E poi, all’improvviso, la nostalgia…

Stavo ascoltando Matteo che recitava la solita stracca parte davanti al solito coro muto e plaudente di quel che resta del suo partito quando sono stato colto da un’improvviso groppo, un bruciore agli occhi e in bocca il sapore amaro della nostalgia.

Ho sempre amato la Politica, fin da bambino. Ci sono cresciuto in mezzo, se ne parlava in casa, si respirava nell’aria e riempiva le vite anche di chi non voleva farsele riempire, tra attentati rossi, bombe nere, minacce di bombe atomiche, colpi di stato e intentone era difficile non sapere che ti accadesse attorno. E com’era tutto diverso quando ero ragazzino…

Ricordo le crisi di governo, una all’anno, per ragioni apparentemente incomprensibili, con il mistero dietro le porte stuccate del Quirinale e gli intrighi sotto il tappeto… Ricordo le ipotesi e le ricostruzioni dei giornali, quasi sempre sballate, che però mi bevevo cercando di formulare pronostici ancora più sballati.

Poi ricordo i congressi dei partiti, che iniziavano con le interminabili relazioni del segretario di turno e duravano svariati giorni, seguiti con attenzione ad ogni dettaglio dalla stampa e dalla tv e che io ascoltavo nelle mirabili dirette di Radio Radicale mentre fingevo di fare i compiti.

I congressi del PCI erano francamente incomprensibili come una Stele di Rosetta senza la parte in greco; un linguaggio cifrato e iniziatico, un periodare complesso, una retorica apparentemente unitaria, dietro la quale vi erano mille sfumature, mille differenze, mille non detti… Molto più divertenti i congressi della DC. Innanzitutto perché non si sapeva chi avrebbe vinto perché la Balena Bianca, con tutti i suoi difetti è sempre stata un vero e grande partito democratico e poi anche perché accadeva sempre qualcosa: fischi, urla, tradimenti, imbrogli, rotture epocali e riconciliazioni impreviste. Tutto questo raccontato su Repubblica dal più grande cronista politico che io ricordi: Giampaolo Pansa, un principe di umorismo sottile, di cattiveria, di gusto dello sberleffo e di analisi sopraffina.

Oggi non si fanno più i congressi, chi lo sa mai perché. I partiti hanno perso anche la finzione delle procedure democratiche, il PD ha scelto la strada bonapartista dell’elezione diretta del Capo attraverso percorsi muscolari e dai tratti ambigui durante i quali si parla di tutto meno che di politica… Ma almeno il PD finge ancora che la democrazia interna esista, sugli altri grandi partiti invece – la LN, FI e il M5S – è decisamente meglio soprassedere.

Poi ricordo le giornate elettorali. La legge con la quale gli italiani erano chiamati al voto era sempre quella (ah, che civiltà!) e gli orari pure. Il giorno del voto era preceduto dalle tribune politiche di Jader Jacobelli, arbitro asettico e imparziale di dibattiti complessi e talvolta molto accesi, sempre su questioni pressanti, nel rispetto dei tempi e senza il darsi la voce e ripetere slogan che caratterizza i talk show odierni. Erano momenti cruciali, talvolta storici, come quando Enrico Berlinguer annunciò a sorpresa la rottura con Mosca:

“La capacità propulsiva di rinnovamento delle società che si sono create nell’Est europeo è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi e che ha la sua data d’inizio nella Rivoluzione socialista dell’Ottobre. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude. Noi pensiamo che gli insegnamenti fondamentali che ci ha trasmesso prima di tutto Marx e alcune delle lezioni di Lenin conservino una loro validità; e che d’altra parte vi sia tutto un patrimonio e tutta una parte di questo insegnamento che sono ormai caduti e debbono essere abbandonati e del resto sono stati da noi stessi abbandonati con gli sviluppi nuovi che abbiamo dato alla nostra elaborazione, centrata su un tema che non era centrale in Lenin. Il tema su cui noi ci concentriamo è quello dei modi e delle forme della costruzione socialista in società economicamente sviluppate e con tradizioni democratiche, quali sono le società dell’occidente europeo.” (Tribuna politica, 15 dicembre 1981).

Chi mai sarebbe oggi capace di parlare così? Se anche qualcuno ci provasse, verrebbe subito interrotto dal giornalista, terrorizzato che lo spettatore costretto a usare più di due neuroni possa andare in loop e cambiare canale. Mala tempora.

Il giorno del voto passava lento in attesa della chiusura delle urne, non c’erano sondaggi segreti e neppure exit poll farlocchi. Si aspettava pazienti che la Doxa diramasse le proprie proiezioni, ma il quadro diventava chiaro solo quando da Botteghe Oscure uscivano i dati dell’ufficio elettorale del PCI, affidabili quasi quanto quelli del Viminale, ma molto più rapidi… E veniva fuori che – grazie al sistema proporzionale – avevano vinto tutti.

Poi mi è venuta la nostalgia di quando non c’era internet con il suo bombardamento continuo di notizie (alcune vere, molte altre meno) ma bisognava aspettare i telegiornali e il quotidiano del giorno dopo. Il mio risveglio era il GR delle 7.00 mentre mi preparavo per andare a scuola, con le sue notizie su un qualche accordo concluso nella Sala Verde di Palazzo Chigi tra Confindustria e Cgil-Cisl-Uil con il governo a mediare. Accordo concluso sempre di notte, a orari impossibili, tra il fumo delle sigarette e l’attesa snervante dei lavoratori delle categorie coinvolte, lontano ricordo di un Paese in cui si credeva ancora che si cambia assieme, si cresce assieme e che parlare e trovare un punto di intesa sia comunque la soluzione migliore.

Talvolta accadeva qualcosa di grosso nel corso della notte… più volte nella metà degli anni ’80, ad esempio, il GR informava che “a Mosca da alcune ore radio e televisioni trasmettono solo musica classica e le normali programmazioni sono interrotte“… Angoscia e mistero che giungevano dal Grande Impero dell’Est, l’Impero chiuso, misterioso, potente e nemico eppure – a suo modo – grande elemento di stabilità e sicurezza che oggi, in questo casino tragico e bislacco, non si può non rimpiangere.

Insomma molta nostalgia improvvisa, per una stagione politica irrimediabilmente perduta, per i suoi rituali, i suoi compromessi e le sue bassezze. Ma forse – soprattutto – una nostalgia e una malinconia per l’adolescente che ero, per tutte le cose che speravo di fare, per la convinzione infantile e ingenua che se avessimo vinto noi, allora sarebbe stato tutto diverso, che avremmo saputo chi aveva ordinato le Stragi di Stato e lo avremmo punito, la corruzione avrebbe smesso di sporcare tutto e l’intera Penisola sarebbe diventata bonaria ed efficiente come Reggio Emilia, con i suoi asili modello, i suoi partigiani al lambrusco e le sue aiuole fiorite.

Povero ingenuo che ero…

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Alla ricerca di Enrico

Brown, J. R.; Final Horse Charge of Richard III at Bosworth Field; Blackpool Town Hall; http://www.artuk.org/artworks/final-horse-charge-of-richard-iii-at-bosworth-field-150311

Lo dico e lo ridico: se volete capire il presente leggete libri di Storia, ma non storia di ieri, storia dell’altro ieri o ancora più indietro. Ad esempio passare l’estate alle prese con 4 libri sulla Guerra delle Due Rose mi ha consentito di capire meglio la crisi del centrosinistra italiano e il ruolo di ogni singolo personaggio.

All’origine c’è un re legittimo, il capo della Rosa Rossa: Enrico VI di Lancaster. E’ una brava persona, come tutti riconoscono. Riflessivo, pacato, molto pio, profondamente studioso. Ma è inerte, debole, al momento di affondare la lama si tira indietro, sembra più adatto a fare il monaco che il re e questa sua indecisione porta a perdere guerre già vinte, genera scontento nella sua Casa e favorisce il sorgere di una fazione diversa, più giovane e più volitiva. Enrico VI è Pierluigi Bersani.

A fianco di re Enrico vi sono due figure chiave. Innanzitutto la moglie, Margherita d’Angiò, costretta a un matrimonio d’interesse con un uomo che più di tanto non ama e non stima, profondamente decisa, caparbia, scaltra, amante del potere e dell’intrigo, costantemente intenta a complottare per l’affermazione dei Lancaster, grazie alla quale si affermerà lei stessa, pronta a governare il regno da dietro una tenda. Margherita d’Angiò è Massimo D’Alema (le iniziali sono pure le stesse…). E infine l’erede, dipinto come compendio di ogni virtù, ma in realtà debole, incerto e poco carismatico, Edoardo di Lancaster era un bravo giovine ma poco di più, un buon principe di Galles per tempi normali, ma l’Inghilterra di fine XV secolo non era un posto “normale”. E beh, l’onesto, giovane e un po’ insapore Edoardo è Roberto Speranza.

Veniamo alla fazione opposta, gli York, le Rose Bianche. Di fronte al progressivo indebolirsi del regno di Enrico VI si erge la ribellione di Edoardo di York. Edoardo è giovane, coraggioso, deciso, volitivo, ambizioso e tenace, al punto da rovesciare il trono e insediarvisi lui stesso, diventando Edoardo IV. Però le doti di Edoardo sono più adatte a conquistare un trono che a conservarlo: assunto il potere si vendica dei nobili che non lo hanno sostenuto fin dal principio, privandoli dei titoli per donarli ai suoi sostenitori: vecchie casate cadono nella polvere sostituite da giovanotti ambiziosi di incerto passato, rispettabili dignitari vengono accompagnati alla porta in modo brusco e i loro incarichi distribuiti a personaggi di nulla competenza, ma cari al re per aver cacciato con lui in gioventù o per averne condiviso le notti in qualche casa compiacente. Non serve molta fantasia per capire che Edoardo IV è Matteo Renzi.

Edoardo all’inizio gode di grande popolarità: è giovane, spavaldo, presente ovunque, tutt’altra aria rispetto al sonnacchioso regno di Enrico VI. Però alla lunga lo scontento riprende a serpeggiare – abilmente fomentato dai partigiani dei Lancaster – i benefici del nuovo regime non si vedono malgrado le promesse della “luminosa estate” che ha sostituito “l’inverno dello scontento”, grazie ovviamente al Sole degli York. Particolarmente detestata è la consorte del sovrano, Elisabetta Woodville. E’ una donna giovane e bella, di incerti natali, ambiziosissima, poco interessata alle sorti del Regno e con un codazzo di parenti (il padre, i fratelli…) da sistemare in ruoli di potere e di alto reddito. Ed è lei che instilla i consigli peggiori nelle orecchie di Edoardo, il quale non sa negarle nulla. E questo suo continuo accondiscendere rafforza lei, ma indebolisce lui. Elisabetta la facciamo interpretare a Maria Elena Boschi, mi pare calzi…

Maestosa e complessa nella sua drammatica contraddittorietà è la figura di Riccardo Neville, conte di Warwick, il “King Maker”. Tiepido sostenitore dei Lancaster spostatosi sul versante York, convince Edoardo a usurpare il trono e ne diventa il punto di riferimento; è il nobile con più oro, più castelli e più soldati ed è convinto di poter governare per interposta persona. Ma le cose non vanno così: progressivamente i rapporti tra il re e Warwick si raffreddano e nel mezzo la regina che soffia sul fuoco per rimanere la sola capace di controllare il re. Allora Warwick decide di fare un “ribaltone”, rovesciando Enrico e cercando di promuovere l’avvento al trono di una figura insapore e inoffensiva come il fratello del re, Giorgio di Clarence (Paolo Gentiloni) ma – quando si capisce che neppure questo è sufficiente a placare la smania di potere e di rivalsa di Edoardo e del suo clan di favoriti – scarica Clarence e rompe definitivamente per ritornare tra le braccia dei Lancaster, stringere un accordo con Margherita che alla fine lo porterà alla sconfitta e alla tomba. Chi è che insedia e ribalta i sovrani? Per certi versi Dario Franceschini, al quale auguriamo – ovviamente – un destino migliore del povero Warwick, il “quasi re” mai incoronato.

Poi le figure minori. Il duca di Buckingham, che prima sceglie la causa degli York aiutando Riccardo di Gloucester a usurpare il potere dopo la morte del di lui fratello Edoardo, per poi ritrarsi disgustato davanti al dramma dei principi bambini nella Torre, legittimi successori al trono, assassinati nel corso della violentissima lotta per il potere che si scatenò in seno alla fazione York alla fine del regno di Edoardo. Si ribella, ma è tardi, la sua credibilità è debole anche sul versante Lancaster, cerca una sorta di rivalsa solitaria e mal gestita che finisce con la sua testa su una picca. E’ Andrea Orlando, lo yorkista buono, il ribelle tardivo.

E poi Lord Stanley, conte di Derby. Nobile importante e prestigioso, era incerto su quale causa favorire, sposò una nobildonna del clan Lancaster, ma andava a caccia con Edoardo di York e poi con il fratello Riccardo. Preparava complotti in favore della vecchia dinastia, ma ne rivelava i contorni (pur non i dettagli) alla nuova. Insomma, oscillava tra l’uno e l’altro sempre incerto, non si sa se per carattere, per scaltrezza, per cinismo o per intimo turbamento. Fatto sta che – alla fine – di lui si trovarono a diffidare sia i Lancaster che gli York. E’ Giuliano Pisapia, eternamente indeciso, potente quanto basta per volerlo dalla propria parte, ma che in fondo nessuno sente veramente come proprio.

Alla fine la mole di errori compiuta dagli York portò la fazione Lancaster – o meglio, il poco che ne restava – a prevalere. Ma i “vecchi” o erano morti, oppure emarginati. Emerse un giovane principe con un po’ di sangue Lancaster nelle vene. Un uomo che combatteva solo se non c’erano altre strade, che alla violenza della lotta preferiva la ragionevolezza dell’analisi politica sembrando così forse meno deciso, meno volitivo, ma capace alla fine di salire sul trono e di restarci, tenendo assieme un po’ dell’antica tradizione con la conoscenza e le idee dell’epoca che stava per affermarsi. Nessuno gli diede credito per lungo tempo: troppo debole militarmente, con pochi uomini e poche risorse, troppo indietro nella linea di successione. ma – alla fine – riuscì a prevalere, contro ogni pronostico: per certi versi un connubio tra passato e futuro, un sovrano capace di traghettare l’Inghilterra della tarda età feudale in quella nuova del Rinascimento in arrivo.

Enrico Tudor, alias Enrico VII. Nella mia ricostruzione oziosa e post-prandiale non trova una figura in grado di incarnarlo. Radici nel passato, ma capacità di leggere il futuro. Razionale e ragionevole, ma saldo quando serve, sulle questioni di fondo. Ci servirebbe un Enrico Tudor, ma non se ne vedono in giro. Mi piacerebbe fosse Giuseppe Civati, almeno sappiamo che lui il Rinascimento lo conosce.

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Un ultimo sfarzo di colori…

Nell’arco di poche ore sono stato portato a riflettere su due questioni, secondarie per chiunque, ma di capitale importanza per me.

La prima delle due riguarda le mie preferenze di lettura. Stavo parlottando con un amico che ha iniziato a interessarsi al mondo folle e turbinoso del ‘500 europeo e gli ho suggerito di procurarsi Rinascimento Privato di Maria Bellonci. Il suo commento mi ha stupito: “strano che leggi così tanti libri di storia scritti da donne, pensavo che essendo tu così conservatore considerassi quello dello storico un mestiere da uomo!

L’osservazione era troppo interessante per non rifletterci, al punto che non ho neppure reagito all’idea che evidentemente ha di me: quella di un arcaico fallocrate brontolone.

Non è vero che vi sia un dominio delle donne nella mia biblioteca storica, ma è vero che alcuni dei libri che maggiormente amo e talvolta rileggo sono scritti da una donna. E credo realmente esista un modo “femminile” per raccontare la Storia, che la rende più leggera, più piacevole, anche se per questo non meno rigorosa. In effetti ho alcuni libri scritti da Grandi Storici che sono opere importanti, ma illeggibili; penso ad esempio all’Impero degli Asburgo dell’accademico oxfordiano Carlile Macartneyun dottissimo e interminabile mattone di 1066 pagine mai alleggerite da un aneddoto, una curiosità, una frase a effetto, un aggettivo che colpisca… Oppure penso al periodare contorto di Renzo De Felice, a tratti incomprensibile come una Stele di Rosetta alla quale manchi la parte in greco: mi sono avventurato un paio di volte nella sua pachidermica biografia di Benito Mussolini, che so essere in assoluto quanto di meglio sia stato mai scritto sul tema, se solo si riesce a dipanare l’indipanabile matassa…

Ovviamente ci sono fior di storici maschi godibilissimi alla lettura e prestigiosissimi dal punto di vista scientifico (la Storia delle Crociate di Runciman, ad esempio, è un poema epico, o – spostandosi di un continente e qualche secolo – I Mille Giorni di J.F. Kennedy di Arthur Schlesinger jr., ma l’elenco potrebbe continuare… in fondo ne ho già parlato in due post di alcuni anni fa )… Lo so, è una riflessione difficile da fare in tempi in cui per non prendersi troppe responsabilità si eliminano le desinenze dei generi per sostituirle con dei pavidi asterischi (“vi amo tutt*!“), ma la faccio comunque: le donne che scrivono di storia hanno spesso un gusto per il dettaglio, un occhio per il particolare, una propensione per la lettura psicologica e intimistica nonché una qual certa attenzione al contesto ambientale che a volte in molti storici fatichi a trovare e chi – come me – non è uno storico di professione, ma legge per il piacere di leggere, ha bisogno di tutto questo.

Un tocco qua o la, come ad esempio questo: “da quel giorno del 1004, quando l’aristocratica bizantina Maria Argyropoulaina utilizzò la piccola forchetta d’oro a Venezia, il comportamento degli occidentali a tavola non sarebbe stato più lo stesso” (Judith Herrin, Bisanzio). Questo non impedisce però che la narrazione sia complessa, anche se talvolta alleggerita da qualche “nota di colore”. Come ne Lo Stato Bizantino della brillantissima Silvia Ronchey che con le sue note sul bizantinista sovietico Alexander Kazhdan mi ha aperto gli occhi su un punto: la Storia – per citare Croce – è sempre storia contemporanea e Kazhdan fu perseguitato per la sua lettura troppo positiva dell’Età dei Comneni considerati dagli storici di regime eccessivamente filo-occidentali e filo-capitalisti. E’ un tema complesso, un “duello in maschera” tra l’intellettuale e il regime per citare la Ronchey, che con grazia e chiarezza è riuscita a spiegarmelo, almeno in parte.

Altre volte la “leggerezza” femminile riesce – in una frase soltanto – ad aprire uno squarcio su un intero mondo. Come Barbara Tuchman nel suo “I Cannoni d’Agosto“, premio Pulitzer nel 1962, consultato più volte da John Kennedy durante i 13 giorni della Crisi di Cuba. La Tuchman nell’analizzare la personalità del feldmaresciallo Alfred von Schlieffen scrive che esistono due tipi di ufficiali prussiani: “i colli taurini e le vite di vespa“. E in un pugno di parole descrive perfettamente l’eterna, contraddittoria sfida della Germania con se stessa, in un perenne, incerto equilibrio, un po’ barbarica e un po’ civile e integrata nel concerto europeo delle Nazioni.

Ma non si creda che le storiche abbiano il palato troppo fine e lo stomaco troppo delicato per raccontare le cose come effettivamente andarono. Antonia Fraser nella sua monumentale biografia dedicata alla tragica vita di Maria Stuart racconta l’esecuzione della regina con toni pulp: “Il primo colpo fracassò parzialmente la nuca, gli astanti dissero che in quel momento Maria aveva sussurrato le parole: «Dolce Gesù». Il secondo colpo recise completamente il collo, fatta eccezione per un tendine, che fu infine tagliato usando la scure come una sega.

Insomma, non guardo al sesso dell’autore di un libro per capire se mi piacerà o meno, ma talvolta attuo delle “discriminazioni positive” e di sicuro una Gran Dama come Benedetta Craveri sarà sempre acquistata a scatola chiusa, alla cieca e sulla fiducia, eternamente debitore per il profumo di Settecento che emana dai suoi elegantissimi libri

La seconda questione sulla quale mi sono trovato a riflettere – emersa a cena con amici – è relativo allo studio della Storia nella scuola. Si è detto a tavola che “troppo tempo viene dedicato allo studio della storia antica mentre si dovrebbe studiare meglio il ‘900“. E’ un tema rispettabile, non particolarmente innovativo a dire il vero, ma legato all’idea che sia fondamentale creare una coscienza civile, una consapevolezza della cittadinanza e questo è particolarmente importante in tempi come gli attuali, in cui il tessuto connettivo del Paese sembra sempre più fragile.

Vedo due potenziali controindicazioni, tra loro per certi versi legate. Innanzitutto, su troppi temi della storia contemporanea non esiste una “verità storica” condivisa e troppe tragedie della Storia più recente sono usate tutt’ora come clava politica. Inoltre, accendere i riflettori sui drammi del ‘900 può togliere unitarietà e prospettiva all’interezza della Storia che – in fondo – va raccontata ai giovani nella speranza che la facciano propria, si appassionino e vogliano saperne di più, scoprano una fame di Assiro-Babilonesi, di enclosures inglesi o di Grande Depressione, ricordando che non si inventa mai nulla e tutto è già accaduto, con contorni e modalità solo in parte diverse: racconta l’omicidio di Enrico IV ad opera del fanatico cattolico François Ravaillac e capirai l’attentato in cui perse la vita Yitzhak Rabin, assassinato da un sionista estremista. Studia i legami tra letto e potere ai tempi di Luigi XV e ti sarà più chiaro quello che si muove politicamente attorno a Silvio Berlusconi.

Oppure rifletti sull’Act for the Relief of the Poor del 1601 firmato da Elisabetta I che prevedeva che: a) gli inabili al lavoro ricevono un sussidio pubblico; b) quelli in grado di lavorare vengono inseriti in opifici pubblici; c) i figli dei poveri vengono avviati all’apprendistato; d) la responsabilità di stabilire chi ha diritto a cosa è decentrata a livello distrettuale. Se traduci i 4 punti di cui sopra con un linguaggio “contemporaneo” (reddito di cittadinanza; lavori socialmente utili; politiche di inserimento al lavoro stile work experience e ruolo dei Centri per l’impiego) avrai la retorica del “nuovo welfare” e degli ammortizzatori sociali innovativi di cui i politici si riempiono la bocca…

Ma conoscere il ‘900 è giusto. Aiutare i giovani a diventare cittadini è doveroso. Ma non lo si faccia a scapito della conoscenza del passato, anche quello più remoto. Avanzo pertanto una proposta totalmente rivoluzionaria e acronotopica: si aumentino le ore di Storia in ogni ciclo di studi, magari sforbiciando da qualche novità demagogica degli ultimi anni…

Non priviamo i ragazzi della possibilità di lasciar correre la fantasia. Lasciamo che si godano “Il Trono di Spade” al meglio, anche perché qualcuno ha raccontato loro dell’Anarchia del XII secolo o della Guerra delle Due Rose e facciamoli incontrare con la poesia del racconto storico: “il Sole del vecchio mondo stava calando con un ultimo sfarzo di colori: uno sfarzo che nessuno avrebbe più veduto”. Così scrive nel suo celeberrimo incipit Barbara Tuchman ed è anche su questi mondi scomparsi che bisogna accendere i riflettori…

P.S. Questo post è dedicato al reverente ricordo di Marc Bloch: la sua Apologia della Storia mi ha aperto la mente, la sua vicenda umana mi ha aperto il cuore.

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5 cose che un E-book non potrà mai fare…

Uno dei vantaggi del diventare vecchi è che i pregiudizi sono socialmente un po’ più accettabili e non ci si sente obbligati a farsi piacere tutte le novità per paura di sembrare sorpassati, vittime della smania di rimanere in equilibrio sull’onda, come attempati surfisti.

Ad esempio, giorni fa un mio amico – tipo da letture raffinate – mi ha detto “ormai leggo solo ebooks!”. Entusiasmo da neofita? Forse, ma visto che è tutt’altro che sciocco, ho riflettuto sulla differenza tra il tradizionale libro cartaceo (più costoso e inquinante) e l’ebook, che è tanto pratico, ti porti dietro in pochi grammi centinaia di titoli, sta in una tasca e blablabla.

Tutto vero, ma ecco 5 sensazioni che l’ebook non ti può dare:

Il libro è tattile. Di un libro non si apprezza solo il contenuto. Ma la copertina, il colore, il profumo della carta, la qualità della stampa… Il libro è anche un oggetto e taluni oggetti sono più belli di altri. Ed è di aiuto nei momenti in cui hai bisogno di stare da solo; ad esempio durante gli anni dell’università, dopo un esame, sfogavo il calo di tensione riordinando la libreria, cambiando disposizione ai libri e – con l’occasione – sfogliando, toccando, confrontando e soppesando… E lo faccio ancora quando sono triste o magari ho voglia di stare un po’ solo. E certo riordinare i file su un pezzo di plastica e silicio non da la medesima soddisfazione.

Il libro si lega ai ricordi. Ho centinaia di libri e di molti di loro ricordo il momento esatto in cui li comprai. Ricordo con chi ero, perché li scelsi, quando decisi di leggerli (talvolta anni dopo l’acquisto). E di molti di loro ho pure la dedica di chi me li ha regalati, dediche che mi sono tutte care, ma qualcuna in particolare.

Come quella del 16 giugno 1992 sulla “Storia delle Dottrine Politiche” di George H. Sabine. Dovevo dare quell’esame all’università e il libro costava parecchio… me lo regalò la mia nonna adorata perché “per i tuoi 25 anni voglio regalarti qualcosa che ti resti“. E mi è restato, ogni tanto lo apro perché è un libro bellissimo e ogni volta gli occhi mi cadono sulla sua dedica. E provo un’emozione che nessun ebook mi potrebbe mai dare…

Il libro scalda l’ambiente. Non riuscirei a immaginare il salotto dei miei genitori senza la pila di libri a fianco del caminetto, così come non potrei immaginare il mio senza la libreria carica fino a crollare. La presenza dei libri in una casa comunica molto della persona che vi vive: gusti, interessi, opinioni. E la bellezza della successione di colori contribuisce ad arredare, a costruire un ordine cromatico che una parete nuda non potrà mai creare.

Ricordo, quando terminai gloriosamente le scuole medie, papà mi regalò l’Enciclopedia Rizzoli Larousse. Solo il Cielo sa quante ore della mia vita ho passato sfogliandola, inseguendo le definizioni, facendomi guidare dall’ordine alfabetico. Quell’Enciclopedia che mi ha seguito in tutti i luoghi dove ho vissuto e anche ora, mentre scrivo, è proprio sopra la mia testa, un po’ impolverata, consultata meno che in passato, ma è sempre lì… Per me vuol dire “casa“.

Il libro è “privato”. Un ebook è normalmente acquistato online. Devi indicare una carta di credito, comunicare dati personali, rivelare interessi, insomma venire “profilato”. E mi pare che siamo già fin troppo “profilati” tra social network, mail tracciate, stregonerie varie… Mentre il libro è “privato”, è tuo e ne fai quello che vuoi senza che nessuno lo sappia. Ad esempio, ho sempre trovato un gesto molto personale e intimo regalare un libro che mi appartiene, perché tutti sono capaci di andare in libreria e comprarlo, ma privarsi di una cosa propria, che ci piace, per darla ad altri non è facile. Infatti l’ho fatto raramente. Contrariamente alla mia amica Nalisa che una volta mi ha detto di avere in libreria solo libri brutti, perché quelli belli li presta a chi vuole bene e poi non vengono restituiti.

Il libro “rompe il ghiaccio”. Quante volte annoiato in treno ho rivolto la parola a chi stava seduto davanti a me per scambiare due chiacchiere, partendo da quello che leggeva? E quante volte mi è successo lo stesso? In altre occasioni, invece, ospite in una qualche casa privata, durante una di quelle serate in cui si tengono assieme persone sconosciute che magari poco hanno in comune tra loro, sono stati i libri in uno scaffale a fornire l’occasione di iniziare una conversazione e – talvolta – il dorso di un libro rivela un titolo che possiedi anche tu e scopri una affinità impensata, una vicinanza intellettuale o di interessi che ti fa sentire meno ospite e più “a casa”.

Capità però che questa sia un’arma a doppio taglio. Ad esempio quando mi recai a casa del prof. Gianfranco Miglio per intervistarlo a margine della ricerca della tesi, lui mi condusse nella sua biblioteca privata – non dissimile dallo scriptorium del Nome della Rosa – e mi trovai circondato da libri antichi, da testi introvabili e – in una fessurina – un libro che avevo pure io, non ricordo quale, ma visivamente direi un Rizzoli Tascabile. “Questo l’ho anche io!” dissi giulivo. “Ah si? libretto mediocre…” replicò il prof…

Un’altra volta, infine, quando vivevo a Roma per fare ricerca sulla tesi, bazzicavo nella Biblioteca della Camera dei Deputati (da pochi anni aperta al pubblico, per decisione personale di Nilde Iotti) e c’era una ragazza con i capelli rossi e gli occhiali da prima della classe che leggeva sempre dei tomi sul Diritto Medievale in Sala delle Capriate. A me sarebbe piaciuto attaccare bottone (avevo 26 anni, ero magro o quasi, con tutti i capelli e soprattutto mi incuriosiva l’accoppiata ragazza secchiona-Magna Carta) ma non si creava mai l’occasione. Finché un giorno ci trovammo nel lentissimo e cigoloso ascensore (forse risalente al governo Salandra, chissà!)  e – a metà del viaggio verso la comune destinazione – ebbi la buona idea di citare la conclusione di un raccontino che avevo letto pochi giorni prima: “forse l’inferno è questo. Io e te in un ascensore per l’eternità“. E sorrisi. Come sorridono i ventenni cretini.

Lei mi guardò fredda e replicò: “Dio, sarebbe terribile“. Ecco, forse quel giorno, se avessi saputo che avrebbero inventato gli ebook, ne avrei voluto uno…

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Lacrime

Di questa edizione di Wimbledon mi hanno colpito le lacrime. Lacrime diverse tra loro, fotografie di stati d’animo contrapposti, ma capaci – ciascuna nella propria parte – di ricordare cosa aiuta a rendere il tennis così affascinante: la sua natura solitaria, la sua impossibilità di trovare conforto in una squadra nella quale si amplificano le gioie e annacquano i dolori e le responsabilità.

Le lacrime più terribili sono state quelle della povera Bethenie Mattek-Sands. La grande doppista – favorita per la vittoria finale, n. 1 al Mondo e attuale detentrice dei titoli degli US Open 2016 e degli Australian Open e French Open 2017 – che si fracassa il ginocchio (e forse la carriera). Stesa a terra urlante “help me! Please help me!“, mentre la sua avversaria non sa come aiutare e un po’ consola e un po’ piange e il pubblico assiste attonito per 15 minuti, tanto ci è voluto perché la poverina fosse portata fuori dal campo in barella.

Poi ci furono le lacrime di Donna Vekić, la biondissima fidanzata di Stan Wawrinka, che dopo aver sfiorato più volte la vittoria contro la favorita di casa Johanna Konta ha dovuto piegare la testa 10-8 nel set decisivo. Sono le lacrime di chi ha fatto tutto il possibile, ha sfiorato la gloria e l’ha vista sfumare e non ha retto alla delusione. Non dissimili le lacrime del povero Mate Pavić, anche lui croato come Donna, giunto in finale nel doppio (e il doppio sui prati di Wimbledon è ancora una cosa seria), nettamente il migliore in campo tra tutti e quattro i giocatori, per quasi 5 ore ha fatto l’inimmaginabile eppure alla fine, giunto talmente vicino alla coppa da appannarla con l’alito, ha perso. Perché il tennis è uno sport violento e crudele. 13-11 al 5° set per gli altri, per “quelli bravi”.

Tra tutte le lacrime, però le più sorprendenti sono state quelle di Marin Čilić (pure lui croato! quanto frignano questi croati…) durante la finale. La partita era cominciata bene per il cecchino di Medjugorie, teneva il servizio con autorità, era aggressivo nei turni di risposta, va in testa nel primo set 3-2. Poi la partita termina, dopo appena 20 minuti, inspiegabilmente: Roger mette la marcia in più e porta a casa 7 giochi consecutivi. A questo punto, Marin ha una crisi di pianto dirotto, con la testa nascosta dall’asciugamano e il corpaccione scosso dai singhiozzi: è il pianto di chi si sente perduto e non sa che pesci pigliare. La versione ufficiale è “aveva una piaga al piede, piangeva per il dolore”, ma non regge: è un giocatore professionista, queste cose le sa gestire e in fondo dopo il cambio delle bende non mi sembrava particolarmente menomato nei movimenti.

Sono convinto invece che le sue fossero le lacrime di chi sente su di se gli occhi del Mondo, è consapevole che i 15.000 del Centrale (con l’eccezione di un piccolo manipolo di croati) attendevano solo la sua sconfitta per esultare e che – forse – l’occasione di giocare la finale a Wimbledon non gli capiterà mai più nella vita. Era il giorno sognato da sempre e tutto stava andando nel peggiore dei modi.

Dopo le lacrime da straziante dolore, le lacrime della delusione e quelle del “panico da palcoscenico” ecco infine le uniche lacrime dolci, quelle della gioia della Vittoria. Le lacrime del sogno raggiunto, le lacrime del ritorno, le lacrime guardando la propria famiglia felice, stringendo la coppa tra le mani. Le lacrime di Roger Federer, per l’ottava volta Re di Wimbledon. E assieme alle sue, le nostre, che tanto abbiamo atteso questo giorno, volendo bene a uno sconosciuto come se fosse uno di famiglia, festeggiando le sue vittorie come fossero nostre e soffrendo perché consapevoli che questi fuochi d’artificio sono tra gli ultimi, perché il tempo passa per tutti, per Roger solo più lento, ma passa anche per lui… ahimè.

Invidio chi ama gli sport di squadra, con i grandi campioni che se ne vanno ma la vita che comunque si rinnova. Per chi ama il tennis il cuore può battere nell’arco di ogni generazione solo per un giocatore alla volta e quello che accade lo si vive come le storie di antichi Re seduti sul trono di Regni perduti ma non dimenticati. Si amano i guerrieri come Jimmy Connors, le menti superiori dei ragni tessitori come Miloslav Mečíř, le regine dolci e fragili come Martina Navratilova, le teste matte come Marat Safin o i giocolieri come Gäel Monfils. Oppure, come nel mio caso, si cerca la reincarnazione dei Siddharta, dei nuovi Buddha che reincarnandosi passano la fiaccola del Genio da una generazione all’altra…

E’ una linea di sangue reale, come quella dei Capetingi. Che nella mia vita parte con Rod Laver, per trasmettersi poi in John McEnroe, in Pete Sampras e in Roger Federer. E in attesa del prossimo “Piccolo Buddha”, godiamoci le lacrime e la gioia di quello ancora in carica, vorremmo per sempre, sappiamo che non si può, speriamo almeno per un altro pochino…

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Venere, ancora una volta…

Ho 50 anni da meno di un mese, sono stanco di compromessi e voglio tutto. Ad esempio voglio che oggi Venus Williams vinca Wimbledon per la sesta volta e domani Roger Federer lo vinca per l’ottava.

I miei lettori – sempre di meno, ahimè – dovrebbero sapere che il mio cuore pulsa per l’animo turbolento, dolce e incazzoso di Serenona, in dolce attesa da qualche parte del Pianeta. Delle due Williams, Serena è quella grossa, rissosa, muscolare, fragilissima mentre Venere è una statua di ebano, un’opera d’arte africana di quelle che forse ispirarono i volti delle “Demoiselles d’Avignon” di Picasso o certi studi di nudo in blu di Matisse.

Insomma, Venere è la più grande, la prima a raggiungere il successo planetario, la più bella. Ma è anche quella con la salute più fragile, quella con la quale Serenona divideva più di frequente il letto singolo durante l’infanzia perché le sorelle erano 5 ma i soldi bastarono solo per comprare 4 letti e dunque a turno la più piccola dormiva un po’ con l’una e un po’ con l’altra. E questo è servito loro – nei racconti di Serena – a capirsi meglio, a essere più legate, più complici.

Ma la bellezza di Venere non piace a tutti: durante gli Australian Open del 2017 un commentatore della ESPN – subito bombardato di critiche e insulti – ebbe la pessima idea di paragonarne i lineamenti a quelli di un gorilla. A conferma che per una donna nera, anche giovane, bella e multimilionaria, il rischio dell’insulto, dell’umiliazione a sfondo razziale è sempre dietro l’angolo. I tempi di Althea Gibson (11 slam vinti tra singolo e doppio nel triennio 1956-58), che subì l’onta di veder uscire le giocatrici bianche al suo ingresso negli spogliatoi degli US Open, sono solo apparentemente lontani.

Dall’altra parte della rete ci sarà Garbine Muguruza, bella e inutile come il 90% delle tenniste di oggi. Garbine parte favorita, ma la favola e il cuore mi indicano Venus, anche se non penso che alla fine la Regina Nera sia in grado – alla lunga – di mangiare la Regina Bianca, ma nulla mi impedisce di sperare, fino all’ultimo, fino a quando l’arbitro non dirà “game, set and match Muguruza“.

Ma questo post deve terminare. Sono le 14.00 (ora di Wimbledon) e stiamo per dare inizio alla contesa, in fondo S.M. Juan Carlos di Spagna e S.A.R. il Duca di Kent sono già al loro posto, mica posso farli attendere oltre!. Temo che per una questione di fusi orari e gravidanze avanzate nel box di Venus non ci sarà Serenona a fare il suo tifo chiassoso. Ma se per caso dovesse esserci, allora tutto sarebbe perfetto.

P.S. Non soffrite troppo per la povera Althea Gibson umiliata in spogliatoio: l’orgoglio ferito le permise di vincere gli US Open quell’anno e pure quello successivo. Non è da tutte.

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La piazza. E il salotto

A Tomaso Montanari e Anna Falcone non interessa passare il pomeriggio con Pisapia. Da un lato li capisco, pure io preferirei guardare una partita di Federer invece di ascoltare un comizio, ma c’è dell’altro in quello che loro dicono nella lettera aperta pubblicata su Huffington Post di oggi. E quell’altro è espresso con una retorica di alto livello – d’altra parte Montanari e Falcone non sono certo degli illetterati – al servizio di un pacchetto di argomenti già presentati in forma pubblica al Teatro Brancaccio una decina di giorni fa.

Peccato che si tratti di argomenti vecchi come il cucco: a) la superiorità della c.d. “società civile” su ogni forma di politica organizzata, dimenticando che la società civile non esiste e se esiste si fa i cazzi suoi e – in fondo – ha sempre i governi che si merita; b) la convinzione che vi sia una voglia di partecipazione inespressa che nessuno sa intercettare, mentre tutti gli studi di sociologia politica condotti dai tempi Harold Lasswell ad oggi testimoniano come il bisogno di partecipazione sia sempre elitario e che la massa venga al limite “mobilitata”. Cioè le moltitudini sono oggetti, non soggetti.

E poi questa mistica dei programmi “scritti dal basso” perché “si è persa un’occasione per ricostruire quell’alleanza tra la politica e il popolo delle diseguaglianze, senza la quale non c’è progetto politico che tenga, e che possa presentarsi alle elezioni con qualche chance di successo.” Il che forse è vero, ma mi sfugge la ragione per la quale un prestigioso professore ordinario di Storia dell’Arte e un’avvocata nipote di un ministro possano essere i simboli del “popolo delle diseguaglianze”. Siamo sempre all’élite, alla “legge ferrea dell’oligarchia” ben spiegata da Roberto Michels oltre 100 anni fa e mai superata.

Per carità, io non ho nulla contro le élite, anzi. Sono tutto meno che un “gentista” e quando nella storia è stato il popolo a condurre, anziché venir condotto, non è quasi mai venuto fuori nulla di buono. E per dirla tutta, io sono al 99% d’accordo con il 99% di quanto dicono Falcone & Montanari, ma quello che proprio non accetto è il voler fare politica fottendosene delle regole eterne della politica.

La Politica non è solo sogno e passione (anche se senza di questi non vai da nessuna parte) ma è pure paziente negoziato, compromesso, mezze scelte, ambizioni alte e tattiche meschine, spietata lotta per il potere, intrigo e tradimento, faticosa e paziente costruzione del consenso. Se non si accetta questo, se si spera basti una matinée a teatro per imprimere una direzione diversa ai millenari meccanismi che regolano i processi politici, allora si rinuncia a voler fare politica “sul serio” e si sceglie la strada del dotto e sterile moralismo alla Floris d’Arcais, il Marchese sostenitore di tutte le purezze, di tutte le scomuniche etiche, di tutti i movimenti più romantici, co-autore delle disfatte più brillanti nella storia della Sinistra non istituzionale, quella che si spezza ma non si piega.

Io non sono un fan di Pisapia. Al contrario, per dirla tutta, ne ho già le tasche piene dei suoi “non detti”, dei passi avanti e indietro, delle parole pronunciate a metà, dei tatticismi interminabili, delle gaffe. Ma è questo che abbiamo, non è molto ma dobbiamo in qualche maniera farcelo piacere. E sarei ben lieto se il duo “Falconari” si unisse a noi e contribuisse con un po’ di pepe a rendere meno insipido questo brodo di semolino, perché la sfida è immensa, il percorso difficile, le idee sono quello che sono e tutti stiamo facendo del nostro meglio, che è quello che è.

Pertanto, se “la Principessa del Popolo” e “Filippo Egalité” accetteranno di convivere senza troppi diktat con la mediocrità del nostro progetto (che ancora non si sa neppure bene quale sia), allora faremo tutti un passo in avanti. In fondo, forse Pisapia e Bersani rappresentano “la casta” e i “Falconari” incarnano “il popolo delle disuguaglianze”, ma è il primo ad aver avuto il coraggio di affrontare una piazza, i secondi hanno preferito un teatro.

E si sa, il popolo minuto, raramente frequenta i teatri…

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