Degli amori felici e di quelli infranti

Revolver” compie 50 anni. Non mi metterò a scrivere fesserie sull’enorme qualità di quei 35 minuti di musica, su quanto sia stato innovativo, su come segni una cesura con la produzione beatlesiana precedente… e tutto il resto che potrei dire… Non dico nulla perché altri hanno proposto analisi musicologiche certo migliori di quelle che potrei fare io e dunque non ha senso cimentarsi.

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Ma in un album di capolavori assoluti – Eleanor Rigby su tutti – ci sono due tracce che lette assieme formano una storia. Sono Here, There and Everywhere e For No One. Il primo brano lo considero l’archetipo delle eterne illusioni di tutti gli innamorati grulli, mentre il secondo la doccia fredda della realtà…

Io immagino così… Il punto di vista è dell’uomo che – come si conviene – tra i due è il più imbambolato. In Here, There and Everywhere l’amore è appena nato, lui è felice, grazie a lei può “condurre una vita migliore”, perché è solo attraverso l’amore che sente di essere una persona completa, con una vita fatta di sentimenti pieni e condivisione totale.

Tutti questi pensieri positivi gli vengono dopo aver consumato un rapporto sessuale – pare che l’intesa fosse notevole – e lui, languidamente disteso, pensa a tutto il bene che gli sta derivando dalla sua relazione, a quanto sia felice, a come abbia bisogno di lei ogni momento.

Ed è convinto – povera anima – che l’amore in genere e il loro in particolare sia destinato a “non morire mai”. Si, Ciaone!

Alla fine probabilmente lei non ne può più del suo piagnucoloso ed eternamente eccitato morosetto. Probabilmente è stanca di starsene tutto il giorno a letto a farsi accarezzare i capelli, mentre fuori il Mondo continua a girare, vede una ragnatela sul soffitto e pensa che il frigo è vuoto e non si può continuare a vivere nudi, nutrendosi di soli baci e succo di frutta all’albicocca quasi scaduto. E decide di troncare.

Lo fa con un secondo capolavoro – questo meno noto del precedente – la struggente e drammatica For No One. Il povero innamorato viene scaricato ed è un fulmine a ciel sereno, non se lo aspettava. E – anche se il tutto è raccontato a ritmo di una allegra marcetta – la vicenda lascia attonito e infelice chiunque abbia un cuore.

La cosa peggiore nel venir lasciati forse non è la solitudine improvvisa, il vuoto che si apre, quanto la sensazione dolorosissima che la persona amata abbia realizzato che la propria vita potrà continuare anche senza di te. Anzi, che senza di te sarà addirittura migliore. Altro che lo Yin e lo Yang che si completano a vicenda, altro che “knowing that love is to share“…

No, lei decide che lui è ormai qualcosa che non serve più alla sua vita. Forse sono stati bene, ma non si ricorda più ne quando e neppure perché. Probabilmente c’è già un altro all’orizzonte. Un altro con il quale “believe that love never dies“. E quindi appena alzati gli dice – come diceva mia povera nonna – “biel, biel, tant biel, ma cumò vonde!” (per i non friulani: “è stato bello, tanto bello, ma adesso però basta”).

E lui – convinto che tutto stesse andando a gonfie vele – crolla miseramente. Lei è indifferente al suo dolore… Si alza, fa tutto con calma, non trascura nulla, si prepara bene e non ha rimorsi, tanto sa che è finita: She no longer needs you.

Nel lasciarlo ci sono delle lacrime, perché questo è richiesto dall’Etica dell’Abbandono. Ma lui guarda dentro lo specchio dell’anima nascosto dietro la cornea e non vede nulla, non vede amore o dolore. Vede lacrime “versate per nessuno”. Lei se ne va e lui resta in casa da solo. E ripensa a tutte le promesse di “un amore che avrebbe dovuto durare per anni”. E il dolore per se stesso si mescola a quello per lei: sta sbagliando, in quali mani cadrà, che farà ora, senza di me a proteggerla?

Non accetta che lei non sa che farsene di lui. E malgrado glielo abbia detto chiaro e in modo inequivocabile lui non ci crede ancora. Spera in un ripensamento, ma non esistono i ripensamente, al limite esistono le dilazioni.

Queste due piccole storie d’amore, che ho voluto legare assieme, connotano di placida quotidianità un album che amo definire “l’ultimo dei vecchi e il primo dei nuovi”, l’ultimo in bianco e nero. Poi, l’anno dopo, arriverà il Sgt. Pepper. I capelli saranno più lunghi, i colori più sgargianti. Ci sarà la Summer of Love e il mondo sarà pieno di fiori, pace e comprensione universali.

Per un paio d’anni appena, durante i quali si poteva credere che sarebbe stata la musica a cambiare il Mondo. Ma il Mondo non cambia mai, se non in peggio. E i fiori, i colori, le musiche e l’ottimismo saranno spazzati via dai bombardamenti a tappeto sul Vietnam e la Cambogia, che colpiranno non solo quegli sventurati paesi, ma l’anima dell’intero pianeta.

Attonito da tanto sangue, John Lennon invocherà inutilmente di dare “una possibilità alla pace”. Ma non ci saranno chance per nessuno. For No One. E sarà buio, dolore, rancore e morte ovunque. Here, There and Everywhere. 

Marckuck

JS71277316P.S. Non crediate che nel perdermi tra i meandri sentimentali abbia dimenticato la terribile e struggente storia di Eleanor Rigby.

La sua solitudine, il suo cuore pieno di amore che nessuno vuole, la sua vita in mezzo alla gente sola, che spesso non sa di essere sola.

E il suo morire ed essere seppellita senza nessuno a salutarla, con la sua tomba dimenticata. Che quando venne fugacemente inquadrata in Free As a Bird mi commosse fin quasi alle lacrime. Eleanor era esistita ed era morta e anche io ne ero responsabile.

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La mia Francia, il mio Maigret

Tante e tante volte ho scritto che amo la Francia, di un amore profondo, sincero e pregiudiziale, considerato che di quel magnifico Paese non parlo la lingua e non ci ho mai passato più di 3 settimane consecutive. Ma gli amori, quelli veri, non vanno spiegati, altrimenti si stropicciano, vanno vissuti, come e quando si può, godendosi ogni minuto.

La mia è una Francia idealtipica, fatta di villaggi con il ruscello, di vecchietti in basco e bicicletta, pingui signore con la baguette sotto il braccio, castelli delle fiabe, immense cattedrali gotiche e piccole trattorie con il carrello dei formaggi bene in vista.

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E poi la Francia Paese inclusivo, dove quando qualcosa non va la gente scende in piazza, la filosofia è parte integrante di ogni ciclo di studi e esiste una tradizione plurisecolare di accoglienza: anche il co-imperatore bizantino Giovanni VII Paleologo – convinto dello scarso futuro del suo Impero – quando cercava una via di fuga valutò seriamente di trasferirsi in riva alla Senna, proponendo a re Carlo VI l’acquisto dei diritti al trono dei malconci eredi dei Cesari in cambio di una rendita di 25.000 pezzi d’oro e un castello.

Una tradizione di accoglienza codificata nel Preambolo della Costituzione della IV Repubblica – “Ogni uomo perseguitato per la sua azione in favore della libertà ha diritto d’asilo sui territori della Repubblica“- e talmente seria che chiunque lo avesse richiesto ha sempre ottenuto asilo, dai Fratelli Rosselli, a Sandro Pertini fino al tetro e truce Ayatollah Khomeyni. Per dirla con Thomas Jefferson: “ogni sincero democratico ha due Patrie, la propria e la Francia”.

Certo, la mia è una visione romantica ed edulcorata, la Francia è ovviamente anche altro (e talvolta ben di peggio), ma anche io – come Charles de Gaulle – posso dire che “Toute ma vie, je me suis fait une certaine idée de la France”.

Questo vale soprattutto per Parigi. La mia Parigi, quella con i palazzi alti, con i tetti d’ardesia e gli abbaini. I boulevards imperiali e le viuzze dove perdersi, le seggiole in paglia dei bistrot, i corridoi del Louvre, i parchi e il lungosenna con i turisti stesi a riposare al sole. E soprattutto la mia meta “fissa” di ogni visita a Parigi: la Promenade Plantée, una lunga passeggiata tra i tetti e in mezzo al verde, un percorso dolce e protettivo ricavato dalla dismissione di una linea ferroviaria sopraelevata, con la tranquillità e il silenzio mentre la città sotto freme di vita e attivismo.

promenade-planteeLo so, esistono altre Parigi. La Parigi multinazionale e multietnica. La Parigi che guarda il futuro, città cosmopolitica e innovativa. La Parigi delle tensioni e del dolore delle banlieu, dove il francese è seconda lingua, talvolta terza. Insomma la Parigi “vera”, non la mia amata cartolina.

Ma è una Parigi che non mi interessa. Ne riconosco valore e importanza, ma non sono un giornalista tenuto a documentare tutto quanto avviene e non sono uno studioso di sociologia urbana. So che la “mia” Francia e la “mia” Parigi non sono tutta la verità, ma ne sono comunque una parte e io quella guardo e in quella voglio rispecchiarmi. Soprattutto quando avvengono fatti tragici che risvegliano in me la sofferenza per il dolore inflitto e l’amore infinito per la civiltà violata.

Ho quasi 50 anni, ho visto il terrorismo rosso e nero, provato la paura per l’Olocausto Nucleare, sentito il sistema di welfare state scivolarmi via dalle mani, sbattuto il muso contro la Globalizzazione, ho dovuto rialfabetizzarmi per tenere il passo di una rivoluzione informatica e digitale senza fine. E ora mi tocca convivere con l’incubo di esplodere o venire pugnalato da qualche esaltato intossicato da una lettura poco attenta di uno dei tanti Libri Sacri che l’Umanità inventa di tanto in tanto solo per il gusto di trovare modi nuovi per peggiorarsi la vita.

Ho bisogno di tirare il fiato, di girare la testa, almeno un po’, almeno ogni tanto. E quindi scusatemi se mi rifugio nella “mia” Francia, nella “mia” Parigi e magari inizio a leggere un nuovo Maigret…

Era un maggio eccezionale, come ne capitano due o tre nella vita, di quelli che hanno la luminosità, il sapore, il profumo dei ricordi d’infanzia. Maigret lo definiva un maggio «da cantico», perché gli ricordava la prima comunione e insieme la primavera del suo primo anno a Parigi, quando tutto per lui era nuovo è meraviglioso.

Per strada, sull’autobus, in ufficio gli succedeva di bloccarsi d’improvviso, colpito da un suono lontano, da una ventata d’aria tiepida, dalla macchia chiara di una camicetta che lo riportavano indietro di venti o trent’anni.

Il giorno precedente, mentre si preparavano per andare a cena con i Pardon, la moglie perché sto quasi arrossendo:«Non faccio ridere, alla mia età, con un vestito a fiori?». Quella sera i loro amici avevano introdotto una novità. Anziché invitarli a casa, li avevano portati in un ristorantino di boulevard du Montparnasse, dove avevano cenato all’aperto.

Ecco, mi pare di vederla la Signora Maigret, con il suo vestito a fiori, verso la metà degli anni ’50. Con poche auto in strada, un po’ di umido nell’aria, il cielo grigio perché forse pioverà e – se mi concentro bene – riesco quasi a vedere il vecchietto con il basco e la bicicletta, con la baguette sotto il braccio…

PS. Post scritto in reverente e commosso ricordo della Piccola sotto il telo e della sua bambola abbandonata sul selciato, a due passi dalla dolcezza della spiaggia di Nizza.

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Il No al referendum e le sofferenze di un Democratico

Qualche giorno fa ho preso la parola nella Direzione Regionale del PD del Friuli Venezia Giulia – della quale, indegno come sono, faccio parte – per spiegare perché voterò NO al Referendum Costituzionale, andando contro la linea ufficiale del partito al quale convintamente appartengo. Non è stato per me un momento facile, questo è quello che ho detto:

“Per la prima volta mi presento con un intervento scritto, ma quanto devo dire mi è fonte di particolare sofferenza, dato che – in oltre 20 anni di militanza – sempre forte è stato in me il richiamo all’unità del partito, alla lealtà verso le nostre scelte, così come la voglia di far prevalere le ragioni del sentirmi parte, dello stare insieme, anche quando l’istinto o la pulsione del momento avrebbero indotto scelte diverse.

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Ci è chiesto impegno in vista del referendum d’autunno e io impegno lo sto garantendo, ma a malincuore a favore del NO e ne spiego in estrema sintesi le ragioni. Non mi soffermerò su aspetti di natura giuridica, per questi rimando al documento firmato – tra gli altri – da ben 11 ex presidenti di Corte Costituzionale. Preferisco in questi pochi minuti sottolineare le ragioni essenzialmente politiche, interne ed esterne al partito.

Innanzitutto, perché sento i valori della Costituzione come prevalenti sulle strategie di un partito o sul bisogno di sopravvivenza di una classe dirigente, ma soprattutto perché i contenuti di questa riforma non sono mai stati discussi con la cittadinanza o tra noi… Non erano previsti nel programma elettorale 2013 e neppure nella scarna mozione congressuale di Matteo Renzi. Una riforma uscita dal cilindro che avrebbe potuto comunque diventare patrimonio unitario se solo si fosse voluto sanare il gap di democraticità, partendo da noi e rafforzando la condivisione dei contenuti e dei fini attraverso il ricorso a forme di consultazione tra gli iscritti – come pure previsto dallo Statuto – ma non si è mai, neppure in minima parte, ritenuto di attenuare la verticalità dell’intero processo. Lo stesso vale per il contesto regionale. La Costituzione viene cambiata anche in parti che potrebbero alterare la nostra autonomia eppure neanche una volta in 2 anni, la Direzione o l’Assemblea sono state chiamate per esprimere un parere o dare una qualche indicazione ai nostri parlamentari.

E dunque, per quale altra ragione che non sia il mero spirito di fazione dovrei sentire “mia” una riforma della quale non condivido il percorso, lo spirito, le finalità e nella quale – come cittadino e iscritto al partito – non sono mai stato coinvolto in nessun momento?

Conosco perfettamente tutta la retorica del SI – o del SignorSI – sull’ineluttabilità della riforma, sul contesto, sui rischi della non approvazione e tutto il corollario allarmistico e strumentale messo in piedi – spesso con caotici taglia-incolla di citazioni di statisti morti, mancando la fantasia per crearne di nuove – ma non riesco a convincermi… Bisognava fare di più per ascoltare le voci del dissenso nella nostra comunità e per quanto possibile farsene carico. Molti di noi – io per primo – non chiedevano di meglio che un gancio, anche piccolo per dire SI e riconciliare coscienza e appartenenza. Non lo si è voluto fare, si è preferita l’ostentazione muscolare e ora se ne paghi il prezzo.

Ma sono contrario alla riforma anche per profonde ragioni politiche. Innanzi tutto, l’idea di democrazia. Se leggiamo il testo emerge infatti che:

(1) il Senato non sarà più eletto dai cittadini ma nominato dai partiti nei consigli regionali; (2) il monopolio dell’indirizzo politico apparterrà a una Camera eletta con legge fortemente distorsiva del rapporto voti espressi/seggi ottenuti; (3) le firme necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare vengono triplicate; (4) dal 7° scrutinio il presidente della Repubblica potrà essere eletto da una minoranza dei membri del Parlamento; (5) viene abolito il CNEL che – per quanto inadeguato – rappresentava il principio di un maggiore coinvolgimento dei corpi intermedi nelle scelte di carattere economico; (6) vengono abolite le Province, organo a legittimazione popolare diretta presenti nel nostro ordinamento dal 1848; (7) vengono ridotte le materie di competenza legislativa regionale in favore del centralismo statale; (8) le materie residue possono essere sottratte alle regioni su richiesta del governo e voto favorevole della Camera dei Deputati, senza neppure un parere dell’effimero Senato delle Regioni.

Nulla di questo, preso singolarmente, è totalmente errato. Ma lo è l’impianto complessivo, la lettura “ideologica” che emerge: ogni volta che ci si è trovati al bivio tra valorizzazione del pluralismo e della partecipazione da un lato e il rafforzamento del decisionismo verticistico dall’altro, si è scelta questa seconda strada. La visione politica che si cela dietro la riforma è claustrofobica. Si sostituisce un modello di democrazia certo più lento, più complicato, ma più plurale, legato alla partecipazione e alla vitalità dei corpi intermedi con un’altra idea, meramente elettorale, più scarna, poco esigente.

La sovranità continua ad appartenere al popolo, ma è esercitata una sola volta ogni cinque anni per eleggere un Capo. E’ la resa culturale e politica a una idea di società tutta verticista, a un tempo pigra e elitaria. Si finge di essere moderni, ma è solo un ritorno alle prassi del liberalismo censitario dell’800.

La seconda ragione politica del mio NO nasce dalla consapevolezza che le Costituzioni non sono solo testi giuridici, ma “patti politici” tra diversi e solo se altamente consensuali sono pienamente vitali sul lungo periodo. Da almeno 15 anni – invece – ogni maggioranza politica ha imposto la propria idea di Costituzione. Nel 2001 fu il Centrosinistra a approvare con ristretto margine la riforma del Titolo V che oggi si vuole smontare. Nel 2006 fu il Centrodestra e grazie alla saggezza del popolo italiano quella riforma fu bocciata. Oggi siamo noi, che presentiamo agli elettori non un testo nobile e condiviso, ma un pasticcio approvato a furia di trucchi procedurali, risse e ricatti, in un clima in cui tutti – governo e opposizione – hanno dato il peggio di sé.

Il testo che si vuole approvare non sarà vitale perché non è condiviso. E spero che il referendum fallisca perché con esso – forse – fallirà definitivamente l’idea che la Costituzione sia solo una delle tante leggi a disposizione del leaderino di turno. Così come la scuola e l’università, stravolte a ogni giro di valzer ministeriale; le norme sul lavoro, cambiate da cima a fondo almeno 4 volte in 20 anni; il sistema pensionistico, costantemente sotto stress dai tempi del governo Dini… Un continuo riformismo nevrotico, senza implementazione, valutazione, stabilità, continuità.

E risparmiamo la cantilena de “la I Parte non è toccata”. Sarà toccata domani, quando chi governerà saprà di non essere più il Custode, ma un padrone e la Costituzione avrà perso ogni parvenza di sacralità. E quindi, davvero al Paese serve una Costituzione – per citare il presidente Scalfaro – “costantemente tenuta in bilico sul cestino della carta straccia”?

Chiudo sottolineando come la mia contrarietà nasca anche da questioni interne alla nostra comunità. Dietro la riforma c’è infatti – rivendicata varie volte – la volontà di far nascere un nuovo partito, più in linea con il pensiero dominante. Un partito privo di legami non solo ideologici, ma ideali con le grandi tradizioni culturali e politiche novecentesche che hanno dato vita al PD. Un partito di Vassalli, Valvassori e Valvassini.

In quel partito non può esserci spazio per gli spiriti liberi come me. E – per quanto io non sia particolarmente intelligente – lo sono abbastanza da non giocare a fare il capretto (o il caprone) che bussa alla porta del cuoco per ricordargli che Pasqua sta arrivando…”

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La primavera delle illusioni perdute

IMG_4593Nelle ultime settimane ho approfondito il tema dei Cento Giorni, grazie a due testi diversi ma per certi versi complementari: “500 giorni. Napoleone dall’Elba a Sant’Elena” di Luigi Mascilli Migliorini [Laterza, 2016] e “I Cento Giorni. O lo spirito di sacrificio” di Dominique de Villepin [Edizioni dell’Altana, 2005].

Quello dei Cento Giorni è un periodo storico che nelle biografie di Napoleone non è mai particolarmente approfondito. Il più delle volte, si passa direttamente dall’Epopea del Ritorno, quando  Napoleone si riprese il trono, sbarcando con un pugno di uomini in Provenza e risalendo a piedi verso Parigi  (la celebre “invasione della Francia da parte di un uomo solo” come scrisse efficacemente Chateubriand) alla fosca tragedia di Waterloo. Quasi che i 2 mesi nel mezzo siano solo un inutile intermezzo. E invece, c’è già tutto lì, come i due testi che ho citato dimostrano.

L’opera di Mascilli Migliorini copre in realtà un percorso più vasto, prendendo l’avvio dagli intrighi che hanno portato Napoleone a diventare “Re dell’Elba” e terminando con gli intrighi che hanno condotto il generale Bonaparte al definitivo esilio di Sant’Elena. Si tratta di un lavoro introduttivo, ma elegante, come lecito attendersi da un autore di riconosciuto prestigio accademico e scientifico non solo in Italia ma anche – cosa meno scontata – in Francia.

In Mascilli Migliorini si trova una cronaca fedele di quei giorni, con un focus più attento su alcuni punti essenziali: il frenetico attivismo durante il “regno” all’Elba, l’entusiasmo del ritorno, la riforma costituzionale dell’Atto Addizionale, il disastro e gli inganni che condussero l’ex imperatore in un isola meno tetra e inospitale di quanto la Retorica della Sofferenza avrebbe poi fatto credere. Mascilli Migliorini descrive bene un clima oscillante tra l’attesa e la rassegnazione, soprattutto a Parigi, una città che nell’arco di appena 25 anni aveva visto in rapida successione: la Monarchia Assoluta, la Monarchia Costituzionale, il Terrore, il Direttorio, la dittatura napoleonica, l’Impero e la Restaurazione. Troppa roba, per una generazione sola. E così, con un certo fatalismo, come racconta Mascilli Migliorini:

“Sui boulevards, nelle prime ore del pomeriggio, i commercianti cominciano a rigirare o staccare le loro vecchie insegne: le api e le aquile riprendono il posto dei gigli borbonici. Ma tutto avviene senza fracasso, senza fretta, quasi si trattasse di mettere a posto qualcosa che è stato messo in disordine. Allo stesso modo le Tuileries, dove, nel palazzo semideserto, c’è chi provvede con discrezione a togliere dalle pareti i ritratti dei membri della famiglia reale, mentre in un altro luogo del potere, il Palais Royal, si pensa di esporre un busto di Imperatore.

Anche de Villepin è una lettura assai godibile. Non essendo un accademico, si può prendere libertà di analisi e di pettegolezzo maggiori di quelle di Mascilli Migliorini e non si tira indietro. Pregevolissima soprattutto la ricostruzione del sottobosco politico, che l’allora segretario generale della presidenza della Repubblica e futuro Primo Ministro può capire forse meglio di chiunque altro, così attenta che talvolta Napoleone sembra quasi essere un “attore non protagonista” di un dramma che lo riguarda solo in parte.

E’ dall’incrocio delle due letture che si capisce meglio perché i Cento Giorni avevano una trama tutto sommato scontata, quasi inevitabile. Napoleone sbarca nel sud della Francia senza un vero piano, sorretto più da sensazioni e istinto che da freddo raziocinio. Oltre ogni aspettativa, il semplice popolo della Francia periferica lo accoglie con gioia e l’arrivo a Parigi è una cavalcata trionfale.

A Parigi però il clima cambia. L’entusiasmo vero scarseggia (tranne che tra i veterani presi a pesci in faccia dall’ottuso governo della Restaurazione), molti notabili si defilano e formare un governo si rivela un’impresa difficilissima: il fidatissimo Caulaincourt agli Esteri, il tremebondo Cambaceres alla Giustizia e l’ex membro del Comitato di Salute Pubblica Lazare Carnot agli interni. Ma la figura chiave del nuovo ministero era l’orrido Fouché, che Napoleone stesso non sapeva decidersi se meritasse il patibolo o le chiavi di casa. La scelta era comunque astuta: tutti e quattro i nomi citati avrebbero dovuto avere le loro ragioni per temere un nuovo rientro dei Borboni: Cambaceres, Carnot e Fouché furono tra i convenzionali che votarono a favore della condanna a morte di Luigi XVI, mentre Caulaincourt fu tra gli esecutori del rapimento del Duca d’Enghien, cugino del Re, prelevato in Germania nel marzo 1804, processato non si sa bene per cosa e fucilato il giorno stesso. Ma Napoleone aveva trascurato il cinismo di alcuni dei suoi ministri (Fouché in testa) e dello stesso Luigi XVIII, uomo pavido ma scaltro, che non esitò a promettere mari e monti a quanti avevano sostenuto “l’Usurpatore” pur di ritornare su quel trono che aveva abbandonato “fuggendo di notte, perdendo le pantofole” come disse l’Imperatore.

Attorno all’Imperatore redivivo va in scena dunque un melodramma politico. Napoleone viene invischiato in interminabili diatribe costituzionali legate alla composizione della nuova Camera Alta (elettiva? nominata? ereditaria?), tenuto sotto scacco dalla nobile pedanteria di Benjamin Constant che cercava di costruire Westminster sulla Senna. Si tengono le elezioni per la Camera dei Deputati e questa finirà per rivelarsi un fritto misto di legittimisti, orleanisti, repubblicani, convenzionali, mentre il solo ingrediente che manca sono i bonapartisti, gli unici che sarebbero serviti per dare un senso al Grande Ritorno. E poi il plebiscito, vinto in modo mediocre e celebrato con la commedia del “Campo di Maggio”, in una giornata interminabile, “piena di vento, di polvere, di calore e di noia”.

E fu proprio al Campo di Maggio che Napoleone compì uno degli errori cruciali dei “Cento Giorni”, un errore di comunicazione, diremmo oggi, quando a un popolo che attendeva rassicurazione sulla natura liberale del regime e bramava solo di rivedere il cappotto grigio e il tricorno si presentò un sovrano con il tocco di velluto nero e le piume bianche, il giustacuore cremisi, il mantello ricamato, il taffettà e le calze di seta. Per dirla con un testimone “speravamo di vedere Napoleone e invece ci trovammo davanti il Re di Quadri”.

51_ Napoleon on the ___Champ du Mai____ 1815E questo Re di Quadri immusonito, circondato dai suoi detestati fratelli e da tutta una parata di prelati e alti funzionari in seta e spadino è l’opposto di quello che si aspettava il popolo francese, che anelava solo a pace, stabilità e prosperità. La distribuzione delle aquile alla riformata Grande Armée rese evidente quello che l’élite aveva già capito e il popolo temuto: la guerra era alle porte.

Una guerra il cui esito era scritto. Come disse – con cinica lungimiranza – Fouché “ci sarà una guerra, l’Imperatore vincerà una battaglia o due e perderà la terza”. Più che profetico: Ligny – Quatre Bras – Waterloo. Vittoria, vittorietta, sconfitta. E quindi attorno all’Imperatore, al suo attivismo, alle sue speranze si creò un crescente senso di disincanto, una fatalistica attesa della fine, un “non far nulla che tanto non serve”, cercando tutti di pensare “al dopo”. A quando cioè il glorioso ritorno sarebbe finito in una inevitabile nuova abdicazione.

Ai circa 800.000 soldati nemici schierati su 3 fronti diversi, la Francia poteva opporne appena 240/250.000, in gran parte reclute, sparsi su tutto il territorio nazionale e di dubbia fedeltà al nuovo regime. E a guidarli un sovrano incerto, senza più l’ossatura di straordinari “professionisti della violenza” che avevano fatto l’Impero: Berthier, volato da un balcone appena pochi giorni prima; Murat la cui spada era stata rifiutata e che era andato a schiantarsi contro l’esercito austriaco a Tolentino poche settimane dopo il ritorno di Napoleone; Davout, relegato al ministero a girare carte, per non far ombra all’Imperatore. Certo, c’era Ney, l’idolo dell’esercito, il più prode tra i prodi. Ma stanco, con la mente lenta e confusa, eccitabile e inaffidabile. L’uomo peggiore da mettere a capo dell’Armata del Nord, come Waterloo dimostrerà.

E così i Cento Giorni scorrono a tratti lenti, a tratti veloci, in un continuo alternarsi di intrighi, imbrogli, menzogne, tradimenti e illusioni alle spalle di un uomo stanco e indeciso. Un delizioso political drama se solo non fosse per i 128.000 caduti di almeno 9 nazionalità diverse che hanno trasformato il tutto in tragedia.

Alla fine le cose andranno come sappiamo tutti. L’Aquila verrà messa in gabbia e spedita lontano e a Parigi sarà il tempo delle faine. In questo Fouché si rivelerà il più bravo, perfetto a tranquilizzare i giacobini, fingersi liberale con gli orleanisti, fedele all’Impero con i bonapartisti e nel frattempo negoziante con i legittimisti. Incerto tra una reggenza in nome di Napoleone II, un trasferimento della sovranità al duca di Orleans o una nuova Restaurazione. Un gioco delle tre carte politico che metterà nel sacco tutti. Tutti meno uno, Luigi XVIII che fingerà di accettare i suoi servizi per tornare sul trono e poi si libererà della faina, destinata a morire povera e sola a Trieste, appena 5 anni dopo…

E la parte dell’intrigo politico descritta da de Villepin è magnifica e – secondo le recensioni che ho letto – piena di sottili riferimenti al contesto francese contemporaneo. Sottili riferimenti che io non sono in grado di cogliere e per questo non posso che rammaricarmene. Ma felice quel Paese in cui i leader si mandano messaggi attraverso i libri di storia, non tramite Twitter.

 

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Wimbledon sotto assedio

E’ il primo anno che attendo l’inizio di Wimbledon non con la solita trepidazione, ma con malinconia, non solo per le limitatissime chance che il mio idolo ha di portare a casa l’ottava coppa del Graal ma anche perché ho come la sensazione che quei campi perfetti, quel verde impeccabile, quella sobria eleganza siano una specie di fortino assediato dalle passioni irrazionali e violente esplose tutto attorno alle siepi di edera e ai muri di mattoni.

Wimbledon, per quello che rappresenta, per come è organizzato e gestito, per come viene condotto è la perfetta, iconica rappresentazione di quell’Inghilterra che tanto amo e che forse non esiste se non nei miei sogni di italiano di provincia, cresciuto con miti lontani e irraggiungibili. Quel perfetto mix di establishment, conservazione e innovazione che ha reso l’Inghilterra (più che il Regno Unito) un modello inimitabile, da amare incondizionatamente o quasi altrettanto incondizionatamente detestare, ma certo mai ignorare.

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Quello che ha reso grande Wimbledon è stata la sua capacità di essere sempre e contemporaneamente così “classico” eppure così aperto al futuro. E’ stato – ad esempio – il primo torneo dello Slam ad avere sul centrale un tetto richiudibile, per andare incontro alle esigenze della programmazione televisiva, così come ha saputo trasformare la propria erba in una sorta di terra battuta, al fine di rendere il torneo nei fatti meno tecnico, ma nell’aspetto uguale a sempre… Il Royal Box poi, viene mantenuto, ma da qualche anno non c’è più l’usanza dell’inchino, tranne quando è presente la Regina (che detesta il tennis e dunque praticamente mai). Insomma, si cambia ma senza dirlo, sottovoce, con sobrietà.

E’ stato questo il segreto della grandezza britannica e delle sue élite, mai particolarmente geniali o creative, ma sempre solide, capaci di interpretare al meglio ciò che fosse conveniente per il loro Paese: cambiare, anche profondamente, salvaguardando però l’involucro, la forma, la tradizione… Carlo I Stuart non va bene? Gli tagliamo la testa ma poi, dopo un po’ di anni, chiamiamo sul trono suo figlio, Carlo II… E anche se è ancora la Regina, con la corona sulla testa, a leggere il programma per l’apertura della sessione parlamentare, è dai tempi di Pitt il Vecchio che quel discorso lo scrive il primo ministro. Ma si finge comunque che tutto avvenga “with Her Majesty’s Pleasure”.

Che ne è stato di quella lungimiranza? Di quella compostezza? Di quell’innovare sempre, rinnegando mai? Cosa diavolo hanno combinato gli inglesi, così sensati e “perbene”? Questo Cameron, ad esempio, che più establishment non si potrebbe: gentry di origine, studi a Oxford, parenti nella City, esperienza nel centro-studi dei Tories. Eppure, guarda lì, che disastro! Prima un referendum sul sistema elettorale (tanto per smontare 3 secoli di bipartitismo), poi il referendum sulla secessione scozzese (tanto per sfasciare il Regno) e ora il disastro Brexit. E questo per non parlare dell’inutile Corbyn o dei parolai come Farange e Johnson, che ora oscillano tra esaltazione e pentimento.

L’Inghilterra rischia di non essere più tale. Un Paese che fu spavaldo e lungimirante ora rischia di rinchiudersi in se stesso, spaventato e incerto sul da farsi. E quindi anche se i prati di Wimbledon sono perfetti, magnifici come sempre. Anche se i giocatori sono vestiti di bianco, come sempre. Anche se il pubblico è composto e sportivo come sempre, questo torneo non è “come sempre”.

E allora guardiamolo con nostalgia e paura questo Wimbledon, il primo “extracomunitario” da 43 anni a questa parte. Paura che anche il perfetto fortino viola e verde possa cadere sotto il peso di una Modernità sempre più egoista, rissosa, chiusa e spaventata. Che ogni punto fermo traballi fino a cadere. E che – come negli incubi peggiori – possa pure esistere un domani senza campi in erba, fragole con panna (pessime) e una Regina a Windsor.

P.S. questo post è rispettosamente dedicato alla memoria dell’onorevole Jo Cox, deputata del West Yorkshire, donna coraggiosa e perbene, vittima di questo mondo di lunatici armati fino ai denti nel quale a noi tutti tocca vivere.

 

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Sovrana solitudine

145835278-7bffbbd3-40dd-4c7c-8468-8de948d029a3Nello sfascio pensavo alla povera Elisabetta, così composta, così educata, così consapevole. A Elisabetta che quando morì suo padre, Giorgio VI, si prese un ceffone dalla nonna Mary che le disse “piangerai dopo, ricordati che da oggi tu hai solo doveri!”
 
E pensavo che ha iniziato a regnare incontrando all’udienza del martedì il primo ministro Winston Churchill, con la sua saggezza e lealtà istituzionale. E poi tutti gli altri. Un gentiluomo come Harold McMillan, un conte scozzese come Lord Home, il cui titolo risaliva agli Stuart. E poi cortesi, onesti e preparati marxisti come Harold Wilson o James Callaghan. Quindi l’inizio della fine: il fanatico liberismo bottegaio di Margareth Thatcher, la boria di Tony Blair, la superficialità di Cameron e – da ottobre – la volgarità populista di Boris Johnson, uomo incomprensibile, di indubbia cultura che reintroduce il latino a scuola e poi si lancia in frasi omofobe, islamofobe o xenofobe.
 
Forse in Europa nessuno meglio di lei può testimoniare il crollo verticale della qualità nelle classi politiche non solo britanniche ma continentali (perché diciamocelo, Hollande non è Mitterand, la Merkel non è Adenauer o Kohl, Renzi non è De Gasperi, Moro e neppure Fanfani). E mi piacerebbe sapere che cosa pensa. Ma non lo saprò mai, perché Elisabetta non parla, non rilascia interviste, non si toglie “sassolini dalla scarpa”, non fa battute sceme, non twitta cagate che poi deve smentire. Parla solo quando è opportuno e pesando le parole, come qualche giorno fa quando ha dichiarato “tutti siano consapevoli degli enormi benefici che si realizzano quando la gente si unisce per un obiettivo comune”.
 
Una frase chiara. Ma inutile in questi tempi in cui qualsiasi politicante da strada pensa di poter parlare su tutto più volte al giorno, nulla dura più di venti minuti e le galline starnazzano nelle arie rarefatte laddove le aquile sole facevano il nido…
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La Costituzione di Eärendil

Affinché non vi siano fraintendimenti, anche se da tutta la mattina sugli schermi televisivi vediamo una maschia ostentazione dell’Italica Forza, il 2 giugno non è la festa delle Forze Armate bensì quella della Repubblica, voluta dagli italiani che con libero voto decisero di chiudere l’esperienza monarchica e iniziare una fase nuova nella nostra storia nazionale unitaria.

L’esito del referendum non era scontato e – soprattutto – ogni giorno che passava, allontanandosi il ricordo della guerra e ritrovando un po’ della perduta routine quotidiana, il popolo italiano si ritrovava un po’ più monarchico. Al punto che non è fuori luogo immaginare una vittoria della Monarchia, se si fosse votato appena un paio d’anni dopo. Infatti, non è un caso se Umberto II cercò di procrastinare il voto con motivazioni varie, consapevole appunto che l’inerzia giocava a suo favore.

giugno1946-06Umberto era fondamentalmente una brava persona. Un “bravo giovine” come diceva Nenni. Un uomo cortese e gradevole che sarebbe stato un perfetto re da rappresentanza, solo che quelli non erano tempi da rappresentanza. Erano anni di fango e di acciaio, e Umberto pagò il conto degli errori del padre Vittorio Emanuele. Andò a votare, ma mise scheda bianca nell’urna perché “votare per sé non è sportivo”. Il referendum lo perse 54 a 46 e per una decina di giorni dal Trono si levarono lamentele, accuse di brogli, cavillismi ma alla fine il buon senso prevalse e con il senno di poi possiamo dirlo: forse qualche scheda elettorale fu imboscata in fondo a un cassetto, ma a ben vedere l’uscita di scena dei Savoia dalla politica italiana fu certo meno traumatica di quella dei Borbone dalla Francia o dei Romanov dalla Russia. Perché noi italiani abbiamo tanti difetti, ma certo il feticismo per il sangue versato non è tra questi…

Schermata 2016-06-01 alle 13.09.02Il 2 giugno 1946 iniziò anche il percorso dell’Assemblea Costituente, che scrisse la Costituzione in vigore dal 1° gennaio 1948. Qualche settimana fa la ministra Boschi – con la consueta buonagrazia – disse che la riforma che porta il suo nome avrebbe “posto fine agli errori di 70 anni fa”. Gli errori. Povera Boschi, quali errori?

Quello che la ministra non sa o non capisce è che le Costituzioni non sono soltanto testi giuridici quanto, soprattutto, patti politici. Sono il modo attraverso il quale le élite di un Paese decidono come definire e gestire le regole di competizione democratica, i principi etici e filosofici del sistema nonché le modalità di regolazione dei rapporti sociali. E il “patto politico” in filigrana all’accordo del 1946 era chiaro: pacificazione nazionale evitando una guerra civile (cosa mica scontata, visto quello che accadde in Grecia nello stesso periodo) e ricostruzione del Paese su basi diverse da quelle dell’Italia liberale o fascista, favorendo una maggiore giustizia sociale e un più equilibrato progresso economico.

Insomma una Costituzione “perimetro” di un’idea d’Italia ampiamente condivisa. Una Costituzione “fatta per unire” per citare il bel libro di Enzo Cheli di alcuni anni fa, patrimonio comune anche negli scontri più duri (e infatti quando nel 1947 la Guerra Fredda iniziò pure in Italia, le sinistre non pensarono minimamente di chiamarsi fuori dalla scrittura del testo) e un costante punto di riferimento come la Tolkeniana “Luce di Eärendil” che «splenderà ancor più luminosa, quando sarai immerso nella notte, ove tutte le altre luci si spegnessero!».

Dentro questo disegno unitario rientrava anche la forma di governo “debole” adottata dai Costituenti ma – ministra Boschi – non fu un “errore”, bensì una scelta consapevole. Che certo, oggi si può decidere di modificare, perché la Costituzione non è una reliquia chiusa in una teca, purché non si perda di vista la sua finalità di fondo: quella di essere un “patto” tra diversi, tutti parimenti concordi sulle regole del gioco.

E’ per questa ragione che – al di la del dispositivo giuridico contenuto – è opportuno che la riforma in discussione venga bocciata. Perché è frutto non di un patto, ma di una violenta imposizione della maggioranza, come già la riforma del 2001 e quella del 2006. Questo vogliamo? Che un documento politico nato per unire il Paese possa essere stravolto ogni 5 anni? Davvero vogliamo che la Costituzione diventi una legge come le altre, ad esclusiva disposizione della maggioranza parlamentare pro tempore?

Alcuni tra i (pochi) validi costituzionalisti impegnati sul fronte del SI danno una lettura tutta tecnicista della riforma e si soffermano – talvolta brillantemente, altre volte meno – su questo o quell’aspetto di dettaglio. Ma non affrontano mai il punto cruciale: il passaggio da una democrazia pluralista, partecipativa e dei corpi intermedi ad una meramente elettoralistica e leaderistica, con il corpo elettorale chiamato a pronunciarsi con il voto una volta ogni 5 anni. Un cambiamento “genetico” che per poter funzionare dovrebbe essere vissuto come una scelta consapevole e concorde da parte di larga parte delle forze politiche, ma così non è: nei fatti questa è la riforma di una parte del PD e dei suoi alleati di centrodestra e approvata grazie al controllo delle Camere conseguito tramite un premio di maggioranza incostituzionale (secondo la Consulta) e sulla base del consenso elettorale ottenuto presentando all’elettorato un programma che di questa riforma non faceva minimo cenno.

Ora, tutto può essere e tutto può accadere, ma non si venga a raccontare che il percorso con il quale la nuova Costituzione è stata scritta abbia qualcosa a che fare con il luminoso biennio 1946-1948. La Costituzione quale “patto condiviso” semplicemente non esiste più, al suo posto uno straccetto di procedure istituzionali imposto da Tizio a Caio e valido fino a quando non arriverà Sempronio a rovesciare nuovamente il tavolo.

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