4 domande. E poi il Silenzio.

iovotonoE così l’esperienza politica più intensa, coinvolgente e faticosa della mia vita politica sta volgendo al termine. Oltre 40 iniziative in 4 diverse nazioni e complessivamente 24 città. Centinaia di persone incontrate, di sorrisi fatti, di mani strette, di risposte a domande, di polemiche fronteggiate. E ora?
Ora la Costituzione, la dignità delle nostre istituzioni sono nelle mani creative, talentuose, bisbetiche e imprevedibili del popolo italiano. Non so se vincerà il NO per il quale mi sono tanto impegnato, onestamente ne dubito perché la battaglia è stata talmente impari, talmente drogata, talmente sporca da rendere miracoloso che siamo ancora in condizione di essere competitivi, però fino alle 23.00 di domenica è lecito sperare.

Mi sono restate ancora 4 domande, alle quali tenterò di darmi 4 risposte. Penso che siano domande che non interessano solo me, pertanto le metto nero su bianco, magari aiuteranno ancora qualcuno a riflettere.

Dobbiamo votare su una riforma che innova?

In questi anni molte Costituzioni in giro per il Mondo sono state oggetto di revisione più o meno direttamente e spesso è stato per ampliare i diritti dei cittadini e far progredire la civiltà umana. Così – ad esempio – ci sono ordinamenti costituzionali che hanno sancito quale diritto umano fondamentale l’accesso all’acqua (Bolivia 2009) o i “diritti della natura” (Ecuador 2008). La Francia ha approvato (2004) una “Carta dell’ambiente” parte integrante della Costituzione mentre altri ordinamenti hanno disciplinato i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Svizzera 1999). La Finlandia è stata tra i primi Paesi ad aver riconosciuto l’accesso ad internet quale diritto fondamentale (2010). Le Costituzioni del Sudafrica (1995) ed Ecuador (2008) bandiscono esplicitamente le discriminazioni legate all’orientamento sessuale e quella del Nepal (2015) riconosce i diritti di genere.

La riforma Boschi-Renzi invece è una riforma nata vecchia, triste, poco ambiziosa. Una riforma priva di una visione all’altezza della sfida dei tempi, lontana dalla società e dai suoi cambiamenti. Una riformicchia leguleia e autocratica, con le sue chiacchiere sulle navette, sui tempi certi per il governo (come se il governo non avesse già abbastanza poteri…)… una riforma che costituzionalizza le peggiori pratiche del procedimento legislativo degli ultimi 20 anni e lo fa in un italiano stentato. Non è una riforma costituzionale, ma un “condono costituzionale” per usare l’espressione dell’on. Serena Pellegrino.

Chi vince le elezioni forma un governo o si impadronisce delle istituzioni?

Siamo al terzo referendum costituzionale nell’arco di 15 anni. 3 riforme imposte a maggioranza e questa è – sotto tale aspetto – la peggiore perché la maggioranza che stavolta ha battuto sul tavolo il proprio pugno di ferro è stata creata da una legge elettorale incostituzionale. Quindi a differenza delle due precedenti è pure una maggioranza illegittima se non formalmente, almeno politicamente.

Questo non ha minimamente fermato la classe di governo, che si è gettata sul Potere come uno stormo di locuste su un campo di grano. E’ questo che ci serve? l’idea che ogni volta che un partito prende il potere si appropria automaticamente anche del diritto di riscrivere la Costituzione? Davvero vogliamo percorrere questa strada, al buio nella notte? E’ questo che vogliono tutti quei tartufi che dicono “voto SI” pur demolendo la qualità della riforma, Prodi in testa?

Insomma, il NO anche come un tentativo per stroncare questa tendenza a “decostituzionalizzare” la Costituzione. Ridarle dignità, sacralità e stabilità. Piaccia a JP Morgan o meno…

Chi sono i nuovi “Padri Costituenti”? 

Quando in Francia viene modificata la Costituzione il Parlamento si riunisce in seduta comune delle due Camere solennemente ed eccezionalmente nel Castello di Versailles, dove nel 1789 il Terzo Stato si proclamò Assemblea Nazionale rifiutando l’ordine del Re di sciogliersi e ponendo le basi del parlamentarismo francese. Dove tutto ebbe inizio.

Che differenza con il contesto nel quale si è svolta la riforma italiana. Le urla. Gli insulti. Le compravendite di parlamentari. I trucchi procedurali. Gli abusi. E da ultimo l’esaltazione del clientelismo più becero. E una scandalosa superficialità, una sconcertante mancanza di cultura costituzionale nelle infinite dichiarazioni del premier, della sua ministra preferita e della sua cerchia. E un attaccamento pauroso al potere, la dimostrazione di essere pronti a tutto per mantenerlo, il terrore di perderlo e l’assenza di remore nel difenderlo… Se qualcuno ha dei dubbi che l’attuale sistema non dia abbastanza strumenti decisionali al governo, ripensi a questi mesi e si renda conto che in Italia il Potere Esecutivo è fin troppo onnipotente.

Ma una cosa su tutte mi ha colpito in questi nuovi “Padri Costituenti”: l’assenza di un interesse culturale verso la loro stessa riforma. Per quanto mi riguarda in tutti questi mesi ho continuato a studiare, a leggere, ad ascoltare e arricchire i miei interventi pubblici con nuovi dati, nuove chiavi interpretative, cambiando pure il parere su alcune parti della riforma (ancorché secondarie). Questo perché le campagne elettorali sono anche un momento di “ascolto didattico”. Non ci si limita a parlare, ma si deve anche imparare, progredire. Invece ho notato – con sconcerto – che le stesse 3-4 banalità che circolavano all’inizio della campagna (il Cambiamento purchessia, la Velocità, i Risparmi…) sono rimasti i soli temi portati dai miei interlocutori a sostegno di una riforma, che talvolta pensavo pure non fosse stata neppure letta dal difensore del momento. E le 2-3 eccezioni a questa regola sono solo servite a confermarmi come la mediocrità sia la cifra distintiva della gran parte dei sostenitori di “BastaunSI”.

Uno di sinistra con i fascisti?

Tra tutti i temi è il più cretino. Contrasto la riforma non malgrado il mio essere di sinistra, ma proprio perché lo sono. E se in questa battaglia ci sono alleanze insolite nulla di male, le Costituzioni esistono per unire i diversi e quando ci riescono vuol dire che hanno raggiunto il loro scopo.

E poi, dove dovrei stare se non con il NO? Quando Anpi-Arci e Cgil sono schierate nel NO che altro potrei fare? e quando mi dicono che ho “tradito” il mio partito mi viene da menar le mani perché il Manifesto dei Valori del PD dice testualmente:

La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.

Non sono io l’eretico nella nostra Chiesa dunque… io sono un povero parroco di campagna che cerca di vivere rispettando il Vangelo. E’ a Roma che siede un Antipapa simoniaco che di quel Vangelo non sa che farsene… Io ho la coscienza a posto e di questi tempi non è poco.

Nel mio partito ho trovato naturalmente pochissimo supporto e – cosa che mi ha colpito e umanamente deluso – meno di tutto dentro la componente che avevo votato alle primarie 2013 e che consideravo come mia. Ma – a parte poche eccezioni – le voci che contano in quella mozione si sono schierate tutte per il SI, nessuna per vero convincimento ma in linea generale per conformismo, pavidità, quieto vivere, strategia di posizionamento, senso di responsabilità verso il partito o opportunismo. Per carità sono scelte, ma se almeno uno mi avesse una volta telefonato dicendomi “sai, io voterò diversamente, però complimenti per la tenacia con la quale stai conducendo la tua battaglia” mi avrebbe fatto sentire meno solo. Figuriamoci. Nella mia famiglia politica ho trovato quasi solo indifferenza, fastidio o scherno. Ma anche questo è stato utile.

In definitiva credo di aver fatto la scelta giusta e se tra le centinaia di persone che in questi mesi sono intervenute alle nostre iniziative ve ne è anche solo una che grazie a una mia frase ha cambiato voto avvicinandosi al NO, allora tutta questa fatica non sarà stata vana.

Nel 1788 ad una signora che gli chiedeva “che cosa avete combinato la dentro?”, Benjamin Franklin rispose “A Republic, if you can keep it!” Una Repubblica, se sarete capaci di mantenerla.

Perché con le Repubbliche è così: non basta istituirle, bisogna lottare sempre perché restino vitali, inclusive, libere. Ma ora chiudo, sono le 23.58 e il silenzio elettorale è un principio di garbo istituzionale che rispetterò come sempre. Come fanno i gentiluomini.

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Metternich e gli altri: fenomenologia del “Bastaunsì”

Dopo circa due anni di dibattiti condotti di persona o per iscritto sulla riforma costituzionale credo di poter sintetizzare le categorie umane che ho incontrato e che si dichiarano favorevoli alla rottamazione della Costituzione indotto dalla “riforma Boschi”. Ovviamente è una sintesi partigiana, ma non sta a me descrivere la fenomenologia di “#iovotoNO”, lo farà qualcun altro se avrà sufficiente fantasia e spirito di osservazione…

Ho individuato pertanto 7 fondamentali tipologie umane. 7 come i nani, i peccati, le virtù e i fanciulli offerti ogni anno a Minosse… Elencandoli in ordine di simpatia umana, li chiamerei Il Boy Scout – l’Alchimista – Metternich – Il Profeta – L’Apprendista Stregone – il Tifoso – il Bullo. Di seguito una breve descrizione.

Il Boy Scout. E’ normalmente onesto, in buona fede. E’ convinto che la riforma serva sul serio, che presenti una serie di soluzioni equilibrate ai problemi dell’Italia e che in fondo il bene che ne deriva sia di gran lunga superiore ai potenziali effetti collaterali non graditi. Con lui puoi argomentare, normalmente in modo civile, ovviamente non cavi un ragno dal buco ma andarci poi a bere un bicchiere per parlar d’altro è comunque possibile e spesso pure piacevole. Con lui non si è alleati, ma si ha comunque la sensazione di tifare per la stessa squadra, anche se magari con schemi diversi.

L’Alchimista. E’ uno che gira con misurino e ampolla. E’ affezionato a un solo singolo aspetto della riforma e in base a quello pesa tutto il resto. Ogni obiezione, ogni controargomentazione è inutile perché poi rimane convinto che in fondo, anche se tutto può essere forse da buttare, grazie a quel singolo elemento messo nella miscela magica, tutto andrà in ordine… Saltella tra i commi alla ricerca di una intrinseca coerenza, armato di quella sua singola, individuale chiave di lettura che lo porta a ignorare il quadro generale in favore del dettaglio esclusivo che gli salva il cuore. In Friuli di solito questa è una parola: “Intesa”. Da altre parti mi pare sia “costi”.

metternich_by_lawrenceMetternich. Detesta il provincialismo del dibattito istituzionale italiano e invece è attento alla collocazione della Patria nel “concerto delle Nazioni”. Considera rilevanti solo le opinioni internazionali ed è terrorizzato dal fare cattiva figura con l’Estero. “Che diranno di noi i commercialisti di Brisbane o i notai di Kuala Lumpur se bocceremo la riforma? Ma lo sai che se salviamo il CNEL l’esport dei confetti di Sulmona con Johannesburg avrà un tonfo? Sai quanti posti di lavoro sono? E quanti investimenti?”. In fondo, che gli importa del parere contrario di gran parte dei costituzionalisti se alla riforma sono favorevoli un paio di analisti 27enni del Wisconsin che lavorano per Goldman Sachs?

Il Profeta. Al Profeta la riforma non interessa, interessa lo scenario fiammeggiante sullo sfondo. Rappresenta l’evoluzione millenaristica del precedente: un Metternich che mette da parte la Realpolitik in favore di una visione apotropaica della riforma, da approvare assolutamente altrimenti il Sole non sorgerà più a est, la Penisola sprofonderà come Atlantide nel mezzo del Mediterraneo e i morti usciranno dalle tombe per ghermire i vivi, una via di mezzo tra le Trombe dell’Apocalisse di Giovanni e The Walking Dead. Senza la riforma l’Italia il 5 dicembre si risveglierà tra macerie fumanti e carichi di confetti di Sulmona rimasti invenduti…

L’Apprendista Stregone. Se il Profeta è a suo modo affascinante, l’Apprendista Stregone è urtante. Per lui qualunque riforma è meglio di nessuna riforma e non solo non conosce minimamente la materia di cui parla, ma soprattutto non gli interessa conoscerla. Che funzioni avrà il Senato, se sia giusto o meno svuotare le regioni, il “combinato-disposto”, insomma tutti i temi razionali con i quali si discute non gli interessano… La sua risposta è “ma adesso? Non è peggio adesso?”, come se per colpa dell’esistenza del CNEL o per il bicameralismo perfetto l’Italia fosse lo zimbello delle Nazioni, tutti vivessimo alla giornata, i negozi fossero vuoti dei beni di consumo essenziali e al posto del caffè fossimo condannati a sorseggiar cicoria. E se gli replichi sollevando dubbi? La risposta è sempre quella: “sono 30 anni che aspettiamo” (e immagini la sua intera vita passata in silenziosa sofferenza, macerandosi nell’attesa che la competenza in materia di cartellonistica turistica ritorni allo Stato centrale…) oppure – alternativa rissosa – “e voi perché non avete fatto le riforme”? laddove il “voi” ti rende parte di un grande complotto condotto da oligarchie pigre, al suono di “ma se non hanno il Senato delle Regioni perché non mangiano brioche?”

Il Tifoso. Non gli frega niente della riforma. Non gli importa cosa contiene e neppure che cosa tu ne pensi. Gli basta che sia stata voluta dal “suo” leader e questo è sufficiente. Noi e Loro, Amico e Nemico. Con lui non argomenti. Gli nomini Zagrebelksy e ti dice che “è noioso e prende troppa pensione”. Gli nomini D’Alema e ti dice “non lo sopporto, vada via, lasci il partito, rosica e vive di rancori”. Gli citi Verdini e ti replica “ e Brunetta allora?” (dimenticando che, perlomeno, il secondo è incensurato…). Crede che ogni problema si risolva citando una frase del premier o del suo staff e se usa Twitter, anche se parla con te in un dialogo a due termina ogni tweet con l’hastag “bastaunsì”. Perché deve far vedere alla sua squadra che è presente, attivo, sul pezzo. Che lui c’è e possono contare su di lui. E magari se possibile che si uniscano al dialogo per dargli manforte. Perché ha il terrore della solitudine. Ha il terrore di una opinione veramente autonoma e individuale.

Il Bullo. E’ ripugnante, trasversale, si occupa di tutto e non sa mai un cazzo di niente. E’ anonimo, insulta, sberleffa, non si sforza neppure di ricorre ai luoghi comuni come il Tifoso. Perché in fondo a lui della riforma non frega una mazza. E neppure di Renzi o di te. Lui ha solo bisogno di un argomento, uno qualsiasi per fare branco e svuotare la sua rabbia sociale e umana sul primo essere pensante che passa… Se non è la riforma sarà l’immigrazione o l’Europa o la Juventus. Tutto va bene, pur di fare casino.

Infine – fuori categoria – ci sono le persone che conosci da tanto, che apprezzi, che ti vogliono bene e alle quali vuoi bene. Che voteranno SI ma non per questo smetterai di amarle e di volere che siano parte della tua vita. Ma sono poche, molto poche. Come forse è giusto che sia…

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Un Rinascimento da Cartolina

Tempo fa scrivevo che uno dei grandi dilemmi nella conservazione del patrimonio artistico è la diversità di fini tra i soprintendenti e gli amministratori locali: i primi vogliono preservare, i secondi sfruttare per fare fatturato. Lo stesso potrei direi sulla diversità dei fini che esiste tra chi crede che la Rai debba fare “servizio pubblico” (e dunque non essere schiava solo del profitto) e chi invece mira a moltiplicare fatturati e introiti pubblicitari, anche a scapito della qualità.

richard-madden-3873Lo si coglie perfettamente guardando la strombazzatissima fiction sulla Famiglia Medici, scritta, girata e soprattutto pensata per il famigerato “mercato internazionale”, cioè in larga parte americano. Gente che la guarderà stando seduta mangiando pop-corn aromatizzati alla vaniglia, del tutto inconsapevoli di cosa sia stato il Rinascimento italiano, di che ruolo abbia giocato la dinastia toscana anche nel definire la nostra identità nazionale e delle complesse partite politico-economiche giocate all’ombra della Cupola in eterno divenire. Inconsapevoli sono, inconsapevoli resteranno.

Perché il Rinascimento raccontato è esattamente funzionale a quello che il “mercato internazionale” vuole e che già abbiamo visto in altre serie – orride e strombazzate – come i Tudor o i Borgia. Un Rinascimento fatto di intrighi dietro le colonne, chiese oscure, cardinali con il pisello di fuori, feudatari spietati, borghesi cinici, donne dai facili costumi e artisti maledetti dalla sessualità confusa. Più o meno come negli anni ’50 o ’60 veniva descritto il mondo romano nei film di genere “peplum“: ammalianti matrone con cofana e veleno, schiavi di colore, eroi con il petto scolpito e ricchi patrizi perennemente distesi a mangiare uva tenendo il grappolo sollevato sopra la testa.

Ed è un peccato, perché fare “cultura” e mettere in piedi un prodotto commercialmente valido non penso sia incompatibile. Ad esempio, trovo che la Elizabeth I con Helen Mirren e Jeremy Irons (BBC 2005) sia stata un capolavoro stilistico, recitativo ed estetico, così come – sempre BBC (che sia un caso? non credo) – il recentissimo Guerra e Pace che, senza bisogno di un cast stellare è un prodotto fedele al romanzo, avvincente quanto basta, commovente quando serve…

E certo, poi ci sono i capolavori del passato. Come il Napoleone a Sant’Elena della cara, vecchia, meravigliosa tv in bianco e nero… L’ho rivisto qualche settimana fa, o meglio ho visto quello che si può rivedere. Perfetto nella ricostruzione, accuratissimo addirittura nel raccontare il processo decisionale del governo inglese con profondi riferimenti al contesto anche giuridico-formale (“chi è per noi Napoleone?”, “perché Sant’Elena è diversa da un altro possedimento della Corona?”).

Ma non si può pretendere questo ormai… Attori che recitano con stile, storici come consulenti, ricostruzioni filologiche. E’ un’epoca perduta, il paleozoico della televisione e solo pochi nostalgici come me non riescono a rassegnarsi che non si tornerà indietro.

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Rottamare il Rottamatore (replica)

Oggi sul Corrierone un ex-giovane – Giuliano da Empoli – dice ai giovani “perché sbagliano” a votare NO al referendum e a non ringraziare il Cielo per averci mandato quel Grande Statista di Matteo Renzi…

Da Empoli – presidente di una fondazione turborenziana – fu destinatario di un mio post nel novembre del 2010 che mi piace riproporre, così per ricordare chi sono quelli che danno consigli ai giovani che, con tanta fatica e tenacia, cercano di farsi strada…

Oggi a Firenze, a fare il “rottamatore” della Casta, alle calcagna di Matteo Renzi c’è anche lui: il dott. Giuliano da Empoli, 37 anni, di professione “giovane di talento”. L’ho conosciuto una volta, a Parigi, forse 10-11 anni fa e non ricordo di aver sentito svolazzare nella stanza l’alito del Genio.

Intendiamoci, Giuliano da Empoli non è uno sciocco, ma va rottamato pure lui. Va rottamato perché questa Italia ha bisogno disperato di far prevalere il merito, l’impegno individuale, il sapersi far largo da se sulle rendite di posizione, il paraculismo e chi è nato con la camicia di seta…

Come Giulianone nostro, figlio di padre importante (Alto Dirigente della presidenza del Consiglio), che certo con fatica gavetta e tanto sacrificio è riuscito a pubblicare un libro a 22 anni, con una casa editrice nazionale e molto chic, dedicato al disagio dei giovani di talento, che lui ovviamente sentiva di rappresentare…

E poi come neolaureato, invece di fare uno stage non retribuito in qualche studio professionale o il commesso a tempo all’Ikea sperando che accada qualcosa è stato nominato “consulente esperto” dal ministro delle Riforme Istituzionali Antonio Maccanico (esperto di cosa, non lo so… non l’ho mai trovato citato in un qualche saggio collegato con i temi oggetto del lavoro del ministero), al quale è seguito un master a Parigi, un altro libro su giovani e talento (per chi si fosse perso il primo) e altri incarichi brillanti presso la presidenza del Consiglio (sotto Prodi) e poi al ministero della Cultura (sotto Rutelli), condendo il tutto con collaborazioni come editorialista sul Corriere, sul Sole24Ore e sul Riformista, per dispensare il verbo “giovanilista” da tutti i pulpiti più glitterati…

Nel 2009, essendo ormai senza poltrona sottoministeriale già da 6 mesi, diventa assessore alla “Cultura e Contemporaneità” nella giunta di Matteo Renzi, non prima di aver pubblicato l’ennesimo libro, un temino risibile & prevedibile su “Obama e Facebook” (tanto per essere giovani e sull’onda, da bravo surfista qual’è…). Assessore Esterno, perché ovviamente il nostro “talentuoso” non ha sentito il bisogno di confrontarsi con il consenso, candidandosi alle elezioni e cercando le preferenze per essere eletto bussando alle porte e consumandosi le suole delle scarpe nei mercati e sui posti di lavoro, come dovrebbe fare un vero “democratico”. A Giuliano le cariche vengono tutte offerte: non deve sopportare il fastidio di un concorso pubblico, di una selezione meritocratica o di una campagna elettorale… bastano i legami personali, le amicizie giuste, come quelle che lo hanno portato anche ad essere nel cda della Biennale di Venezia, su designazione personale di Rutelli…

Oggi è in prima fila per chiedere che si “rottami” quella classe dirigente alla quale deve tutto, facendo il volto nuovo, solo perché di anni ne ha 37 e non 41. Matteo Renzi – tra le varie grillate – una cosa giusta la dice: “3 legislature e poi a casa”. Tre legislature sono 15 anni, esattamente quelli che separeranno le elezioni di primavera dal primo libro del talentuoso Giuliano.

Quindi a casa anche lui. I suoi 15 anni nella polpa della mela se li è fatti. Il prossimo bamboccino-esperto il ministro di turno se lo prenda tra i bravi ragazzi laureati con lode che si fanno largo con le borse di studio e tirano avanti con lavoretti coltivando un sogno, senza legami diretti con la presidenza del Consiglio, con le grandi case editrici o con i centri-studi più fighettoni.

Se serve, qualche nome lo posso suggerire pure io…

P.S. aggiornamento novembre 2013: Giuliano da Empoli è presidente (nuova nomina politica) del prestigiosissimo “Gabinetto Viesseux” di Firenze… le papere svolazzano laddove una volta si posavano aquile come Eugenio Montale o Giovanni Spadolini…

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Ucronia belga

Perché siamo quello che siamo? Cos’è che struttura i nostri valori, i nostri gusti, le nostre speranze o i nostri pregiudizi? Forse lo stato di salute, o le condizioni socio-economiche o magari l’educazione ricevuta e il contesto familiare.

Oppure le cose accadono semplicemente perché accadono. Ad esempio, non c’è una ragione logica per la quale io sia stato fin da piccolo affascinato dalla Storia e – tra tante epoche diverse – abbia quasi a colpo sicuro scelto subito l’epopea napoleonica come “periodo storico prediletto” tanto da chiedere a Santa Lucia in regalo non “indiani e cowboys” come i miei compagni di classe, quanto i granatieri della Guardia, quelli dell’Airfix, che andavo ogni giorno a guardare nel reparto “modellismo” della giocattoleria “Feruglio” in piazzale Chiavris, la mia Mecca dei sogni di bambino.

I granatieri arrivarono e con loro i Royal Inniskillings, la fanteria d’élite irlandese del duca di Wellington, che tanto tennero duro nei quadrati di Waterloo. Ed ero indifferente ai lazzi dei miei compagni di classe che, da piccoli barbari illetterati quali erano, deridevano i colbacchi della Guardia e gli alamari degli irlandesi. Impermeabile a tutto, nella solitudine della mia cameretta, potevo finalmente dare vita alla Battaglia, la mia preferita: quella di Waterloo. E farla andare una volta per tutte come avrebbe dovuto andare fin dall’inizio: con la Guardia trionfante e gli Inniskillings in fuga verso la Manica…

Penso fosse il 1976 o 1977. E mentre in Italia il governo Andreotti III si reggeva sulla non belligeranza del PCI di Enrico Berlinguer; mentre Aldo Moro tesseva la tela politica delle alleanze spericolate che da lì a poco lo avrebbe portato alla sua tragica fine e a Ginevra gli emissari di Leonid Breznev e Jimmy Carter cercavano di trovare il modo per evitare che il Pianeta saltasse in aria come un mortaretto di San Silvestro io conquistavo la mia Haye Sainte di Lego pensando “un giorno ci andrò davvero…”

E il giorno è giunto, anche se con circa 40 anni di ritardo. Non so perché, in questi anni sono andato in tanti posti (compresi alcuni che non valevano la pena) ma mai sulle ondulate distese di grano così vicino a Bruxelles, ma tant’è.dsc00438

Persone prosaiche potrebbero dire che in fondo non è nulla di che. Solo una vasta distesa di campi anonimi, come se ne trovano in mille altri posti, con qualche fattoria isolata e nel mezzo un’orrida rotonda neoclassica ai piedi di una collinona finta con in cima un leone trionfante, eretta sul punto in cui l’erede al trono dei Paesi Bassi fu leggermente ferito a una spalla e pianse per la bua, mentre tutt’attorno i soldati del suo corpo d’armata cadevano come mosche. Piccolo piagnone viziato e capriccioso.

hougomountInvece quei campi mi hanno colpito moltissimo. Varie ore e 15045 passi andando su e giù, dal villaggio di Waterloo al collinone tamarro (266 gradini), dai campi di grano di non si sa dove fino al castelletto di Hougoumont, spiando dalle feritoie e immaginando di vedere spuntare la fanteria di Reille che – per l’ennesima volta – cerca di conquistare frutteto e fattoria oppure – volgendo lo sguardo verso il collinone tamarro – ricordare che era da lì che passarono le sventate cariche di cavalleria di Ney e l’ultimo attacco degli Immortali che attraversarono i campi di grano in quadrati perfetti e pagarono con la distruzione pochi attimi di smarrimento, quando da non si sa dove, giunsero raffiche sparate non si sa da chi.

Certo, il sito offre vari svaghi. Il museo sotto la collina – ad esempio – con la sua interattività è molto piacevole e si può godere di un film sulle diverse fasi della battaglia assai coinvolgente e divertente. In omaggio ai tempi moderni il film è in 4D cioè alla profondità del tridimensionale aggiunge anche elementi sensoriali (ad esempio odor di bruciato quando gli incendi fanno crepitare la Haye Sainte) e sono certo che la prossima volta che ci tornerò sarà in 5D, con pallottole vere che colpiscono gli spettatori, per far si che si immedesimino ancora di più nella tonnara. Però al di la degli svaghi del XXI secolo è la forza evocativa dei campi e delle fattorie quella che veramente colpisce, lasciando più domande che risposte. Ad esempio, come fu possibile che Napoleone quasi riuscisse a vincere? le posizioni di Wellington sembravano inattaccabili: trincerato in collina, nascosto dentro fattorie circondate da solide mura in pietra, protetto dal fango che aveva reso quasi impossibile il tiro a rimbalzo dell’artiglieria francese e rallentato sensibilmente le cariche di cavalleria. Eppure…

Eppure malgrado la formazione sbagliata, le quattro divisioni del generale d’Erlon quasi spezzarono il centro dei coalizzati. Malgrado i nervi saldi dei fucilieri inglesi, le cariche di cavalleria quasi riuscirono a sfondare i quadrati perfetti. Malgrado ore di eroismo alla fine la Haye Sainte – la fattoria collocata nel cuore del campo di battaglia – venne quasi conquistata dai francesi e il dispaccio della vittoria quasi inviato a Parigi.

Che sarebbe successo se Napoleone avesse vinto? Facendo un po’ di ucronia possiamo dire che forse sarebbe cambiato poco. La sconfitta per gli inglesi sarebbe stata cocente e questo avrebbe ucciso sul nascere la carriera politica di Wellington, ma i fatti dimostrarono che – ad esempio – la forza offensiva dei prussiani era intatta, malgrado la botta di Ligny, due giorni prima della grande battaglia. Certo, forse si sarebbero ritirati verso il Reno perché comunque la forza dell’Armata del Nord galvanizzata da due trionfi (Ligny e Waterloo) sarebbe stata una brutta gatta da pelare. E gli austriaci? avanzavano tremebondi in 200.000, ma sarebbero stati capaci di reggere l’urto di una nuova Grande Armata di pari numero (o quasi)? O avrebbero preferito attendere – Dio solo sa per quanto – l’arrivo dei russi, così da fare una rimpatriata di Austerlitz?

Resto convinto che il tempo fosse tutto dalla parte degli Alleati e che – presto o tardi – Napoleone in un qualche posto d’Europa la sua Waterloo l’avrebbe trovata, perché da tempo ormai la guerra aveva cessato di essere un affare per la Francia e i costi economici e umani erano diventati insostenibili. Ma, anche se i membri della VII Coalizione (smentendo sé stessi) gli avessero offerto la pace, lui l’avrebbe accettata? Se guardiamo ai precedenti, notiamo infatti che di regola la pace preferiva imporla che farsela imporre, anche quando la ragione avrebbe dovuto suggerirgli il contrario.

Nel 1813 – cioè dopo il disastro in Russia – rifiutò la proposta avanzata da Metternich quale mediatore per conto dei coalizzati. Una proposta generosa, che avrebbe lasciato a Napoleone il trono e riportato la situazione all’incirca al 1805, togliendogli il predominio in Germania ma lasciando un po’ d’Italia. Ma Napoleone rifiutò, perché voleva “ancora una vittoria”. I negoziati di Praga andarono a rotoli e fu il disastro di Lipsia.

Eppure anche dopo Lipsia – quando tutto era evidentemente perduto – Napoleone rifiutò un buon accordo, quello proposto alla Conferenza di Francoforte a fine 1813: riconoscimento delle “frontiere naturali” e ritorno alla Pace di Amiens, del 1802. Non era poco per un uomo a terra, ma Napoleone voleva “ancora una vittoria” per rilanciare richiedendo un paio di villaggi in più lungo il Reno, così, per feticismo dell’ultima parola. E la guerra raggiunse il suolo francese, per la prima volta dai tempi del Direttorio.

Napoleone vinceva una battaglia dopo l’altra, ma erano vittorie inutili. Non poteva rimpolpare le proprie fila esauste e – di sconfitta in sconfitta – gli Alleati si trascinavano verso una vittoria tanto immeritata quanto inevitabile. Eppure ancora venne offerta una chance a Napoleone, durante il Congresso di Châtillon: ritorno alle frontiere del 1792. Ma ancora Napoleone rifiutò, trovava inconcepibile lasciare la Francia più piccola di come l’avesse trovata, accettò la proposta di Francoforte, solo due mesi prima giudicata irricevibile, ma ormai era tardi. Prendere o lasciare. E lasciò, convinto che “ancora una vittoria” gli avrebbe ridato la possibilità di riportare il calendario indietro di poche settimane. Non fu così e giunse l’abdicazione.

Ma anche ammettendo le due opzioni improbabili – vale a dire la disponibilità dei coalizzati di dare fiducia a Napoleone e quella dell’imperatore di rinunciare all’ultima parola – che cosa sarebbe cambiato nella storia d’Europa? Molto nel breve periodo, non molto sul medio-lungo. In Francia non ci sarebbe stata la Restaurazione, Napoleone avrebbe regnato ma per quanto? la salute era quella che era e infatti morì meno di 6 anni dopo la grande battaglia. Mettiamo pure che fosse riuscito a vivere un po’ più a lungo e abbandonare questa valle di lacrime non nel 1821 ma – ad esempio – nel 1830, forse sarebbe salito al trono il figlio, Napoleone II. Che morì di tisi nel 1832, a 21 anni. Che sarebbe accaduto allora? Gli Orleans? la Repubblica o Napoleone III (solo 24enne?). Quale sia la risposta, possiamo azzardare che – dalla metà degli anni ’30 del XIX secolo – la storia di Francia non si sarebbe discostata molto da quanto accadde in seguito e forse l’Impero sopravvissuto a Waterloo sarebbe comunque caduto a Sedan.

E in Europa? Sarebbe forse cambiato ancora meno. La sconfitta dell’Assolutismo avrebbe accelerato il trionfo del Liberalismo ma non avrebbe influito – ad esempio – sull’affermazione del Nazionalismo, creatura della Rivoluzione Francese e del revanscismo tedesco. Quindi i moti di unificazione italiana e tedesca ci sarebbero stati comunque, forse solo un po’ prima.

E quindi? non è che in fondo la mattanza di Waterloo è stata inutile? non avranno sofferto invano decine di migliaia di uomini costretti a dormire sotto la pioggia per poi ammazzarsi in scontri corpo a corpo senza fine? Anche questo pensavo mentre camminavo a fianco del pazientissimo Andrea che gentilmente mi aveva accompagnato, rinunciando a un giorno di lavoro nel prestigiosissimo Parlamento Europeo.

Ma non ho detto nulla, ho preferito sciorinare noiosissimi dettagli stile “Guida Touring” mentre in testa mi ronzavano le immagini dell’attacco della Vecchia Guardia, guidata da Boney in persona al suono della “Victorie est à nous“, uno degli inni più popolari tra i colbacchi d’orso del I Impero. Ma il 18 giugno 1815 la vittoria fu degli altri.

 

 

 

 

 

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Je suis (encore) Charlie

Charlie Hebdo – la rivista satirica “martire” – ha pubblicato una vignetta bruttina e urtante sul terremoto che ha devastato l’Italia Centrale il 24 agosto scorso ed è subito polemica contro la perfida Gallia con tutta la politica – dal PD a FdI – unanimemente offesa, scandalizzata, colpita nell’onore.

vignetta-charlie-hebdo-terremoto-831678Però la satira non deve far ridere ma far riflettere, deve graffiare, talvolta deve far male, ma a chi? al Potere, non agli umili.

E io che penso? Beh ho guardato la vignetta come italiano e come persona che ha vissuto – anche se indirettamente – un terremoto e non mi sono sentito ferito. Mi sono sentito inquieto e infastidito, ma non contro Charlie. Ho riguardato la vignetta pensando a quello che mi stava dicendo, alla sensazione meno superficiale che mi provocava e ho capito che le persone descritte non erano ridicolizzate. Erano le vittime. Le vittime del terremoto ma – soprattutto – le vittime di una “prevenzione all’amatriciana”.

La vignetta non irride. La vignetta illustra la tragica verità. La verità di un Paese dove i soldi per la prevenzione vengono stornati per fare altre cose. Dove la gestione quotidiana è sempre superficiale su tutto, anche quando vanno di mezzo la vita delle persone. Dove non esiste una garanzia di qualità nel settore pubblico, ma questa viene a dipendere quasi esclusivamente dalla rettitudine dei singoli (che spesso c’è, spesso no). Dove gli imprenditori e i politici ridono pensando agli appalti della ricostruzione. Dove il sindaco di un paese devastato dal sisma e sconvolto da decine di vittime – coinvolto nel governo comunale ininterrottamente dal 1995 – gioca a fare il personaggio televisivo, fa lo scaricabarile e urla con il megafono “se mi indagano io me ne frego!” e dice di meritare l’Oscar (non il Nobel, l’Oscar, come si conviene a un attore).

Certo, la Protezione Civile è stata mirabile come sempre, perché siamo fondamentalmente gente perbene e se c’è da scavare scaviamo. Ma siamo schiavi della burocrazia idiota, dei vincoli di bilancio, della corruzione più alta d’Europa, di una classe dirigente immorale, di una superficialità genetica. L’articolo di Repubblica del 29 agosto che spiegava perché i soldi per la prevenzione ad Amatrice sono stati spesi in tutto meno che in prevenzione è illuminante nella sua descrizione del ping-pong di responsabilità tra provincia e comune, tra politici e amministratori, tra pubblico e privato.

E allora non offendiamoci per una vignetta crudele ma – a suo modo – vera. Non offendiamoci se qualcuno mette il dito sulla piaga.

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Degli amori felici e di quelli infranti

Revolver” compie 50 anni. Non mi metterò a scrivere fesserie sull’enorme qualità di quei 35 minuti di musica, su quanto sia stato innovativo, su come segni una cesura con la produzione beatlesiana precedente… e tutto il resto che potrei dire… Non dico nulla perché altri hanno proposto analisi musicologiche certo migliori di quelle che potrei fare io e dunque non ha senso cimentarsi.

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Ma in un album di capolavori assoluti – Eleanor Rigby su tutti – ci sono due tracce che lette assieme formano una storia. Sono Here, There and Everywhere e For No One. Il primo brano lo considero l’archetipo delle eterne illusioni di tutti gli innamorati grulli, mentre il secondo la doccia fredda della realtà…

Io immagino così… Il punto di vista è dell’uomo che – come si conviene – tra i due è il più imbambolato. In Here, There and Everywhere l’amore è appena nato, lui è felice, grazie a lei può “condurre una vita migliore”, perché è solo attraverso l’amore che sente di essere una persona completa, con una vita fatta di sentimenti pieni e condivisione totale.

Tutti questi pensieri positivi gli vengono dopo aver consumato un rapporto sessuale – pare che l’intesa fosse notevole – e lui, languidamente disteso, pensa a tutto il bene che gli sta derivando dalla sua relazione, a quanto sia felice, a come abbia bisogno di lei ogni momento.

Ed è convinto – povera anima – che l’amore in genere e il loro in particolare sia destinato a “non morire mai”. Si, Ciaone!

Alla fine probabilmente lei non ne può più del suo piagnucoloso ed eternamente eccitato morosetto. Probabilmente è stanca di starsene tutto il giorno a letto a farsi accarezzare i capelli, mentre fuori il Mondo continua a girare, vede una ragnatela sul soffitto e pensa che il frigo è vuoto e non si può continuare a vivere nudi, nutrendosi di soli baci e succo di frutta all’albicocca quasi scaduto. E decide di troncare.

Lo fa con un secondo capolavoro – questo meno noto del precedente – la struggente e drammatica For No One. Il povero innamorato viene scaricato ed è un fulmine a ciel sereno, non se lo aspettava. E – anche se il tutto è raccontato a ritmo di una allegra marcetta – la vicenda lascia attonito e infelice chiunque abbia un cuore.

La cosa peggiore nel venir lasciati forse non è la solitudine improvvisa, il vuoto che si apre, quanto la sensazione dolorosissima che la persona amata abbia realizzato che la propria vita potrà continuare anche senza di te. Anzi, che senza di te sarà addirittura migliore. Altro che lo Yin e lo Yang che si completano a vicenda, altro che “knowing that love is to share“…

No, lei decide che lui è ormai qualcosa che non serve più alla sua vita. Forse sono stati bene, ma non si ricorda più ne quando e neppure perché. Probabilmente c’è già un altro all’orizzonte. Un altro con il quale “believe that love never dies“. E quindi appena alzati gli dice – come diceva mia povera nonna – “biel, biel, tant biel, ma cumò vonde!” (per i non friulani: “è stato bello, tanto bello, ma adesso però basta”).

E lui – convinto che tutto stesse andando a gonfie vele – crolla miseramente. Lei è indifferente al suo dolore… Si alza, fa tutto con calma, non trascura nulla, si prepara bene e non ha rimorsi, tanto sa che è finita: She no longer needs you.

Nel lasciarlo ci sono delle lacrime, perché questo è richiesto dall’Etica dell’Abbandono. Ma lui guarda dentro lo specchio dell’anima nascosto dietro la cornea e non vede nulla, non vede amore o dolore. Vede lacrime “versate per nessuno”. Lei se ne va e lui resta in casa da solo. E ripensa a tutte le promesse di “un amore che avrebbe dovuto durare per anni”. E il dolore per se stesso si mescola a quello per lei: sta sbagliando, in quali mani cadrà, che farà ora, senza di me a proteggerla?

Non accetta che lei non sa che farsene di lui. E malgrado glielo abbia detto chiaro e in modo inequivocabile lui non ci crede ancora. Spera in un ripensamento, ma non esistono i ripensamente, al limite esistono le dilazioni.

Queste due piccole storie d’amore, che ho voluto legare assieme, connotano di placida quotidianità un album che amo definire “l’ultimo dei vecchi e il primo dei nuovi”, l’ultimo in bianco e nero. Poi, l’anno dopo, arriverà il Sgt. Pepper. I capelli saranno più lunghi, i colori più sgargianti. Ci sarà la Summer of Love e il mondo sarà pieno di fiori, pace e comprensione universali.

Per un paio d’anni appena, durante i quali si poteva credere che sarebbe stata la musica a cambiare il Mondo. Ma il Mondo non cambia mai, se non in peggio. E i fiori, i colori, le musiche e l’ottimismo saranno spazzati via dai bombardamenti a tappeto sul Vietnam e la Cambogia, che colpiranno non solo quegli sventurati paesi, ma l’anima dell’intero pianeta.

Attonito da tanto sangue, John Lennon invocherà inutilmente di dare “una possibilità alla pace”. Ma non ci saranno chance per nessuno. For No One. E sarà buio, dolore, rancore e morte ovunque. Here, There and Everywhere. 

Marckuck

JS71277316P.S. Non crediate che nel perdermi tra i meandri sentimentali abbia dimenticato la terribile e struggente storia di Eleanor Rigby.

La sua solitudine, il suo cuore pieno di amore che nessuno vuole, la sua vita in mezzo alla gente sola, che spesso non sa di essere sola.

E il suo morire ed essere seppellita senza nessuno a salutarla, con la sua tomba dimenticata. Che quando venne fugacemente inquadrata in Free As a Bird mi commosse fin quasi alle lacrime. Eleanor era esistita ed era morta e anche io ne ero responsabile.

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