La Sinistra, la società e noi…

Viviamo in tempi terribili. C’è un rigurgito fascista evidentissimo, un governo per metà di improvvisati saltimbanchi e per metà di estremisti xenofobi. E verso tutto questo non esiste una opposizione vera in Parlamento. Ma esiste un’opposizione nel Paese, sempre più evidente: piazze, associazioni, studenti, realtà civiche… E’ a questi che una Sinistra rinnovata deve rivolgersi per ripartire.

Il file Pdf allegato solo nelle ultime righe si rivolge al contesto del Friuli Venezia Giulia, mentre le riflessioni delle pagine precedenti sono un contributo, imperfetto e generico così, per ripartire. O almeno per provarci.

La Sinistra, la Società e noi

 

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Il clown feroce e il suo pubblico

«L’Adriatico di tutti i mari è sempre stato il più fascista!»

25 anni senza Federico Fellini. Nessuno meglio di lui è riuscito a rendere in pochi minuti la patetica coglioneria, l’intrinseca comicità del Fascismo, a un tempo brutale e buffonesco, con quei suoi petti in fuori, quella sua retorica da letture classiche a casaccio, con quelle sue tronfie parole pronunciate in maiuscolo e le sue penose vanterie, pochi attimi prima che tutto sprofondasse nel sangue e nella rovina. Perché il Fascismo è stato clownesco, ma un clownesco feroce. Una sorta di Pennywise politico, che dietro fattezze ridicole nascondeva una crudeltà di fondo.

Questa riflessione mi è venuta in mente pensando a un bisticcio su Facebook nel sito di un amico, con un triste fascistone che – a veder la foto profilo, con quella polo nera e i baffetti alla Pavolini – sembra uscito da una delle cupe macchiette di Amarcord. Di solito evito di discutere con questa gente, perché non solo è inutile ma pure prevedibile: sai inevitabilmente in anticipo cosa ti diranno ed è anche questa la “banalità del Male”, il sapere sempre quello che accadrà e – alla fine – lasciar perdere non perché sconfitti, ma perché annoiati.

Pensando di avere la palla del “game-set-match” – a me che ricordavo come il Fascismo fosse stato un regime repressivo  – ha ovviamente tirato in ballo le Foibe, nella convinzione che l’argomento potesse chiudere la questione. Replicare sarebbe  stato facile. Sarebbe bastato ricordare che furono gli italiani a invadere la Iugoslavia e non il contrario. Che il regime fascista era stato repressivo e violento per 20 anni nei confronti della minoranza slovena. Che le forze di occupazione italiane in Croazia si erano macchiate di crimini indicibili. Che se qualche comunista forse per mezz’ora aveva ipotizzato di sostenere la richiesta titina di Trieste, il regime mussoliniano aveva accettato senza fiatare la cessione dell’intero Friuli Venezia Giulia, del Trentino-Alto Adige e del Bellunese al III Reich. Che l’orrore delle foibe non fu diverso da quello di Marzabotto avvenuto con la collaborazione attiva dei fascisti e che di certo a chi utilizza a fini propagandistici il povero corpo straziato di Norma Cossetto sarebbe facile gettare nei piedi qualche altro cadavere frutto di orrore opposto.

Non ho replicato perché sarebbe ovviamente uno sterile e inutile esercizio di stile e perché attribuisco un certo valore al mio tempo e alle mie energie intellettuali residue, però una considerazione la faccio: i fascisti non sono mai stati capaci di dare una lettura critica del regime, contrariamente a quanto fatto dal comunismo italiano a partire dagli anni ’60, quando pochi giorni prima di morire Palmiro Togliatti nel suo Memoriale di Yalta scriveva frasi dure sul regime sovietico e apriva la strada al lento ma costante distacco del PCI dal totalitarismo sovietico.

Il dibattito interno alla sinistra italiana sul contrasto tra democrazia e socialismo è stato continuo, ricchissimo, talvolta doloroso. Il dibattito intellettuale nella destra italiana sulla natura del regime fascista è stato praticamente inesistente… Enrico Berlinguer ha riconosciuto il valore dell’Europa e della Nato e ha ammesso pubblicamente diversi anni prima della caduta del Muro che “la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre si è esaurita” ma nessuno ha mai sentito affermare da Giorgio Almirante (tra tutti i leader fascisti d’età repubblicana di certo il più colto e intelligente) che “la spinta propulsiva della Marcia su Roma si è esaurita”. E se non lo ha detto Almirante, cosa vuoi che dicano i fasciostraccioni dei giorni d’oggi…

La realtà pura e semplice è che nel 1945 il PCI ha scelto in modo netto e irrevocabile la via della democrazia parlamentare, aspetto confermato, ad esempio, durante gli anni del terrorismo rosso, quando la dirigenza comunista costruì un muro invalicabile nei confronti dell’eversione brigatista, cosa che invece il MSI non fece verso l’eversione nera, coccolando gli estremisti e portando non pochi personaggi dal braccio teso e in odor di golpismo a sedere tra i banchi della Camera dei Deputati.

E’ questa la differenza. La Sinistra italiana ha fatto i conti con la propria storia in modo pieno e talvolta persino eccessivo, mentre la Destra è rimasta al palo. Sono ancora lì, con la bocca piena di bonifiche e treni in orario, con la retorica ridicola sui presunti meriti di un dittatore vigliacco, traditore e inconcludente, con la criminale minimizzazione dell’Olocausto e delle colpe del regime nell’averlo agevolato, con la loro speculazione cinica delle Foibe, tragica foglia di fico dietro la quale nascondere una incapacità di rinnegare i crimini della propria parte politica.

La Sinistra italiana – a parte qualche fanatico senza casa – ha fatto i conti con le Foibe, verrà un giorno in cui la Destra farà lo stesso con Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema?

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Una panchina nell’Hampshire

Ieri notte mi sono messo a rileggere “Persuasione” di Jane Austen. Non è il mio romanzo preferito, ma avevo voglia di svagarmi con lo snobismo ebete e smaccato fino al delirio di Sir Walter, baronetto, il quale “era uomo che, per suo divertimento, non prendeva in mano che un unico libro: l’Albo dei Baronetti. Leggendo con ammirazione e rispetto il limitato numero delle prime patenti di nobiltà, egli si procurava un’occupazione per i momenti d’ozio e un conforto nei momenti difficili.

Non riuscirò mai a capire le persone che non leggono libri. Non lo avrei capito al tempo di sir Walter e non lo capisco oggi. Non è snobismo (non solo, per lo meno, comunque non stavolta) è proprio un misto di incomprensione, commiserazione e tristezza. Attraverso la lettura si può lasciare la vita di ogni giorno – per la gran parte di noi assai desolante – e rifugiarsi nella nostra seconda vita, quella che avremmo voluto vivere e che è – sotto certi aspetti – più reale di quella reale.

A seconda dei gusti o delle inclinazioni di ognuno si può spiare le passeggiate scontrose tra Elizabeth Bennet e il Signor Darcy, seguire Maigret facendosi guidare nella nebbia dell’alba parigina dal profumo del tabacco da pipa, aiutare Hari Seldon nell’elaborazione del suo brillante Piano, soffrire per non essere riusciti ad impedire il suicidio di Anna Karenina o infastidirsi per le moine e i capricci dell’insopportabile Emma Bovary. Si può immaginare un modo per aiutare Joseph e Maurice a sfuggire alla Gestapo oppure ridere fino alle lacrime per i bisticci e le cattiverie della piccola high society di Riseholme e di Tilling.

Ci pensavo leggendo che ieri il pregiudicato Fabrizio Corona ha gettato suo figlio – un adolescente segaligno dall’aria stronzetta – sulla cattiva strada di Instagram, cioè il non fare nulla, il non essere nulla e grazie a questo prosperare. Ora, mai avrei immaginato che un “avanzo di balera” come Corona festeggiasse il compleanno del bimbo adorato scrivendogli If – come un novello Rudyard Kypling – ma quello che mi da la nausea (senza sorprendermi, ahimè, ormai non mi sorprende più nulla) è che nell’arco di poche ore, già 149.000 idioti – che camminano consumando ossigeno e depauperando il pianeta con la loro inutile e malvissuta esistenza – si sono entusiasticamente messi in coda per “seguire” le gesta del Porfirogenito. Cioè per guardare uno intento a non fare nulla.

E questo avviene il giorno in cui la Leonessa, Franceschina Schiavone lascia il tennis. E’ stata la prima italiana a vincere una prova dello Slam, ad essere classificata tra le prime 4 giocatrici al mondo e – a dimostrazione del suo talento, della sua costanza, della sua passione sconfinata per il tennis – è stata presente in 70 degli ultimi 73 tabelloni principali di uno dei quattro majors. Franceschina ha solo 32.729 follower, ma ognuno di questi è il prodotto di fatica, lacrime, corse, speranze.

Non so che farci, sono sempre meno in sintonia con il mio tempo e con lo Zeitgeist che mi circonda e – per dirla – tutta, penso che dietro al proliferare di fenomeni social pieni di nulla vi sia un tentativo, non so quanto costruito a tavolino, di rimuovere dal lessico quotidiano ogni forma di occupazione o pensiero indipendente attraverso la creazione di persone che non sanno fare nulla, non rappresentano nulla, eppure veicolano stili di vita e codici di comportamento che, lungi dal mettere in discussione il sistema, ne sono un potente supporto. “Se ce l’ha fatta lei, che non sa cantare, non sa ballare, non sa recitare, non sa scrivere, non sa fare impresa, allora ce la posso fare anche io!” E’ la versione turbocapitalista delle lotterie (immaginarie) utilizzate dal Grande Fratello per tenere sotto controllo i Prolet.

Nel mio breve soggiorno nell’Hampshire – in parte dedicato a ripercorrere le vicende Austeniane – ho scoperto che a Basingstoke si sono installate in diversi punti delle “panchine Austen” disegnate e decorate da diversi artisti nell’ambito di un progetto noto come “Sitting with Jane“.

L’idea di avvicinare alla lettura di Jane Austen attraverso panchine site in giardini, piazze o librerie mi ha fatto venire in mente un’altra trovata di grande interesse: la costruzione del castello di Guedelon, un comune della Francia centrale dove da quasi 20 anni si sta erigendo – con finalità didattiche – un “vero” castello medievale, sulla base di procedure, tecniche e materiali propri del tempo.

Le panchine austeniane, il castello rifatto sono tentativi splendidi e commoventi di difendere la bellezza e la complessità di una cultura magnifica come quella europea. Ma temo siano tentativi inutili. Sono teneri, romantici, esteticamentebellissimi, ma sono come le cariche della cavalleria polacca contro i carri armati della Wehrmacht: un ultimo lampo di gloria prima della fine.

Che ci piaccia o no, il futuro, il Mondo non appartiene alle panchine austeniane ma è stretto tra le braccia imbronciate del figlio di Corona e sorvegliato a vista dai suoi 149.000 inutili follower. Che sono felici e non sanno neppure perché.

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Papa Formoso, il maresciallo Tito e l’uso politico della Storia

Qualcuno ricorda la triste vicenda di Papa Formoso? Eletto Pontefice alla fine del IX secolo si barcamenò come meglio poté tra le diverse fazioni politiche della Curia, ciascuna legata a una qualche potenza straniera, ma pare in modo goffo, seminando rancori e risentimenti diffusi. Diffusi al punto che – dopo morto – il suo cadavere fu riesumato, rivestito dei paramenti sacri, processato, interrogato (ma non rispose, rimase muto come una tomba…), quindi condannato, deposto da Pontefice e gettato nel Tevere, non prima di avergli amputato le 3 dita della mano destra usate per le benedizioni.

Mi è tornata in mente la vicenda di Papa Formoso leggendo il testo della mozione che l’assessore regionale Roberti – della Lega Salvini – ha presentato al Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia per sollecitare la revoca dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana concesso nel 1969 al Maresciallo Josip Broz Tito, 13 anni dopo che lo stesso Tito era già stato insignito della Gran Croce della Legion d’Onore e un paio d’anni prima che Elisabetta II gli conferisse il Most Honourable Order of the Bath, vale a dire la più alta onorificenza che un non britannico possa ricevere.

Queste onorificenze vengono attribuite nell’ambito dei rapporti di cortesia diplomatica tra Stati e non implicano necessariamente la condivisione delle scelte politiche del singolo beneficiario dell’onorificenza, quanto l’attestazione di un rapporto cordiale tra governi: ad esempio, quando nel 1978 Nicolae Ceasescu attribuì alla Regina d’Inghilterra l’Ordine della Stella della Repubblica Socialista di Romania non lo ha fatto certo per premiare l’impegno profuso incessantemente da S.M. in favore dell’avanzata del Comunismo nel Mondo. Certo, le onorificenze si possono anche revocare, ad esempio Benito Mussolini – che tanto piace ai leghisti – venne insignito dell’Order of Bath nel 1923 ma ne fu espulso a calci in culo nel 1940. Il punto è che eventuali (rarissime) revoche avvengono in vita, non post mortem.

Ma perché l’intero Mondo sentì il dovere di onorare Tito? certo non per premiare il suo governo cupo e sanguinario, del quale non si possono tacere i massacri di massa compiuti nel decennio successivo alla fine della II Guerra Mondiale, non solo verso oppositori politici interni, ma anche organizzando (o coprendo) attività di sterminio su base etnica nei confronti delle minoranze nazionali italiana, tedesca e ungherese. Il Mondo – in particolare l’Europa Occidentale –  si sentì in dovere di onorare Tito per la sua indipendenza dall’Unione Sovietica: fu grazie a Tito se il Patto di Varsavia non giunse fino ai confini con Trieste e l’Adriatico non divenne un “mare di confine ideologico” tra i Blocchi, così come fu ancora grazie anche a Tito se prese vita il “Movimento dei Non Allineati” che ebbe un ruolo non secondario nel mitigare le tensioni ideologiche e militari tra Est e Ovest nel corso degli anni ’60 e ’70.

Ma inutile girarci attorno: la mozione per revocare l’onorificenza a Tito è legata al tentativo di sfruttare politicamente ancora una volta la tragedia delle Foibe, lucrando cinicamente sull’umano e non rimarginabile dolore di chi fu vittima di quei giorni sanguinosi e dissennati. Riaprire la ferita non serve, il giudizio storico su quella vicenda credo sia chiaro e netto e ormai le posizioni “negazioniste” sono assolutamente minoritarie tra gli esperti e nell’opinione pubblica. Però condannare non significa rinunciare allo sforzo di comprendere. E comprendere non significa perdonare e non significa minimizzare. Comprendere significa comprendere.

Comprendere, ad esempio, che i massacri di italiani compiuti nelle settimane e nei mesi successivi alla fine della II Guerra Mondiale furono un tassello della più ampia mattanza di popoli ed etnie compiuta durante il conflitto, mattanza alla quale gli italiani contribuirono con l’assassinio di migliaia di civili inermi, spesso donne e bambini. Verrebbe da dire “chi è senza peccato, scagli la prima onorificenza!” Quindi gli italiani come popolo possono giustamente considerarsi vittime tra le vittime, ma l’Italia come nazione non ha i titoli morali per ergersi a giudice e ancor meno titolo lo hanno partiti e politici che guardano con malcelata nostalgia al regime che invase la Jugoslavia senza provocazione e a freddo, portandovi gli orrori del totalitarismo Nazifascista.

Dovendo concludere, direi che i crimini orrendi del governo italiano e dei soldati italiani non giustificano i crimini uguali ed opposti compiuti dal governo jugoslavo, che rispettare il dolore delle vittime di quei giorni terribili significa anche stare in silenzio e non cercare di sfruttare elettoralmente il sangue e i cadaveri di allora per costruire consenso oggi e direi anche che – se si è mossi da vera umanità – questa non conosce confini o barriere e nessun uomo civile prenderà mai lezioni di umanità da un dirigente leghista. Se veramente si rifiuta la logica della pulizia etnica, del razzismo di Stato e della violenza sugli inermi, invece di scrivere insulse mozioni sulla revoca di medagliette a tiranni defunti 40 anni fa si agisca per riportare decenza e decoro nel mondo contemporaneo, considerato che – mentre scrivo queste righe – 177 anime e corpi di disperati sono tenuti prigionieri in una nave per assecondare il delirio xenofobo del Ministro degli Interni e la sua smania sguaiata di gettare altra carne in pasto al razzismo fanatico dei suoi elettori…

 

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Francia e Croazia, al tempo del Sovranismo Ebete

Domani sera – pur non interessandomi di calcio – tiferò per la Francia. E lo faccio per motivi positivi: amo quel Paese che ho visitato molte volte, adoro la dolcezza dei suoi paesaggi, la grazia infinita delle sue cattedrali gotiche, la sua letteratura e il suo cinema, la meraviglia della sua cucina, la sua creatività casearia e – malgrado tutto – la sua tradizione di avanguardia nel campo dei diritti umani, civili e politici. Insomma, sono mosso dall’amore profondo per una terra e una cultura. Chi legge questo blog (ammesso che qualcuno lo legga) sa che sono sincero, che in passato molte volte ho scritto diversi post sulla Francia, tutti a tinte pastello… Santini ingenui ma sinceri e non fanno male a nessuno. Santini che non solo non rinnego ma – anzi – talvolta rileggo con piacere quando voglio sentirmi proiettato in mondi migliori

Leggo invece che molti – sobillati dal Minotauro annidato al Viminale – tiferanno Croazia “perché la nazionale francese è piena di negri” o motivazioni analoghe. Insomma sono mossi dall’astio, non dall’amore: avrebbero potuto puntare sulla bellezza del mare, sul fascino di certi villaggi arroccati, sul retaggio storico che ne rende alcune parti profondamente italiane dal punto di vista architettonico oppure sull’eterno fascino dell’underdog, dello sfavorito che si gioca la chance di una vita contro il Campione e magari vince, quale eterno ritorno delle vicende di Davide contro Golia o di Cenerentola al ballo… Invece no. Anche in una partita di calcio vedono l’ennesima occasione per vomitare odio, pregiudizio e ignoranza. La vittoria dei croati come ennesimo tassello nella guerra tra élite e plebe arruffona, il che serve solo a sminuire l’impresa ammirevole della nazionale croata e a gettare antipatia su un popolo e una terra accomunandoli tutti e per intero in un losco disegno reazionario.

I poveri ebeti credono che i giocatori croati siano tutti bianchi perché sono un popolo fiero, sovranista, che ha saputo fronteggiare l’Invasione, non panciafichisti arrendevoli come i francesi… Il loro unico ed esausto rachitico neurone trascura di ricordare che la Francia è “multicolore” perché fino a pochi decenni fa possedeva un impero coloniale enorme e che le società imperiali sono sempre “multicolori”… e certi fascisti da osteria che ricordano con orgoglio l’Impero Romano trascurano che Traiano era spagnolo, Settimio Severo libico, Diocleziano dalmata e Costantino serbo… ma tutti si sentivano romani, pensa un po’…

Insomma, tifare Croazia è lecito tanto quanto tifare Francia, ma farlo solo come nuovo momento identitario di quel K.K.K. 2.0 che con inesauribile petulanza involgarisce il nostro dibattito pubblico è insopportabile.

Secondo una nota analisi, “noi” radical-chic – categoria alla quale appartengono d’ufficio tutti coloro che: a) hanno più della terza media; b) negli ultimi 5 anni hanno letto almeno un libro; c) dicono buongiorno entrando in un luogo pubblico e d) non hanno votato per Salvini o i suoi famigli del M5S – saremmo vittime del “complesso dei migliori” verso “il popolo” e la sua schietta ignoranza.

Può anche darsi. Ma è difficile non sentirsi migliori di tanto in tanto, quando si ha la consapevolezza di esserlo…

PS: credo che l’ultimo imperatore romano nato a Roma sia stato Gordiano III nel 225 d.C., vale a dire oltre 250 anni prima della caduta dell’Impero d’Occidente. Così, per dire…

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Il tema e la Storia

Sono passati esattamente 30 anni dal mio esame di maturità e – casi della vita – è in questo anniversario “tondo” che mi sono trovato a ritornare, per la prima volta da allora, ad essere presente durante la fatidica prova, ma sul versante opposto, quello del “cattivo”.

La mia maturità non fu un granché. Avevo frequentato il corso di “Perito aziendale e corrispondente in lingue estere” (che oggi non esiste più, le mille caotiche riforme lo hanno trasformato – Dio ci perdoni! – in “Relazioni internazionali per il marketing“) ma fui mediocre nelle prove “professionalizzanti” ed eccellente nel tema di Italiano (oggettivamente splendido) e nell’orale di Italiano e di Storia (materia portata come aggiuntiva, un vezzo stilistico quasi inaudito…). Solo per sentirmi dire “avrebbe dovuto fare il Classico” (“ma davvero?”) e venire congedato con un tristissimo 37/60.

Mentre la presidente della commissione illustrava le tracce del tema di Italiano -magnifiche ma inaffrontabili per una generazione di studenti addestrata al “vero o falso” da orde di politicastri “riformatori”, terrorizzati che la scuola possa sviluppare un minimo di pensiero critico – io squadravo i volti. Preoccupati, perplessi, intenti ad accarezzare con finalità apotropaiche il Dizionario, spesso vecchio, consunto, di case editrici secondarie, proprio di famiglie e vite dove i libri non sono al centro delle priorità. E mentre li guardavo volevo dire “coraggio ragazzi, tanto il 98% verrà promosso! E’ tutta una farsa!”

Ma forse una farsa non è. Non conta solo la promozione, conta la prova. Conta che per la prima e probabilmente ultima volta nella vita hai carta, penna e 6 ore di tempo per riflettere su qualcosa di importante e scrivere quello che si pensa. Già, ma c’è qualcosa “che si pensa”? Che si pensa sul serio? perché si è meditato e fa parte di noi?

Molti ragazzi hanno scelto il tema sulla clonazione o quello sull’uguaglianza e l’art. 3 della Costituzione e io passavo per i banchi buttando l’occhio e – non visto – suggerendo qua e là, anche perché – come mi ha sussurrato uno studente – “non vorrà mica che degli estranei venuti da fuori ci critichino, vero prof?”.

Dalla lettura per spizzichi e bocconi una foto di ansie e luoghi comuni. “Prof. lei sa se la presidente è della Lega, perché non so se posso parlare dei migranti!” mi chiede il tipo timoroso di essere bocciato per aver compiuto uno psicoreato. “Non lo so, penso di no visto che sa leggere e scrivere, ma non si sa mai, nel dubbio attieniti al tema!” replico. Una risposta forse pavida, ma non sta a me fare l’eroe con l’esame degli altri.

Ma solo lui ha questa pruderie. Quasi tutti interpretano l’articolo sull’uguaglianza come “un tema sui migranti”, con pensierini un po’ ovvi sulla drammatica questione, al punto che mi tocca a un certo punto dire “ragazzi, guardate che nel 1947 non c’era il problema dei migranti, al limite migravamo noi! l’uguaglianza ci riguarda tutti: togliere le barriere architettoniche in una scuola per consentire al ragazzo in carrozzina di raggiungere l’aula, anche questo è realizzare l’art. 3!”

Ma nulla, non potevo certo con poche parole sussurrate spazzare via anni e anni di pessima propaganda ed evitare che il nobilissimo Articolo 3 venga derubricato ad “articolo buonista”, scritto da un gruppo di politicanti mollaccioni ormai morti e sepolti da tempo. Gente ingenua e senza spina dorsale che credeva ancora – pensa un po’ la bizzarria – che un essere umano sia portatore di diritti inalienabili, che hanno tutti pari dignità sociale (la dignità! che termine ottocentesco!) addirittura “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. E poi, tutti questi “politici del pensare” (così diversi dai loquacissimi “politici del fare” di cui i social network sono pieni) che addirittura affermavano che l’uguaglianza non basta affermarla con le chiacchiere, ma va pure garantita “rimuovendo gli ostacoli“.

Leggi Razziali, Aldo Moro, Uguaglianza, Clonazione, Solitudine, Masse e Potere… tutti temi magnifici, ma – come dicevo – tutti temi inaffrontabili per la maggioranza dei ragazzi. Tracce che sono come reperti di un’epoca perduta, una sorta di Regno d’Atlantide della scuola. Di solito a questo punto si dovrebbe dire che “invece di passare mesi sui Sumeri i ragazzi dovrebbero studiare la storia del Novecento!”

Quante volte lo abbiamo sentito e quante volte io stesso l’ho detto? Ma siamo così sicuri che il problema sia questo, ammesso e non concesso che esista una tale conoscenza profonda e diffusa delle vicende dei Sumeri? Io penso invece che la Storia Antica e Medievale andrebbe studiata meglio, in modo più profondo, meno banale e schematico. E, attraverso queste conoscenze, avvicinarsi ai secoli più recenti capendo un principio fondamentale, già scolpito nel marmo da Benedetto Croce: “la Storia è sempre storia contemporanea“.

Capire questo, capire che l’essere umano non impara mai nulla dai propri errori, capire che nulla è conquistato per sempre e che qualsiasi cosa può accadere di nuovo aiuta a comprendere meglio il presente. Il valore dell’Unione Europea – ad esempio – sarà più chiaro se si sarà ben studiata la Guerra dei Trent’anni. E magari l’obbligo morale della solidarietà verso chi sbarca sulle nostre coste sarà forse sentita maggiormente come la scelta più giusta, se solo consideriamo come il Mediterraneo sia stato per secoli un lago che univa, non un mare che divideva: leggere Maometto e Carlomagno di Henri Pirenne sarebbe assai utile per questo.

Però per far tutto questo, per avvicinarsi al Novecento e poi all’oggi con maggiore senso critico due ore scarsette di Storia alla settimana non sono sufficienti, ce ne vogliono almeno 4. Ma vallo a spiegare ai ministri delle “competenze”, dell’Invalsi e dell’Alternanza Scuola/Lavoro che forse imparare a riflettere e non solo sfornare carne da stage dovrebbe essere una delle funzioni della scuola.

Figuriamoci, un’idea arcaica. Preistorica. Roba da Articolo 3.

P.S. Cambia qualcosa se vi dico che la foto ritrae “migranti italiani in Belgio”? vi ricorda qualcosa? 

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E se rileggessimo il vecchio Dahl?

In questi giorni si litiga furiosamente sull’ipotesi Paolo Savona (il prof. antitedesco) quale ministro dell’Economia, fortemente voluto da un Matteo Salvini con la bava alla bocca più del solito.

Io la vedo così: fermarsi a una interpretazione letterale dell’art. 92 (per il gusto di dare ragione o torto a Mattarella) è insufficiente. Quell’articolo – come molte delle prerogative presidenziali – è costruito ricalcando un po’ la prassi monarchico-liberale post-unitaria in base alla quale il capo dello Stato è ben più di un organo decorativo ma esercita poteri propri che sono, per così dire, “in sonno” durante le fasi ordinarie, ma riemergono nella loro pienezza in tempi di crisi. Insomma, il presidente della Repubblica non ha poteri definiti ma flessibili, una sorta di pendolo perché così 70 anni di prassi ci hanno insegnato.

In merito alla scelta dei ministri (e limitandomi alla II Repubblica) ricorderei, ad esempio, che nel 1994 il presidente Scalfaro impedì la nomina di Cesare Previti a ministro della Giustizia del Berlusconi I o che nel 2001 il presidente Ciampi impose la nomina di Renato Ruggiero alla Farnesina nel Berlusconi II e in entrambi in casi si trattava di governi politici, non tecnici, di tregua, del presidente, balneari o altro…

La differenza tra le tensioni del 1994 o del 2001 e quelle di oggi è molto semplice: il presidente del Consiglio incaricato di allora (Berlusconi) e la sua coalizione politica, per quanto inadeguati e discutibili sotto molti punti erano formalmente più composti, rispettavano la dignità del Quirinale come istituzione e sapevano capire quando cedere e quando tenere duro (anche perché c’erano in giro meno ragazzini arrapati di potere e più professionisti dell’intrigo).

Il problema Savona è per certi versi secondario, quello che è veramente grave è la quotidiana pubblica intimidazione del presidente della Repubblica volta a negarne la funzione arbitrale (che non è notarile, l’arbitro e il notaio fanno mestieri diversi): le aggressioni su Facebook o  da parte di chi ambirebbe a ruoli preminenti nel nuovo esecutivo, il silenzio del presidente del Consiglio incaricato sempre più palesemente un fantoccio tra le grinfie di altri, il sobillare i cattivi istinti della web-teppaglia contro l’ultima istituzione pubblica che gode ancora di un diffuso rispetto tra i cittadini… questi sono i problemi.

E – la Regina delle Disgrazie – è la natura stessa della visione populista della Democrazia. Nel 1956 in “A Preface to Democratic Theory” Robert Dahl si soffermava a descrivere i tre modelli di Democrazia: quello madisoniano, quello populista e quello poliarchico e – riferendosi al populista – sottolineava come la sua essenza sia il dominio tendenzialmente illimitato della maggioranza espressa attraverso il voto e una diffusa insofferenza per i sistemi di check & balances del potere propri del modello madisoniano. Appariva evidente nell’analisi di Dahl come la complessità delle nostre comunità politiche mal si adatti a un sistema così rozzo e come solo l’approccio poliarchico – cioè l’attenzione al pluralismo socio-culturale e politico e il conseguente sistema di contrappesi istituzionali – possa consentire la sopravvivenza di un modello democratico che non sfoci nella tirannide della maggioranza, magari manipolata propagandisticamente.

Però Dahl per capirlo bisogna leggerlo. E non penso che i due baldi Diarchi lo abbiano mai letto… E poi suvvia, chi sarà mai questo Robert Dahl e a che titolo un professorone morto può mettersi di traverso sulla via luminosa del parnasico Governo del Cambiamento? E con cosa poi? con un pugno di libri incomprensibili?

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