di Storia delle Icone Bizantine sarà sostituito da “Storia delle Icone di Facebook”, “Storia del Rinascimento” con “Storia di Amazon” e “Storia del pensiero politico” con “Storia del pensiero di Marchionne”?

I latini – dannati tromboni – avrebbero detto mala tempora currunt. Nel corso di Storia dell’Impresa invece immagino dicano Happy Days are coming thanks to Elon Musk!

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Una Udine “medio-fine”

Mio padre, nella sua vita passata come rappresentante di commercio, per tutti gli anni ’80 ha combattuto una costante e silenziosa battaglia di resistenza culturale contro l’espressione “abbigliamento medio-fine” che in quei tempi andava per la maggiore tra le “boutique” del nord-est. E’ la prima cosa che ho pensato vedendo il Signor Sindaco in persona, la cui presenza in centro a Udine è insolita quanto lo era quella di Luigi XV a Parigi, tanto restio a lasciare Versailles quanto il sindaco lo è a lasciare Campoformido. E mi pare quasi di vederlo il sindaco mentre si osserva in giro e dice “biel, propit biel. Al’è bielissim!” osservando quella che fu una delle piazze più belle del nord Italia trasformata in spritzeria.

Innanzitutto gli ombrelloni bianchi. In tempi lontani, quando i canoni dell’eleganza piccolo-borghese imponeva di mettere i centrini sotto ogni soprammobile e tenere il più a lungo possibile avvolti nel cellophane trasparente i divani nuovi “per non rovinarli sennò quando viene qualcuno poi son brutti!”, si riteneva – almeno lo ritenevano le nostre nonne – che una donna “con un filo di trucco e un filo di tacco” fosse invariabilmente perfetta. Ecco, l’ombrellone bianco è il “filo di trucco, filo di tacco” dei nostri giorni. La convinzione che abbia un potere quasi taumaturgico: apri un ombrellone bianco e tutto sarà immediatamente migliore. Forse per questo i campi profughi sono così degradati: non hanno ombrelloni bianchi.

Ma oltre agli ombrelloni bianchi, ci sono altri must dell’eleganza “medio-fine”. C’è il finto marmo dei tavolini. Ci saranno le fioriere (efficacissime nursery di zanzara) e c’è la moquette color grigio topo, altro feticcio degli anni ’70-80, quando beltà splendea negli occhi ridenti e fuggitivi del Signor Sindaco. E sono convinto che – con un po’ di pazienza – avremo pure la gioia di vedere sul plateatico i nanetti da giardino.

Ma tutto questo sfarzo, questa sciccheria sono funzionali a una sola, unica cosa: vendere spritz. Ogni comunità ha il suo genius loci e se quello di Atene o Firenze era l’arte, di Parigi l’audacia erotica, della Berlino di Weimar la trasgressione e di Bisanzio le cupole d’oro, quello di Udine è il calice grande con qualcosa di alcolico dentro e patatine da poco prezzo a fianco.

Intendiamoci, io non critico minimamente la lobby dello spritz, tra tutte le lobby, forse la più potente in città. Non posso chiedere ai baristi di essere persone di buon gusto o di farsi carico dell’interesse collettivo. Quello lo chiedo, anzi lo pretendo, da chi amministra la città, che deve essere capace di pesare in modo equilibrato gli interessi diversi, facendo scelte di spessore, per l’oggi e per il domani. Però in città non esiste una politica per il commercio o per la cultura. Esistono solo ed esclusivamente iniziative per favorire la vendita di vino, confondendo la promozione turistica con l’induzione all’alcoolismo. Nulla per i negozi, nulla per le botteghe artigiane, nulla per le librerie, nulla per i musei, sempre e solo vino, patatine e risate sguaiate.

Non da oggi l’amministrazione comunale è succube dei mescitori, che parlano molto, incontrano molto e portano tante preferenze. Ma il governo di una città complessa come Udine dovrebbe essere altra cosa. In questo commento ho ironizzato parecchio sul Sindaco Fontanini, ma l’ho fatto avendo ben chiara una cosa: Fontanini rappresenta il solo pezzo pregiato di una giunta scadente e a tratti impresentabile. E a lui – sic stantibus rebus – non si oppone un’alternativa di centrosinistra all’altezza delle sfide e capace di costruire una visione diversa di città.

Nel centrosinistra nessuno ha fatto mai una vera analisi della sconfitta, ci si è nascosti dietro mille alibi e autoassoluzioni. Anzi no, qualcuno l’analisi l’ha fatta e ne ha tratto le conclusioni: io, che mi sono tolto dai piedi e nessuno mi rimpiange…

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Clint!

Grazie, Artista Assoluto, per le emozioni di questi anni…

Grazie per le lacrime di “Un Mondo Perfetto” e per quelle di “Mystic River” o “Million Dollar Baby“… grazie per il ritmo e la strepitosa scena del valzer di “Potere Assoluto“… grazie per aver raccontato con quel tuo stile brusco il razzismo in “Gran Torino” senza mai fare il moralista scrotoclasta con ditino alzato e il birignao dei convegnetti in cui ti insegnano come è giusto parlare o scrivere…

Grazie per come hai raccontato la complessità della guerra in “Flags of Our Fathers” e “Letters from Jiwo Jima“… grazie per avermi fatto riflettere guardando “The Mule” e ridere con “Space Cowboys“. Grazie per come hai dato dignità pure alla Politica, con il meraviglioso “Invictus”

Grazie per avermi fatto credere che non importa come sei, quanti anni hai o dove stai, puoi sempre trovare l’amore della vita quando meno te lo aspetti, come ne “I Ponti di Madison County“.
E grazie pure per quei film orrendi e reazionari della serie dell’Ispettore Callaghan, dove comunque si trova sempre il tocco del genio con battute fulminanti. Come quando stringevi i testicoli a un cattivo fin quasi a farli scoppiare e lui gemendo diceva “ma ti avevano visto morire”. E tu imperturbabile, continuando a stringere replicavi “avevano visto male”.

Auguri vecchio, burbero, controverso, reazionario e dolcissimo Clint.

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Il “codino” 25 aprile di Mattia Feltri…

Nell’articolo dedicato al 25 aprile, il neo direttore di Huffington Post Mattia Feltri scrive testualmente: “La nostra Costituzione, scritta da tutti i partiti antifascisti, compreso il Partito comunista, è una Costituzione antifascista e, nella prassi, diventa una Costituzione anticomunista proprio perché conduce l’Italia nel mondo libero e democratico.”

Chi è Mattia Feltri: biografia e vita privata del giornalistaÈ una idiozia che verrebbe voglia di liquidare tirando in ballo il DNA, che non mente mai. Ma il tema merita una chiosa più puntuale, anche perché a fianco il nostro Autore ricorda come senza gli Alleati e l’Armata Rossa non vi sarebbe stata la vittoria finale contro il Nazifascismo. È un concetto di una banalità sconcertante: neppure la guerriglia spagnola avrebbe mai piegato le armate di Napoleone se non ci fossero state anche le truppe regolari del Duca di Wellington ma le attività resistenziali hanno un ruolo militare importante e talvolta decisivo nel creare le basi della vittoria attraverso azioni di sabotaggio, disturbo, supporto, intelligence, che tolgono dalla linea del fronte truppe che invece vi sarebbero necessarie e – soprattutto – creano un clima di costante tensione psicologica che impedisce un minimo di rilassamento a chi è dietro le linee, costantemente sul “chi vive” per il rischio di una schioppettata da non si sa dove.

Ma – nel caso della II Guerra Mondiale – la Resistenza europea in generale ebbe un valore diverso, che trascende il dato meramente militare: quello di fornire una legittimazione morale, politica e ideale alle forze contrarie alla “Nacht und Nebel” Nazista, perché non fu solo guerra una mera guerra tra governi – come quasi tutte le guerre europee in Età Moderna – ma un conflitto tra mondi, tra Civiltà e Barbarie e questo valore legittimante fu particolarmente importante nel caso italiano, visto che la guerra l’avevamo iniziata dalla parte sbagliata, e fu grazie allo sforzo resistenziale (e ai volontari nelle truppe regolari dell’esercito del Sud) se siamo riusciti in qualche modo a ripulirci un po’ la coscienza e a non subire il pluriennale regime di occupazione che è invece toccato alla Germania.

Ma tornando al punto di inizio, quello della “Costituzione anticomunista”, mentre non ci sono “contributi” neofascisti al testo costituzionale è invece noto che la cultura marxista – così come quella cattolica e liberale – fu una delle tre che compaiono nella filigrana del testo, influenzandosi a vicenda e connotano ora questo, ora quell’articolo. Inoltre, il PCI fu non solo parte integrante del processo costituente – anche dopo la fine dell’esperienza di governo di grande coalizione – ma ebbe un ruolo cruciale varie volte, soprattutto dopo la fine dell’esperienza Centrista. Ad esempio, pur essendo escluso dalle maggioranze di governo, nel periodo 1946-1991 il PCI fu componente determinante della maggioranza presidenziale 5 volte su 8 – un po’ troppe per considerarlo tagliato fuori dal gioco politico – ma soprattutto dalla Svolta di Salerno del 1944 in poi il comunismo italiano prese una strada via via più autonoma da quello sovietico: la corrente più “ortodossa” fu sempre minoritaria e la scelta dell’adesione alla democrazia costituzionale e parlamentare – fatta nel biennio costituente 1946-48 mai rinnegata, né con le parole e neppure con i fatti.

Certo, per ragioni di carattere internazionale un monocolore a guida Pietro Secchia non sarebbe stato pensabile ma ci fu un’altra ragione per spiegare come nella prassi quotidiana il governo del Paese (non la Costituzione) furono precluse al PCI. È una spiegazione molto semplice: la DC ebbe sempre molti più voti e – data la sua posizione centrale – un maggiore potenziale di coalizione, a volte verso sinistra (PSI), alle volte verso destra (PLI). Insomma, la DC vinceva le elezioni, come quasi sempre le forze moderate nell’emisfero Occidentale, senza dover fare ricorso a mille dietrologie. Non è difficile, basta leggere “Teoria dei Partiti e Caso Italiano” di Giovanni Sartori (1982): se sono stato capace di venirne a capo io, umile politologo da marciapiede, può riuscirci anche Mattia Feltri, che firma articoloni sui giornaloni.

La specificità, la straordinaria vitalità e lealtà costituzionale del comunismo italiano sono note non solo in Italia e fu su queste basi che Aldo Moro costruì la sua idea di “Compromesso Storico”, tutto sta a volerlo capire o vedere, ma certo se si preferisce ripetere concetti codini e di seconda mano beh, allora non c’è molto altro da dire.

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Sulla riapertura delle librerie…

Finalmente il governo ha capito che poter acquistare un libro è importante almeno quanto il poter acquistare un trapano e dunque le librerie riapriranno… Questo mi fa venire in mente un giochino puerile: ho estrapolato un periodo dalla prima pagina di 9 romanzi celeberrimi della letteratura mondiale e – cucendo assieme – ne ho tratto una storiella senza senso, ma indubbiamente assai ben scritta. Anche perché nessuna parola è mia.

Chi lo sa, magari riuscite e indovinare di quali libri si tratti…

“Sul finire di quell’estate abitavamo in un villaggio dove di là dal fiume e dalla pianura si vedevano i monti. Nel letto del fiume ciottoli e ghiaia erano asciutti e bianchi nel sole e l’acqua correva limpida e azzurra nei canali. Passavano truppe accanto alla casa e proseguivano lungo la strada, la loro polvere copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi erano ricoperti di polvere, e le foglie caddero presto quell’anno; vedevamo truppe marciare lungo la strada sollevando nuvole di polvere e cadere le foglie agitate dal vento mentre passavano i soldati, e poi la strada nuda e bianca dove non c’erano foglie. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda.

Lo studio era pieno dell’odore intenso delle rose, e quando il venticello estivo passava tra gli alberi del giardino, penetrava dalla porta aperta il profumo grave del glicine o la fragranza più delicata del biancospino. La sua padrona di casa, dalla quale aveva preso in subaffitto quel bugigattolo con vitto e servizio, abitava in una rampa di scale più sotto, in un appartamento a sé, e ogni volta che usciva per strada gli toccava passare davanti alla cucina della padrona, con la porta quasi sempre aperta sulle scale.

Ritorno adesso da una visita al mio padrone di casa: l’unico vicino con il quale avrò a che fare. Magnifico paese, questo. Credo che in tutta l’Inghilterra non avrei potuto trovare un luogo così discosto da ogni rumore mondano. Un vero paradiso del perfetto misantropo. La recita quotidiana del Rosario era finita. Durante mezz’ora la voce pacata del Principe aveva ricordato i Misteri Gloriosi e Dolorosi; durante mezz’ora altre voci, frammiste, avevano tessuto un brusio ondeggiante sul quale si erano distaccati i fiori d’oro di parole inconsuete: amore, verginità, morte; e durante quel brusio il salone rococò sembrava aver mutato aspetto; financo i pappagalli che spiegavano le ali iridate sulla seta del parato erano apparsi intimiditi; perfino la Maddalena, fra le due finestre, era sembrata una penitente anziché una bella biondona, svagata in chissà quali sogni, come la si vedeva sempre.

Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì appena entrato nella casa ancora in penombra, dove era accorso d’urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva cessato di essere urgente da molti anni. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo. Tutto era sossopra in casa degli Oblònskije. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva avuto un legame con una governante francese ch’era stata in casa loro, e aveva dichiarato al marito che non poteva vivere con lui nella stessa casa. Queste parole procurarono al suo bambino una gioia immensa, come se la gita dovesse effettuarsi senz’altro, come se il prodigio che a lui sembrava d’aver atteso per anni e anni, fosse ormai, alla distanza d’una notte nel buio e d’una giornata sul mare, quasi a portata di mano. Giacomo Ramsay, all’età di sei anni, apparteneva di già a quella vasta categoria di gente che non può tener distinte le proprie emozioni, ma lascia che i lieti o mesti presagi del futuro annebbino quanto va realmente accadendo.”

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Se parliamo di “fare sacrifici”…

Ho lasciato la cripta dove trascorro la quarantena per andare a fare la spesa. Cosa che non ho fatto perché al supermercato contingentavano gli ingressi e, anche se posso accettare di fare la fila per Botticelli agli Uffizi, non significa che abbia tutta questa voglia di farla per accedere al banco dei surgelati.

Così ho fatto una breve passeggiata fino al cuore della città, piazza San Giacomo, tristemente vuota. Il 60-70% dei negozi sono chiusi. Guardavo le vetrine serrate, le luci spenti e mi chiedevo “sono consapevoli al Governo di questo? si preoccupano dell’economia, ma per loro l’economia sono le industrie, l’export, i grandi affari… ma si rendono conto che un mese senza incassi può voler dire la chiusura di grappoli di piccoli esercizi?”

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L’incasso di un giorno può voler dire “anche questo mese pago l’affitto del negozio”. E un mese di chiusura può voler dire la rovina per molte famiglie. Rovina vera per famiglie che nella loro bottega di quartiere hanno messo tutto e che non possono certo inventarsi una presenza “online” da mattina a sera. Può voler dire un’ulteriore imbruttimento delle nostre città, un ulteriore passo verso lo snaturamento di uno stile di vita più umano, un ulteriore passo verso la povertà spirituale e materiale.

Oggi un negozietto aperto, una libreria, un alimentari sono piccoli presidi di civiltà e di democrazia (perché la democrazia si nutre di pluralismo non solo politico, ma economico e sociale, quel pluralismo che i mostri dell’online stanno distruggendo) e nessuno ne parla. “Non serve che compri una camicia nuova oggi che magari ti ammali, puoi comprarla anche a maggio!” e intanto il camiciaio chiude.

Bisogna reagire a difesa di questi piccoli santuari di umanità e civiltà dei nostri centri urbani e per farlo c’è un modo. Se abbiamo osato sigillare le frontiere e limitare per decreto (anzi, per Dpcm) fondamentali libertà costituzionali possiamo fare anche l’inosabile: nel prossimo decreto prevedere una mazzata fiscale per Amazon & Co., i soli beneficiari reali di questa tragedia e usare quei soldi per sostenere il piccolo commercio. E non mi si dica “ma c’è già una webtax italiana“… un cerottino da 5-600 milioni di €/anno a fronte di guadagni colossali e con l’Ocse che – a gennaio – ha detto “dobbiamo pensarci ancora un po’, ne riparliamo entro fine anno…

Conosco tutte le obiezioni, tutti i “ma” e i “però” che saltano fuori se si tratta di toccare gli interessi di chi – a forza di piattaforme sempre più invasive – ha distrutto la dignità e la stabilità del lavoro, rovinato famiglie, svuotato i nostri centri storici trasformandoli in “bed & breakfast” e questo solo per darci l’illusoria speranza di risparmiare qualche euro nell’acquisto di un tostapane.

Eppure sono tutte essenzialmente obiezioni politiche. Non posso credere che mentre siamo disposti ad accettare senza fiatare la sospensione di diritti costituzionali fondamentali come la libertà di circolazione e di riunione, tolleriamo che i nostri cari possano morire da soli dietro un vetro e che pure il funerale ci venga proibito, non riusciamo a trovare un modo per strappare qualche piuma agli insopportabili pavoni del web.

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Il linguaggio dei cerchietti per capelli

Scrive sul proprio profilo Instagram Stefanos Tsitsipas: “quando indossi un vestito, immediatamente indossi un personaggio. I vestiti sono aggettivi, sono indicatori”.

Qualche giorno fa, ho fatto un commento sarcastico sul look televisivo delle Sardine e mi è arrivata una grandinata di commenti, essenzialmente negativi. Quindi ritorno sul punto e chiarisco il mio pensiero.

Per sintesi, considerate pagato il prezzo dell’obbligatorio incipit grondante gratitudine e tutto il resto: penso che le Sardine siano un fenomeno positivo, penso che i principi che li animano siano condivisibili e penso che se riusciranno a non farsi stritolare, inghiottire e risputare fuori dall’anaconda partitica sarà un miracolo, ma è un miracolo da invocare.

Detto questo, la frase incriminata è stata: “andiamo avanti a felpe, cerchietti e peli del petto in vista?” E da questo due tipi di reazione, che definirei “paternalistico-giovanilista” e “sostanzialistica”.

La risposta “paternalistico-giovanilista” dice – essenzialmente – “ma sono giovani, sono belli, sono freschi si vestano come vogliono!” trascurando che 1) non sono dei bambini (Mattia Santori ha 33 anni, l’acne adolescenziale è ormai alle spalle); 2) che l’accondiscendenza aprioristica è un modo – magari involontario e inconsapevole – per non prendere sul serio quello che viene detto e viene fatto… Sono tutti belli i bambini che recitano “La cavallina storna” in piedi su una sedia incespicandosi sulle parole e alla fine vengono applauditi con simpatia, ma nessuno pensa siano dei minuscoli Laurence Olivier… non facciamo lo stesso errore e prendiamo le Sardine sul serio, senza aprioristiche valutazioni (buone o cattive) basate sul certificato di nascita!

La seconda reazione – la “sostanzialistica” – si basa sul “non importa come lo vestono ma cosa dicono”. Questo è un concetto pernicioso perché apparentemente inattaccabile, ma che nei fatti trascura un aspetto fondamentale: la comunicazione non è solo quello che dici, ma come lo si dice e in quale contesto.

Se le  Sardine nascono anche con la finalità di ripulire la comunicazione politica dagli elementi di barbarie e volgarità nei quali sguazziamo da troppi anni ridare dignità al dibattito pubblico passa anche per la necessaria dose di aplomb, per una immagine adeguata, che non può prescindere da una giacca pulita, capelli lavati e barba curata.

Nel momento in cui io mi rivolgo alle altre persone, anche come mi acconcio manifesta il livello di rispetto che nutro verso di loro. E’ per questa ragione che non sono mai andato a fare gli esami all’Università senza giacca (che al limite dopo un po’ toglievo chiedendo pubblicamente scusa, perché le scuse sottolineavano la consapevolezza di tenere un comportamento non perfetto) e – anche a luglio – durante le discussioni di tesi, sotto la toga nera e pesante c’era la cravatta.

Le Istituzioni – diceva Bagehot – per funzionare devono avere una parte “dignitosa” e una parte “efficiente”. La dignità serve ad attribuire autorevolezza, credibilità, forza a una voce tra mille voci. Se lo “svacco” fosse una virtù democratica, la pacca sulle spalle (prodromica a quella sul culo) un segno di uguaglianza sociale e l’aggettivare sbarazzino indice di pensiero innovativo, allora Matteo Salvini sarebbe in nostro Nelson Mandela! Ma non è così: bisognerebbe parlare poco, di quello che si conosce, in contesti scelti non a caso e presentandosi in modo autorevole. Perché il nostro Paese non ha bisogno di cicaleggio politico, ma di serietà nell’analisi dei problemi e nella individuazione delle soluzioni (e devo dire che diversi interventi delle Sardine vanno in questa direzione).

E’ per questa ragione che i grandi leader politici della I Repubblica centellinavano le interviste: se Craxi o Berlinguer o Andreotti parlavano era perché avevano qualcosa da dire e la rottura del silenzio portava inevitabilmente a una attenzione e una valutazione analitica di quanto detto che oggi non immaginiamo neppure, con tutti questi leaderini che zampettano da un talk-show all’altro, che ostentano le maniglie dell’amore in spiaggia, che giocano a fare Fonzie, che “parlano come mangiano” (e mangiano essenzialmente junk food).

Mi verrebbe da ricordare che per vedere Maximilien Robespierre con la parrucca in disordine e l’abito macchiato fu necessario fracassargli la mandibola a pistolettate, ma invece – visto che siamo ancora nel mese di Sanremo – anticipo un’obiezione che mi potrebbe venire fatta con i versi di una splendida canzone di 30 anni fa, Spalle al Muro, portata all’Ariston da Renato Zero:

Vecchio sì
E sei tagliato fuori
Tu e le tue convinzioni
Le nuove son migliori
Le tue non vanno più
Ragione non hai più…

Vecchio probabilmente, tagliato fuori forse, che le mie convinzioni non vadano più questo è sicuro, ma che le nuove siano migliori questo è tutto da vedere…

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Don’t leave me this way…

Il mio debito verso la cultura e il mondo anglosassone è praticamente inestinguibile, ma questo non deve ottenebrarmi nel giudizio davanti alla nefasta scelta della Brexit.

Certo, non riesco a immaginare me stesso, la mia identità più profonda senza la musica dei Beatles o il pop glitterato della mia adolescenza, l’immensa eleganza poetica di Shakespeare, lo stile witty di Jane Austen, Oscar Wilde o Alan Bennett, il verde scuro dei paesaggi e tenue dei campi di Wimbledon, la pietra dei muretti dei suoi borghi, le guglie delle cattedrali gotiche, la pompa barocca delle cerimonie, la cortesia formale e la magnifica storia del Medioevo inglese, con la Magna Carta e tutto il resto… Ma amare non significa rinunciare a capire.

La Brexit è stata il trionfo della credula superstizione campagnola sulla conoscenza dei fatti. Della demagogia sulla razionalità. Dell’infinita possibilità manipolativa della democrazia diretta opposta alla concretezza di quella rappresentativa. Dell’illusione sul realismo. E l’abbandono del “comune buon senso”, tra tutte le virtù forse la più inglese.

Viaggiando nel Regno ho però sentito ragionamenti che mi hanno fatto riflettere, essenzialmente chiacchierando con i tassisti, che in ogni angolo del pianeta rappresentano una delle antenne fondamentali per capire la direzione del vento. Nel 2018 – mentre stavo recandomi in visita a Downton Abbey (aka Highclere Castle) – il tassista mi ha detto:

uscire è stato un errore, rimanere sarebbe stato un errore, dovevamo solo scegliere quale errore compiere. Abbiamo scelto di sbagliare da soli

Da un punto di vista storico la cosa non sorprende: gli inglesi hanno sempre difeso tenacemente la loro indipendenza e il loro modo di fare le cose, non hanno mai amato le alleanze troppo stringenti e la patria del common law non poteva che vivere con disagio il soffocante cavillismo normativo tipico di ogni atto dell’Unione, il Mostro Gotico che pretendeva di mettere fuori legge la tradizionale pinta di birra solo per il gusto di uniformare i bicchieri dal Circolo Polare Artico fino a Malta, dal Guadalquivir al Njemen.

La seconda frase mi è stata detta nel 2019 da un tassista di Liverpool, mentre mi accompagnava al John Lennon Airport per ritornare nell’isolamento continentale:

Non avevo votato per il referendum sulla Brexit perché non sapevo cosa votare, ma adesso sono favorevole a uscire perché se si è presa una decisione la si porta avanti, non si può pretendere di votare e rivotare fino a quando il risultato non è quello voluto dagli intellettuali!

Insomma, il rispetto per l’essenza e le procedure democratiche. Il semplice, inoppugnabile “ma perché ci avete fatto votare se dopo volete fare altro?” lanciato in faccia a quanti – come me – hanno ciarlato di un secondo referendum, perché il primo non era venuto bene… Il senso della democrazia di un popolo che si sente sempre un po’ superiore verso nazioni – come l’Italia, la Germania, la Spagna, il Portogallo, la Grecia – che nel corso del XX secolo non si sono certo distinte per la difesa dei valori di Habeas Corpus. Un popolo che non dimentica che  non sarebbe più esistita l’Europa senza il discorso delle lacrime e del sangue di Churchill, senza la consapevolezza che forse la II Guerra Mondiale l’hanno vinta americani e sovietici, ma gli inglesi sono quelli che non l’hanno persa, quando erano da soli, unico faro di libertà in un continente immerso nelle tenebre.

A noi che restiamo competono due cose: la prima è chiederci quando e perché il sogno europeo sia andato in pezzi… E non tiriamo in ballo la Grande Crisi del 2008 o la presunta invasione di migranti del 2016: il referendum che respingeva la c.d. “Costituzione Europea” è fallito in Francia e nei Paesi Bassi (due dei sei fondatori) nel 2005, dunque ben prima di questi eventi. Il voto “antieuropeo” degli Inglesi, pertanto, non è stato né il primo, né il solo.

L’Unione non ha saputo infondere una visione, un po’ di spirito vitale a un progetto che sembra sempre più stracco e privo di direzione e che paga molti errori colossali, il principale dei quali – a mio avviso – il repentino allargamento a Est, verso Paesi privi di qualsiasi tradizione democratica e coscienza europeista, che nell’Unione hanno essenzialmente visto un grande bancomat al quale attingere senza nulla dare. E soprattutto aver dimenticato la grande lezione del Basileus Giovanni Zimisce, che giunto alle mura di Gerusalemme decise di non procedere oltre e tornare indietro affermando che “talvolta crescere significa diminuire“. L’Unione è cresciuta e crescendo è diminuita. Diminuita di consapevolezza, compattezza, coerenza, prospettive.

La crisi dell’Europeismo si collega inoltre con la crisi qualitativa e morale delle classi dirigenti e della loro incapacità di far sopravvivere e prosperare il sogno europeo. Essere “europeisti” significa apertura mentale, conoscenza delle lingue, curiosità per culture e storie diverse. Significa aver viaggiato e sentirsi cittadini del Mondo. Insomma essere parte di una élite di certo culturale, probabilmente anche economica. E’ anche per questo che l’Europeismo non è mai stato un “movimento dal basso” ma un processo verticistico, veicolato dalle classi dirigenti dei partiti quando ancora erano fatte da persone serie, da gente che mandava in Parlamento Europeo Altiero Spinelli o Maurice Duverger, evitando i giochini di marketing politico del “5 circoscrizioni, 5 donne capolista! non importa chi, purché siano carine!”

L’Europeismo non è mai stato un sentimento istintivamente diffuso tra le masse: è esistito e prosperato perché considerato necessario dai vertiti della società e sperare in un risveglio dei popoli – come nei progetti un po’ naif di partiti inesistenti quali Diem25 o Volt – sarebbe illusorio. E oggi ci vorrebbe il coraggio di mettere al centro la riforma delle Istituzioni comunitarie, con in prospettiva un’accelerazione nel processo di integrazione in chiave sociale e democratica per un numero ristretto di Paesi e l’adozione di una vera legge elettorale europea, requisito non negoziabile per la creazione di un effettivo spazio partitico ed elettorale europeo.

La seconda cosa da fare è augurare al Regno Unito ogni bene. Io lo faccio di sicuro… Saranno sempre bizzarri e per conto loro (non è un caso ora lo scontro si sta spostando attorno al possesso di una remota colonia conquistata al tempo della Regina Anna, con il Trattato di Utrecht), ma saranno sempre parte integrante di alcuni dei momenti migliori della storia della Civiltà Europea. E nel fare questo ricordare a noi stessi perché siamo europeisti.

L’Europa non è la troika, i brindisi di Junker, il grigiore dei corridoi di Bruxelles, l’ossessione ragionieristica o la bava alla bocca di qualche populista mediterraneo o centroeuropeo… L’Europa è – con tutti i suoi limiti e difetti – l’unica superpotenza che cerca di tenere assieme politiche sociali, politiche ambientali, democrazia, uguaglianza e tolleranza. Lo fa male, in modo contraddittorio e pasticciato.

Ma i populismi alla Trump o le dittature putiniane o cinesi la odiano proprio per questo: per essere un modello migliore, molto migliore.

In quanto al Regno, non sarà certo un visto da richiedere online a fermarmi ogni volta che avrò voglia di sentirmi “a casa”… E l’addio mi auguro sia dolce, privo di tensioni o rancore… Parafrasando Elvis verrebbe da dire

Leave me tender, leave me sweet, never let me go

Pubblicato in Cose di giornata, Popoli e politiche, Saccenterie e trombonerie | 2 commenti

Noterelle sulla dittatura che (forse) verrà…

Le anime belle del presepe dicono “non date corda a Salvini, non fate il suo gioco”… Le anime belle in Parlamento poi fanno penosi giochini tattici sull’autorizzazione a procedere in base all’idea penosa che “se lo mandiamo a processo faremmo il suo gioco”.
 
Io non condivido per nulla e non taccio. Perché credo che lo Stato di Diritto sia una cosa seria e dunque se si pensa che una legge sia stata infranta, non si rimanda la decisione per ragione tattica ma si difende il principio di legalità repubblicana.
 
Conosco abbastanza la storia per sapere che le dittature prendono potere sulla base di regole che sono sempre quelle:
 
a) un capo pronto a tutto, capace di tutto e senza freni, che cerca di descriversi come emanazione pura del Popolo;
b) una classe dirigente democratica che minimizza, fa finta di niente, non reagisce, aspetta che passi la buriana;
c) la diffusione nella società dell’idea che le istituzioni democratiche non funzionino, si possano burlare, si possano stuzzicare che tanto non reagiranno;
d) una retorica politica ogni giorno più violenta, volta a creare divisione, inventare nemici dove non ci sono, enfatizzare paure, rischi e problemi;
e) una situazione di diffusa fragilità politica, economica e sociale. Non importa quanto vera, l’importante è che sia percepita;
f) il disprezzo per lo Stato di Diritto, con le sue regole, i suoi tempi, le sue procedure, al quale si oppone una veloce, chiara e univoca “volontà del Popolo”, fuori da procedure codificate, prevalente su tutto;
g) una tolleranza crescente verso l’intolleranza verbale prima, fisica poi.
 
Lo scopo politico di Matteo Salvini non è governare il Paese ma prendere il potere per instaurare un regime personale fuori dalla Costituzione e da ogni principio di politica civile e democratica. Vuole instaurare una dittatura che porterà alla repressione delle libertà politiche e civili e alla sofferenza di migliaia, forse decine di migliaia di persone.
 
Probabilmente non sarà una dittatura sanguinaria – solo in piccola parte – ma sarà una dittatura violenta. Perché oggi ci sono modi diversi di esercitare la violenza sugli inermi, come la sceneggiata del citofono di ieri o il pestaggio virtuale al ragazzo dislessico testimoniano.
 
E mi chiedo cosa succederà ancora? temo che ci sarà un giorno non lontano in cui i migranti saranno in ginocchio, costretti a pulire i marciapiedi tra le urla e i lazzi della “brava gente” attorno. Probabilmente in Veneto o in Lombardia, ma chi lo sa, potrebbe accadere pure a Trieste o Monfalcone…
 
E poi ci scapperà il morto, ci saranno violenze, le forze dell’ordine saranno ambigue, funziona sempre così, l’orrore si scatena all’improvviso, grazie a quelli che hanno preferito fingere di non vedere…
Quando cedi la prima volta, quando non reagisci la prima volta non sai dove andrai a finire. Scrivevo un anno fa:

L’Olocausto non fu il delitto di una cricca. Fu un processo per stadi che coinvolse milioni di persone, come complici e come spettatori, costruito sulla convinzione che l’essere umano-medio è tendente all’egoismo, all’assenza di empatia verso i propri simili, alla faciloneria e creduloneria.

L’Olocausto fu una scala e anche noi siamo su una scala, vorrei capire però su quale gradino siamo. E cosa c’è in fondo.

La sceneggiata del citofono di ieri rappresenta un altro scalino sceso. Un momento di violenza oscura con un capopopolo che addita delle persone in casa loro al pubblico disprezzo. Non è diverso dallo scrivere “Juden” con il pennarello. E Salvini rappresenta il più grande pericolo per l’Italia democratica dal 1945. Più grande del principe Borghese e del suo golpe non riuscito, più grande della P2, perché oggi – a differenza di allora – non c’è una società civile vigile e animata da spirito repubblicano, non ci sono grandi partiti democratici ma solo piccoli gruppi immersi in un ipertatticismo politicista senza fine.

Oggi lo sbocco in una dittatura è un evento possibile – non so se probabile, ma possibile sì – perché gli anticorpi sono saltati, i corpi intermedi non esistono più e le forze politiche hanno perso l’ambizione di svolgere una funzione didattica, di guidare il popolo che per sua natura è incapace di fare autonomamente alcunché.

Deve esserci una reazione forte, trasversale – di sinistra, ma anche di destra democratica se esiste – per isolare Salvini ed eliminarlo dalla vita politica con qualsiasi mezzo legale e lecito possa esistere (questo è fondamentale, la battaglia per la Civiltà richiede strumenti civili). Altrimenti – ripeto il concetto – non sapremo dove andremo a finire… Come non lo sapeva Herr Janning nel magnifico “Vincitori e Vinti“.

Quelle persone, tutti quei milioni di persone… non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a tanto, dovete credermi!
– Herr Janning, doveva capirlo la prima volta che condannò a morte un uomo sapendolo innocente…

(Vincitori e Vinti – dialogo finale tra giudice e imputato)

 

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