Il linguaggio dei cerchietti per capelli

Scrive sul proprio profilo Instagram Stefanos Tsitsipas: “quando indossi un vestito, immediatamente indossi un personaggio. I vestiti sono aggettivi, sono indicatori”.

Qualche giorno fa, ho fatto un commento sarcastico sul look televisivo delle Sardine e mi è arrivata una grandinata di commenti, essenzialmente negativi. Quindi ritorno sul punto e chiarisco il mio pensiero.

Per sintesi, considerate pagato il prezzo dell’obbligatorio incipit grondante gratitudine e tutto il resto: penso che le Sardine siano un fenomeno positivo, penso che i principi che li animano siano condivisibili e penso che se riusciranno a non farsi stritolare, inghiottire e risputare fuori dall’anaconda partitica sarà un miracolo, ma è un miracolo da invocare.

Detto questo, la frase incriminata è stata: “andiamo avanti a felpe, cerchietti e peli del petto in vista?” E da questo due tipi di reazione, che definirei “paternalistico-giovanilista” e “sostanzialistica”.

La risposta “paternalistico-giovanilista” dice – essenzialmente – “ma sono giovani, sono belli, sono freschi si vestano come vogliono!” trascurando che 1) non sono dei bambini (Mattia Santori ha 33 anni, l’acne adolescenziale è ormai alle spalle); 2) che l’accondiscendenza aprioristica è un modo – magari involontario e inconsapevole – per non prendere sul serio quello che viene detto e viene fatto… Sono tutti belli i bambini che recitano “La cavallina storna” in piedi su una sedia incespicandosi sulle parole e alla fine vengono applauditi con simpatia, ma nessuno pensa siano dei minuscoli Laurence Olivier… non facciamo lo stesso errore e prendiamo le Sardine sul serio, senza aprioristiche valutazioni (buone o cattive) basate sul certificato di nascita!

La seconda reazione – la “sostanzialistica” – si basa sul “non importa come lo vestono ma cosa dicono”. Questo è un concetto pernicioso perché apparentemente inattaccabile, ma che nei fatti trascura un aspetto fondamentale: la comunicazione non è solo quello che dici, ma come lo si dice e in quale contesto.

Se le  Sardine nascono anche con la finalità di ripulire la comunicazione politica dagli elementi di barbarie e volgarità nei quali sguazziamo da troppi anni ridare dignità al dibattito pubblico passa anche per la necessaria dose di aplomb, per una immagine adeguata, che non può prescindere da una giacca pulita, capelli lavati e barba curata.

Nel momento in cui io mi rivolgo alle altre persone, anche come mi acconcio manifesta il livello di rispetto che nutro verso di loro. E’ per questa ragione che non sono mai andato a fare gli esami all’Università senza giacca (che al limite dopo un po’ toglievo chiedendo pubblicamente scusa, perché le scuse sottolineavano la consapevolezza di tenere un comportamento non perfetto) e – anche a luglio – durante le discussioni di tesi, sotto la toga nera e pesante c’era la cravatta.

Le Istituzioni – diceva Bagehot – per funzionare devono avere una parte “dignitosa” e una parte “efficiente”. La dignità serve ad attribuire autorevolezza, credibilità, forza a una voce tra mille voci. Se lo “svacco” fosse una virtù democratica, la pacca sulle spalle (prodromica a quella sul culo) un segno di uguaglianza sociale e l’aggettivare sbarazzino indice di pensiero innovativo, allora Matteo Salvini sarebbe in nostro Nelson Mandela! Ma non è così: bisognerebbe parlare poco, di quello che si conosce, in contesti scelti non a caso e presentandosi in modo autorevole. Perché il nostro Paese non ha bisogno di cicaleggio politico, ma di serietà nell’analisi dei problemi e nella individuazione delle soluzioni (e devo dire che diversi interventi delle Sardine vanno in questa direzione).

E’ per questa ragione che i grandi leader politici della I Repubblica centellinavano le interviste: se Craxi o Berlinguer o Andreotti parlavano era perché avevano qualcosa da dire e la rottura del silenzio portava inevitabilmente a una attenzione e una valutazione analitica di quanto detto che oggi non immaginiamo neppure, con tutti questi leaderini che zampettano da un talk-show all’altro, che ostentano le maniglie dell’amore in spiaggia, che giocano a fare Fonzie, che “parlano come mangiano” (e mangiano essenzialmente junk food).

Mi verrebbe da ricordare che per vedere Maximilien Robespierre con la parrucca in disordine e l’abito macchiato fu necessario fracassargli la mandibola a pistolettate, ma invece – visto che siamo ancora nel mese di Sanremo – anticipo un’obiezione che mi potrebbe venire fatta con i versi di una splendida canzone di 30 anni fa, Spalle al Muro, portata all’Ariston da Renato Zero:

Vecchio sì
E sei tagliato fuori
Tu e le tue convinzioni
Le nuove son migliori
Le tue non vanno più
Ragione non hai più…

Vecchio probabilmente, tagliato fuori forse, che le mie convinzioni non vadano più questo è sicuro, ma che le nuove siano migliori questo è tutto da vedere…

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Don’t leave me this way…

Il mio debito verso la cultura e il mondo anglosassone è praticamente inestinguibile, ma questo non deve ottenebrarmi nel giudizio davanti alla nefasta scelta della Brexit.

Certo, non riesco a immaginare me stesso, la mia identità più profonda senza la musica dei Beatles o il pop glitterato della mia adolescenza, l’immensa eleganza poetica di Shakespeare, lo stile witty di Jane Austen, Oscar Wilde o Alan Bennett, il verde scuro dei paesaggi e tenue dei campi di Wimbledon, la pietra dei muretti dei suoi borghi, le guglie delle cattedrali gotiche, la pompa barocca delle cerimonie, la cortesia formale e la magnifica storia del Medioevo inglese, con la Magna Carta e tutto il resto… Ma amare non significa rinunciare a capire.

La Brexit è stata il trionfo della credula superstizione campagnola sulla conoscenza dei fatti. Della demagogia sulla razionalità. Dell’infinita possibilità manipolativa della democrazia diretta opposta alla concretezza di quella rappresentativa. Dell’illusione sul realismo. E l’abbandono del “comune buon senso”, tra tutte le virtù forse la più inglese.

Viaggiando nel Regno ho però sentito ragionamenti che mi hanno fatto riflettere, essenzialmente chiacchierando con i tassisti, che in ogni angolo del pianeta rappresentano una delle antenne fondamentali per capire la direzione del vento. Nel 2018 – mentre stavo recandomi in visita a Downton Abbey (aka Highclere Castle) – il tassista mi ha detto:

uscire è stato un errore, rimanere sarebbe stato un errore, dovevamo solo scegliere quale errore compiere. Abbiamo scelto di sbagliare da soli

Da un punto di vista storico la cosa non sorprende: gli inglesi hanno sempre difeso tenacemente la loro indipendenza e il loro modo di fare le cose, non hanno mai amato le alleanze troppo stringenti e la patria del common law non poteva che vivere con disagio il soffocante cavillismo normativo tipico di ogni atto dell’Unione, il Mostro Gotico che pretendeva di mettere fuori legge la tradizionale pinta di birra solo per il gusto di uniformare i bicchieri dal Circolo Polare Artico fino a Malta, dal Guadalquivir al Njemen.

La seconda frase mi è stata detta nel 2019 da un tassista di Liverpool, mentre mi accompagnava al John Lennon Airport per ritornare nell’isolamento continentale:

Non avevo votato per il referendum sulla Brexit perché non sapevo cosa votare, ma adesso sono favorevole a uscire perché se si è presa una decisione la si porta avanti, non si può pretendere di votare e rivotare fino a quando il risultato non è quello voluto dagli intellettuali!

Insomma, il rispetto per l’essenza e le procedure democratiche. Il semplice, inoppugnabile “ma perché ci avete fatto votare se dopo volete fare altro?” lanciato in faccia a quanti – come me – hanno ciarlato di un secondo referendum, perché il primo non era venuto bene… Il senso della democrazia di un popolo che si sente sempre un po’ superiore verso nazioni – come l’Italia, la Germania, la Spagna, il Portogallo, la Grecia – che nel corso del XX secolo non si sono certo distinte per la difesa dei valori di Habeas Corpus. Un popolo che non dimentica che  non sarebbe più esistita l’Europa senza il discorso delle lacrime e del sangue di Churchill, senza la consapevolezza che forse la II Guerra Mondiale l’hanno vinta americani e sovietici, ma gli inglesi sono quelli che non l’hanno persa, quando erano da soli, unico faro di libertà in un continente immerso nelle tenebre.

A noi che restiamo competono due cose: la prima è chiederci quando e perché il sogno europeo sia andato in pezzi… E non tiriamo in ballo la Grande Crisi del 2008 o la presunta invasione di migranti del 2016: il referendum che respingeva la c.d. “Costituzione Europea” è fallito in Francia e nei Paesi Bassi (due dei sei fondatori) nel 2005, dunque ben prima di questi eventi. Il voto “antieuropeo” degli Inglesi, pertanto, non è stato né il primo, né il solo.

L’Unione non ha saputo infondere una visione, un po’ di spirito vitale a un progetto che sembra sempre più stracco e privo di direzione e che paga molti errori colossali, il principale dei quali – a mio avviso – il repentino allargamento a Est, verso Paesi privi di qualsiasi tradizione democratica e coscienza europeista, che nell’Unione hanno essenzialmente visto un grande bancomat al quale attingere senza nulla dare. E soprattutto aver dimenticato la grande lezione del Basileus Giovanni Zimisce, che giunto alle mura di Gerusalemme decise di non procedere oltre e tornare indietro affermando che “talvolta crescere significa diminuire“. L’Unione è cresciuta e crescendo è diminuita. Diminuita di consapevolezza, compattezza, coerenza, prospettive.

La crisi dell’Europeismo si collega inoltre con la crisi qualitativa e morale delle classi dirigenti e della loro incapacità di far sopravvivere e prosperare il sogno europeo. Essere “europeisti” significa apertura mentale, conoscenza delle lingue, curiosità per culture e storie diverse. Significa aver viaggiato e sentirsi cittadini del Mondo. Insomma essere parte di una élite di certo culturale, probabilmente anche economica. E’ anche per questo che l’Europeismo non è mai stato un “movimento dal basso” ma un processo verticistico, veicolato dalle classi dirigenti dei partiti quando ancora erano fatte da persone serie, da gente che mandava in Parlamento Europeo Altiero Spinelli o Maurice Duverger, evitando i giochini di marketing politico del “5 circoscrizioni, 5 donne capolista! non importa chi, purché siano carine!”

L’Europeismo non è mai stato un sentimento istintivamente diffuso tra le masse: è esistito e prosperato perché considerato necessario dai vertiti della società e sperare in un risveglio dei popoli – come nei progetti un po’ naif di partiti inesistenti quali Diem25 o Volt – sarebbe illusorio. E oggi ci vorrebbe il coraggio di mettere al centro la riforma delle Istituzioni comunitarie, con in prospettiva un’accelerazione nel processo di integrazione in chiave sociale e democratica per un numero ristretto di Paesi e l’adozione di una vera legge elettorale europea, requisito non negoziabile per la creazione di un effettivo spazio partitico ed elettorale europeo.

La seconda cosa da fare è augurare al Regno Unito ogni bene. Io lo faccio di sicuro… Saranno sempre bizzarri e per conto loro (non è un caso ora lo scontro si sta spostando attorno al possesso di una remota colonia conquistata al tempo della Regina Anna, con il Trattato di Utrecht), ma saranno sempre parte integrante di alcuni dei momenti migliori della storia della Civiltà Europea. E nel fare questo ricordare a noi stessi perché siamo europeisti.

L’Europa non è la troika, i brindisi di Junker, il grigiore dei corridoi di Bruxelles, l’ossessione ragionieristica o la bava alla bocca di qualche populista mediterraneo o centroeuropeo… L’Europa è – con tutti i suoi limiti e difetti – l’unica superpotenza che cerca di tenere assieme politiche sociali, politiche ambientali, democrazia, uguaglianza e tolleranza. Lo fa male, in modo contraddittorio e pasticciato.

Ma i populismi alla Trump o le dittature putiniane o cinesi la odiano proprio per questo: per essere un modello migliore, molto migliore.

In quanto al Regno, non sarà certo un visto da richiedere online a fermarmi ogni volta che avrò voglia di sentirmi “a casa”… E l’addio mi auguro sia dolce, privo di tensioni o rancore… Parafrasando Elvis verrebbe da dire

Leave me tender, leave me sweet, never let me go

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Noterelle sulla dittatura che (forse) verrà…

Le anime belle del presepe dicono “non date corda a Salvini, non fate il suo gioco”… Le anime belle in Parlamento poi fanno penosi giochini tattici sull’autorizzazione a procedere in base all’idea penosa che “se lo mandiamo a processo faremmo il suo gioco”.
 
Io non condivido per nulla e non taccio. Perché credo che lo Stato di Diritto sia una cosa seria e dunque se si pensa che una legge sia stata infranta, non si rimanda la decisione per ragione tattica ma si difende il principio di legalità repubblicana.
 
Conosco abbastanza la storia per sapere che le dittature prendono potere sulla base di regole che sono sempre quelle:
 
a) un capo pronto a tutto, capace di tutto e senza freni, che cerca di descriversi come emanazione pura del Popolo;
b) una classe dirigente democratica che minimizza, fa finta di niente, non reagisce, aspetta che passi la buriana;
c) la diffusione nella società dell’idea che le istituzioni democratiche non funzionino, si possano burlare, si possano stuzzicare che tanto non reagiranno;
d) una retorica politica ogni giorno più violenta, volta a creare divisione, inventare nemici dove non ci sono, enfatizzare paure, rischi e problemi;
e) una situazione di diffusa fragilità politica, economica e sociale. Non importa quanto vera, l’importante è che sia percepita;
f) il disprezzo per lo Stato di Diritto, con le sue regole, i suoi tempi, le sue procedure, al quale si oppone una veloce, chiara e univoca “volontà del Popolo”, fuori da procedure codificate, prevalente su tutto;
g) una tolleranza crescente verso l’intolleranza verbale prima, fisica poi.
 
Lo scopo politico di Matteo Salvini non è governare il Paese ma prendere il potere per instaurare un regime personale fuori dalla Costituzione e da ogni principio di politica civile e democratica. Vuole instaurare una dittatura che porterà alla repressione delle libertà politiche e civili e alla sofferenza di migliaia, forse decine di migliaia di persone.
 
Probabilmente non sarà una dittatura sanguinaria – solo in piccola parte – ma sarà una dittatura violenta. Perché oggi ci sono modi diversi di esercitare la violenza sugli inermi, come la sceneggiata del citofono di ieri o il pestaggio virtuale al ragazzo dislessico testimoniano.
 
E mi chiedo cosa succederà ancora? temo che ci sarà un giorno non lontano in cui i migranti saranno in ginocchio, costretti a pulire i marciapiedi tra le urla e i lazzi della “brava gente” attorno. Probabilmente in Veneto o in Lombardia, ma chi lo sa, potrebbe accadere pure a Trieste o Monfalcone…
 
E poi ci scapperà il morto, ci saranno violenze, le forze dell’ordine saranno ambigue, funziona sempre così, l’orrore si scatena all’improvviso, grazie a quelli che hanno preferito fingere di non vedere…
Quando cedi la prima volta, quando non reagisci la prima volta non sai dove andrai a finire. Scrivevo un anno fa:

L’Olocausto non fu il delitto di una cricca. Fu un processo per stadi che coinvolse milioni di persone, come complici e come spettatori, costruito sulla convinzione che l’essere umano-medio è tendente all’egoismo, all’assenza di empatia verso i propri simili, alla faciloneria e creduloneria.

L’Olocausto fu una scala e anche noi siamo su una scala, vorrei capire però su quale gradino siamo. E cosa c’è in fondo.

La sceneggiata del citofono di ieri rappresenta un altro scalino sceso. Un momento di violenza oscura con un capopopolo che addita delle persone in casa loro al pubblico disprezzo. Non è diverso dallo scrivere “Juden” con il pennarello. E Salvini rappresenta il più grande pericolo per l’Italia democratica dal 1945. Più grande del principe Borghese e del suo golpe non riuscito, più grande della P2, perché oggi – a differenza di allora – non c’è una società civile vigile e animata da spirito repubblicano, non ci sono grandi partiti democratici ma solo piccoli gruppi immersi in un ipertatticismo politicista senza fine.

Oggi lo sbocco in una dittatura è un evento possibile – non so se probabile, ma possibile sì – perché gli anticorpi sono saltati, i corpi intermedi non esistono più e le forze politiche hanno perso l’ambizione di svolgere una funzione didattica, di guidare il popolo che per sua natura è incapace di fare autonomamente alcunché.

Deve esserci una reazione forte, trasversale – di sinistra, ma anche di destra democratica se esiste – per isolare Salvini ed eliminarlo dalla vita politica con qualsiasi mezzo legale e lecito possa esistere (questo è fondamentale, la battaglia per la Civiltà richiede strumenti civili). Altrimenti – ripeto il concetto – non sapremo dove andremo a finire… Come non lo sapeva Herr Janning nel magnifico “Vincitori e Vinti“.

Quelle persone, tutti quei milioni di persone… non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a tanto, dovete credermi!
– Herr Janning, doveva capirlo la prima volta che condannò a morte un uomo sapendolo innocente…

(Vincitori e Vinti – dialogo finale tra giudice e imputato)

 

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Il Grande Burocrate con l’acqua alla vita…

Sandro Pertini, Ronald Reagan, Giovanni Paolo II, Konstantin Cernenko, Fidel Castro, Augusto Pinochet, Deng Xiao Ping, Margareth Thatcher… hanno 2 caratteristiche comuni: sono tutti morti di vecchiaia ed erano al potere quando si iniziò a parlare del Mose. Non ho inserito nell’elenco Nelson Mandela perché quello al potere doveva arrivarci, visto che era ancora in carcere e lo sarebbe stato per altri 5 anni.

Mi è venuto in mente questo elenco leggendo l’intervista – francamente desolante – del “commissario” del Mose, un professore del Politecnico di Torino. Dovrebbe essere stampata e mandata a memoria, come monumento all’Eterno Burocratico del sistema italiano, a tutti gli ammiragli Persano sempre pronti a piangersi addosso dopo un disastro.

Magari ha ragione su tutto, non lo so. Però che pena la totale assenza di passione civile che emerge da queste parole… il rimpallo di responsabilità, lo spezzettamento dei ruoli secondo una visione “fordista” del processo decisionale pubblico, l’eterno “non si può” che è la risposta standard della burokratia italiana. E il “non si può” non è mai di sostanza: è sempre il timbro che manca, l’autorizzazione che non arriva, la telefonata non fatta, l’ufficio vacante o la lamentela “non ci sono risorse”, anche se – come in questo caso – si sono spesi non i milioni, ma i miliardi.

Critichiamo sempre la politica: ieri ho passato ore ad ascoltare le notizie su Venezia e ho sentito solo idiozie e propaganda, ma la miseria della politica è lo specchio della miseria della società. E’ lo specchio di interviste come questa, la cui frase-chiave è:

«Ribadisco la data di consegna prevista, che è il 31 dicembre 2021, dopo il collaudo».

Il 31 dicembre 2021, non un minuto prima. Nessuna emergenza nazionale, nessuna tragedia naturale, nessuna pressione dell’opinione pubblica potrà mai trasformare il 31 in 30. E’ scritto così nei documenti, i documenti sono già stati protocollati e quindi non si può fare altro.

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Le vite parallele di Michele e Vladimir

I post bizantini sono come la foratura di un pneumatico: mai per anni e due volte in una settimana. Questo perché alcune cose lette in questi giorni mi portano a formulare un azzardato paragone tra Vladimir Putin e Michele VIII Paleologo: entrambi determinati a conquistare e mantenere in modo spiccio e talvolta spietato il potere; entrambi impegnati a restaurare un impero disgregato ma dalla passata grandezza; entrambi concentrati più sul warfare che sul welfare e – in definitiva – intenti a spremere le risorse del proprio impero oltre il tollerabile.

Senza girarci attorno, Michele era un criminale, come spesso i grandi statisti. Nel 1259 si impossessò con il sangue della reggenza imperiale e in seguito fece accecare l’imperatore bambino sul quale aveva il compito di vegliare, facendosi incoronare Basileus. 

Risultati immagini per michael VIII byzantineIl trono sul quale Michele scelse di sedersi non era uno dei più comodi dell’Europa Medievale: il secolare Impero Bizantino era stato distrutto dall’efferata e banditesca IV Crociata (1204) e sostituito da una pluralità di staterelli parabizantini, il più importante dei quali era l’Impero di Nicea, aggrappato al terzo di penisola Anatolica affacciata sul mare Egeo. Da subito i sovrani di Nicea iniziarono una lenta e progressiva riconquista dei territori del vecchio stato bizantino, sia con la forza, sia con la diplomazia. Questa opera di ricostruzione fu portata a termine da Michele VIII, che nel 1261 raggiunse l’obiettivo storico di riconquistare la capitale di sempre, Costantinopoli, abbruttita e umiliata dall’ottuso governo Latino.

Sull’Impero parzialmente restaurato, Michele regnò altri 20 anni, con una straordinaria capacità di barcamenarsi tra i diversi nemici politici e religiosi (ortodossi ottusi, cattolici integralisti, musulmani furbi). Dialogò (e si alleò) con i musulmani contro i cristiani, ma si piegò a riconoscere la supremazia papale quando questo fu necessario per evitare una nuova crociata ai suoi danni; vero e proprio campione di Realpolitik restituì all’Impero il rango di grande potenza mediterranea, capace di influire sulla politica “globale” dalla Siria alla Spagna.

Il nuovo Impero era però edificato su basi fragilissime dal punto di vista economico e sociale, anche per la scarsa attenzione dedicata da Michele alle condizioni popolari e le quote crescenti di potere cedute ai ricchi latifondisti e l’Imperatore che salì al trono alla morte del Grande Paleologo – Andronico II – trovo uno stato in rovina per le spese militari e diplomatiche necessarie a mantenere l’Impero nel rango di grande potenza globale.

Risultati immagini per vladimir putin zarTutto questo mi è tornato in mente riflettendo sull’intervento russo nella vicenda curdo-turca. Vladimir Putin mi sembra il solo leader mondiale con una visione coerente, un uomo spregiudicato, spietato e corrotto, con le mani sporche di sangue a capo di un regime occhiuto e poliziesco. Ma anche uno statista di grandissima intelligenza e tenacia.

Anche lui acquista il potere su un impero smembrato e screditato, ma come Michele non riuscirà a rimettere in piedi l’Impero dei Comneni, Putin non potrà mai restituire alla Russia il prestigio internazionale e politico raggiunto dall’URSS di Leonid Breznev alla metà degli anni ’70: il crollo c’è stato, la dissoluzione c’è stata, il mito è frantumato.

Però sono ormai 20 anni che sta al vertice del Cremlino e lo abbiamo visto frenare i separatismi con violenza inaudita, occupare militarmente e annettere territori appartenenti ad altri Stati, cercare di costruire una sorta di domaine réservé nelle aree che furono parte della scomparsa Unione Sovietica. Così come Michele interferì nel conclave del 1268-1271 e provocò la rivolta dei Vespri Siciliani per demolire la potenza di Carlo d’Angiò, così Putin è maestro nell’interferire nella politica interna di altre potenze. Infatti, si ipotizzano intrighi russi nel separatismo catalano, nel supporto dei brexiter inglesi, e nel favorire l’ascesa dell’estrema destra italiana.

Lo abbiamo visto intervenire politicamente e militarmente in tutti i principali conflitti, giocare su tutti i tavoli, dimostrare la stessa disinvoltura ideologica del Paleologo rafforzando il ruolo della Chiesa Ortodossa di Mosca – reazionaria e imperiale – ma nel contempo riadottorare come inno nazionale il vecchio inno sovietico di matrice staliniana, tutto questo per restituire alla Russia il ruolo di Grande Potenza dopo le umiliazioni della Caduta e della Dissoluzione.

Ma anche lui – come Michele – fa prevalere il warfare sul welfare. Il PIL della Russia è solo il 13° al Mondo (60° pro-capite), circa 1/12 di quello degli USA e la ricchezza è in grande misura concentrata in poche mani. La Russia è 2° al Mondo come percentuale di PIL investito nella difesa e nonostante questo spende comunque il 10% di quanto spendono gli USA e il 25% di quanto spende la Cina.

I successori di Michele VIII dovettero fare i conti con la folle politica di grandezza e potenza del Grande Paleologo e alla lunga mantenere l’Impero in una condizione di potenza si rivelò impossibile. Che accadrà in Russia quando non ci sarà più lo zar Vladimir tra gli stucchi dorati del Cremlino, con i suoi intrighi, i suoi omicidi politici, la sua indubbia intelligenza e la sua smania di potenza?

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L’Impero Tenace

Per ragioni che mi sono ignote, sono un appassionato di storia bizantina da almeno trent’anni. Credo di essere stato affascinato dal nome stesso, che rimanda agli eterni segreti dell’Oriente (Bisanzio, assieme a Samarcanda e al Celeste Impero, luogo di intrighi, misteri e piacevolezza del vivere). Poi dal fatto che sia un impero emerso dalla decadenza di una precedente forma statuale (l’Impero Romano) e – infine – perché è stato una delle realtà politiche e istituzionali più odiate della storia, per un misto di ignoranza, superstizione, ingratitudine e invidia.

Questo è durato fino a tempi tutto sommato recenti. Il grande storico inglese Edward Gibbon, autore della monumentale “Decadenza e Caduta dell’Impero Romano”, con il suo bagaglio di pregiudizi e sicumera tipico degli intellettuali illuministi, liquidò le vicende bizantine come una “monotona sequela di vizi abietti, mai attenuati dall’umana fragilità o esaltati dal vigore di crimini memorabili” (citazione a memoria, potrei sbagliare…), per non tacer la terrificante invettiva di un illeggibile “storico della morale” di età vittoriana:

«sull’impero bizantino il verdetto della storia è unanime. Esso costituisce, senza eccezione alcuna, la forma in assoluto più vile e spregevole che la civiltà abbia assunto finora. Nessuna altra civiltà di lunga durata è stata così interamente priva di qualsiasi forma ed elemento di grandezza. I suoi vizi erano i vizi di uomini che avevano cessato di essere eroici senza aver imparato ad essere virtuosi. Schiavi, e schiavi consenzienti, negli atti e nei pensieri, immersi nella sensualità e nei piaceri più frivoli, i bizantini emergevano dalla loro indolenza soltanto quando qualche sottigliezza teologica o qualche audacia nelle corse dei carri li spingeva a violenti tumulti. La storia dell’impero è un racconto monotono di intrighi di preti, eunuchi e donne, di avvelenamenti, di cospirazioni, di continua ingratitudine e di perenni fratricidi». [W.E.H. Lecky. 1869]

Però, se l’invettiva di Lecky doveva servire a distogliere dal desiderio di leggere su Bisanzio ha sbagliato completamente mira: un racconto di “intrighi di preti, eunuchi e donne, di avvelenamenti, di cospirazioni, di continua ingratitudine e di perenni fratricidi” rende al contrario la storia bizantina tanto eccitante da far concorrenza al Trono di Spade. Ma la fama di impero crudele, eretico, frivolo, superficiale e infido è stata dura a morire e permane ancora, se si pensa che l’aggettivo “bizantino” spesso si usa per bollare analisi troppo sofisticate, spaccature del capello in quattro, dispute sul niente, perdite di tempo.

L' impero che non voleva morire. Il paradosso di Bisanzio (640-740 d.C.) - Alessio De Siena,John Haldon - ebookTutto questo per dire che ho finito di leggere “L’Impero che non voleva morire” di John Haldon, edito da Einaudi e ancora una volta mi sono ricordato cosa amo in particolare nella storia bizantina: la tenacia.

Unni, Avari, Longobardi, Slavi, Russi, Bulgari, Persiani, Arabi, Crociati, Angioini, Veneziani, tutti hanno provato a distruggerlo, tutti sono riusciti ad infliggere colpi quasi mortali eppure tutti alla fine hanno dovuto gettare la spugna davanti a una capacità di sopravvivere che non fu mera resilienza – concetto che ha un connotato essenzialmente passivo – ma vera e propria smania di vivere.

Dopo ogni colpo l’Impero è ripartito, ha cercato di rialzarsi e di riconquistare il terreno perduto, però senza mai riuscirci del tutto e con sforzi economici e umani tali da lasciarlo prostrato e debole, a conferma che – come disse l’Imperatore Giovanni Zimisce, che non volle tentare la riconquista di Gerusalemme – “talvolta crescere significa diminuire”.

E quindi dopo ogni nuova sconfitta, una risalita e dopo una nuova risalita, un altro capitombolo. I Longobardi invasero l’Italia senza sforzo perché l’Impero era esausto e spossato dopo l’interminabile guerra per la riconquista della Penisola caduta in mani gotiche alcuni decenni prima. Gli Arabi approfittarono dell’immane sforzo ventennale di Eraclio per riprendersi l’Egitto, la Siria e la Terrasanta occupate dai Persiani e potrei continuare, per secoli e secoli, fino alla fine… Fino alla metà del XIV secolo, quando Serbi e Turchi approfittarono dell’assurda guerra civile scoppiata nel 1341, dopo l’ultima, effimera rinascita, seguita alla riconquista dell’Epiro e della Tessaglia.

Si potrebbe pensare che ci sia stata una buona dose di sfortuna: “ma pensa un po’, si erano appena sistemati e subito una nuova mazzata” ma in realtà molte delle nuove mazzate i bizantini se le cercarono con il lanternino. Perché a loro non bastava “sopravvivere”, volevano la grandezza, volevano riavere l’Impero perduto. Come ho scritto sopra, la storia bizantina non fu mera resilienza, ma costante tentativo di ricostruzione, con il mito di Roma sempre in mente. E per inseguire quel sogno nulla veniva tralasciato, ogni soldato in armi, ogni solido o hyperpyron incassato di tasse finiva gettato nel pozzo senza fondo della “riconquista”, anche quando sarebbe stato bene evitarlo.

Come nel 1402. Un miracolo aveva salvato l’Impero, un altro, forse opera dell’icona della Vergine Odigitria “non dipinta da mani umani”, che da secoli proteggeva Costantinopoli: i Turchi stavano per conquistare tutto, ma dall’est giunsero le orde dei Tartari e l’esercito ottomano venne spazzato via ad Ankara. Un trattato generoso riconsegnò al morente Impero Bizantino città e castelli e così tutta la costa della Tracia, la Penisola Calcidica con Tessalonica e parte della Tessaglia e buona parte del Peloponneso si trovarono nuovamente sotto il governo greco. Tre aree territorialmente omogenee: sarebbe stato il momento di concentrarsi nel consolidare i territori rimasti, stremati dalle guerre. E invece no: invece di starsene tranquilli i sovrani bizantini misero il naso nelle guerre intestine tra gli Ottomani, cercando di brigare e intrigare per raggiungere un nuovo sogno: l’occupazione di alcune perdute città in Asia Minore e – nel frattempo – gettarono gli ultimi denari nella riconquista effimera del Peloponneso.

Eccoli li, gli Ultimi Augusti. Poveri, con i gioielli della corona dati in pegno ai Veneziani, circondati da nemici, senza truppe e senza oro, con le toghe dei cortigiani lacere, il palazzo imperiale ancora con le macerie lasciate dai crociati eppure intenti a tramare e sognare la riconquista della Turchia, l’unificazione della Grecia, il controllo sull’Egeo e chissà, domani forse, di nuovo a Gerusalemme o Roma.

Come non amarne la Storia!

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La tavola triste dei tortellini sovranisti

Lo scandalo del giorno sono i tortellini con il pollo che – per i “sovranisti” – rappresenterebbero un’insulto alla tradizione italiana.

Credo che il vero insulto sia l’ignoranza culinaria dei sovranisti e della meravigliosa creatività tipicamente italiana con riferimento alla pasta ripiena. Parlano di “tortellini” ma siamo sicuri si tratti di tortellini e non di anolini, ravioli, agnolotti, mezze lune, tortelloni o tortellacci? In queste cose bisogna essere precisi direi…E poi che vuol dire che ci vuole necessariamente il maiale? Si certo, tutti amiamo il ripieno con lonza, mortadella e prosciutto crudo e io stesso – dovendo fare tortellini (pardon, mezze lune) per festeggiare il capitombolo di Salvini – ho ritenuto opportuno utilizzare carne di suino, per il gusto dell’ossimoro perché del maiale non si butta nulla, della Lega si butta tutto.


Però – egregi sovranisti di non si sa quale patria – i tortellini si farciscono con quello che si vuole ed è questo uno dei miracoli della cucina e – direi – della “way of life” italiana: fare faville con quello che c’è, con ciò che passa il convento. Ad esempio per la mia cena di laurea, visto che c’era Annalisa che è vegetariana preparai dei ravioli con ripieno di ricotta, radicchio rosso e funghi e nessuno chiese la revoca della cittadinanza, forse perché nel millennio scorso eravamo tutti più tolleranti e meno nevrotici.

A Mantova ho mangiato con grande gioia i tortelli di zucca (così simili ai cappellacci ferraresi) e a Torino gli agnolotti al plin, con ripieno di brasato di manzo. Non ho ancora assaggiato i casoncelli – caramelle ripiene di pane e grana padano tipiche del bresciano – ma spero di colmare la mancanza.  Così come spero di poter assaggiare i pansotti liguri, ripieni di bieta e erbe spontanee e i ravioli capresi, che nascondono all’interno la caciotta affumicata e la maggiorana.

Mia mamma, che di queste cose se ne intende, fa raviolacci con carne bianca (vitello e pollo), ricotta, spinaci e parmigiano reggiano e garantisco che nessuno ha mai lasciato la sua tavola in un turbine di indignazione. Aggiungo che una delle mie gioie da radicalchic è il tortello di cernia o pesce spada con un condimento di pomodorino e fasolari: non lo so fare, ma so dove lo fanno, anche se bisogna aprire il portafoglio. E – a proposito di cose che si aprono – che dire del “raviolo aperto” di Gualtiero Marchesi, famoso in tutto il Mondo anche per il suo ripieno di cappesante?

In Friuli, nella Carnia per la precisione, ci vantiamo dei cjarsions, un piatto della “cucina povera” diventato gioiello grazie al genio di Gianni Crosetti e quel piccolo miracolo che fu il Roma di Tolmezzo. Mezze lune di pasta di patata con un ripieno di ricotta fresca, marmellata, cacao amaro, rum, pera matura, cannella, sale, uva passa, biscotti secchi, conditi con burro e ricotta affumicata. Pesantucci? ahimè si, ma se ne mangiano 5-6 non 15-20.

Insomma, i “sovranisti” convinti che fuori dal ripieno di maiale non vi sia salvezza dimostrano ancora una volta di non conoscere e non capire questa nostra Italia “metà giardino, metà galera”. Cercano coerenza, purezza e monotonia in un Paese e una cultura che è grande grazie alle sue infinite contaminazioni, alla varietà dei suoi colori e dei suoi sapori.

Davvero pensate che questo Paese di “Santi, Poeti e Navigatori”, con i suoi 100 campanili e 100 gonfaloni possa avere un tortellino solo? E’ così noioso cenare con i sovranisti?

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